Il significato della vittoria del Benevento calcio sulla Pro Vercelli vista e vissuta da un sannita emigrato in Piemonte

- Opinioni di Vincenzo Del Core

Nei quasi vent’anni di scrittura sotto la guida di Carlo Panella non mi è mai capitato di scrivere un articolo sul Benevento Calcio, se non per rievocare qualche episodio passato in una rubrica dedicata all’amarcord. Questa volta, però, non ci si poteva esimere: opportunamente sollecitato, porto testimonianza della vittoriosa trasferta in quel di Vercelli al seguito dei giallorossi.

L’appuntamento, va detto, era stato fissato da quasi un anno: nei giorni della storica promozione in B, vissuta a distanza, come tanti sanniti dislocati lungo lo Stivale mi sono preoccupato di valutare le possibili incursioni dei beneventani nelle vicinanze del domicilio, nel mio caso Torino, dove risiedo da ormai oltre un decennio (a un certo punto, non nascondo di aver addirittura auspicato una clamorosa retrocessione dei granata, che pure incontrano le mie simpatie, ma non c’è stato verso).

Così, in compagnia un caro amico, anche lui beneventano “torinese”, mi sono diretto verso la Val Sesia: zona di risaie, dominata dalla nebbia e da pianure di sconcertante regolarità, ma anche ricca di storia. A Vercelli, per esempio, nacque il cardinale Guala Bicchieri, importantissimo esponente della Chiesa Cattolica a cavallo tra XII e XIII secolo, ma anche collezionista d’arte e promotore della costruzione dell’imponente Basilica di Sant’Andrea, autentico gioiello d’arte gotica. Tra queste terre e Novara, quindi, ebbe luogo la tragica vicenda di Fra’ Dolcino, mentre la storia recente ci parla, come per quasi tutto il Nord, di importanti episodi della Resistenza.

La passeggiata nel centro tipicamente medievale propone un silenzio irreale, si ha quasi il timore di violare un luogo di culto alzando appena la voce; lo spazio urbano è ben delimitato, tutto è raccolto in poche centinaia di metri, dalla stazione, a due passi da Sant’Andrea, fino allo stadio. 85 anni di vita, qualche intervento recente per rinnovarne la struttura e, soprattutto, il nome, che corrisponde a quello di una gloria del calcio italiano, il leggendario Silvio Piola che da qui iniziò una straordinaria carriera, culminata con il titolo mondiale del 1938 e con il conseguimento del record di reti totali della Serie A, tuttora imbattuto: 274, una cifra impressionante che neanche l’eterno Francesco Totti, ormai prossimo al ritiro, è riuscito finora a raggiungere. La capienza è ridotta, le gradinate possono accogliere poco più di cinquemila spettatori, ma tra la prima fila e il campo da gioco lo spazio è minimo, com’è giusto che sia, come dovrebbe essere sempre.

Lungo le tribune, disposti in alto, campeggiano sette scudetti. Già, perché la “Pro”, fino al primo dopoguerra, ha fatto la storia del calcio italiano, fino a salutare, senza avervi più fatto ritorno, la massima serie nel 1934. Calcio “d’altri tempi, di prima del motore”, si dirà, però i quarti di nobiltà si avvertono.

Eppure, c’è qualcosa che va oltre l’eccellente palmares. L’accoglienza festosa e cortese dei tifosi bianconeri riservata alle centinaia di sciarpe giallorosse è indice di una civiltà che in troppi angoli del paese sembra essere stata cancellata, dimenticata. L’atmosfera è quella di una serena festa domenicale, anche se si gioca di sabato, con le voci limitate a un sommesso brusio, se non fosse per le decine di tifosi beneventani accorsi dalla nostra città (e non solo) per sistemarsi nel settore ospiti, da dove i cori e gli incitamenti sono stati lanciati senza quasi nessuna interruzione da ben prima della partita. I migliori in campo, senza dubbio.

Incomprensibili ostacoli burocratici legati alla tessera del tifoso (ci vuole per i residenti? Sembrerebbe di no. Anzi, sì, ci vuole, pazienza. Invece no, non ci voleva) ci impediscono di unirci ai due-trecento conterranei, ma lungo il fianco della gradinata che ci ospita, quello confinante con il settore “stregato”, si riconoscono volti noti di residenti in Piemonte e in Lombardia inesorabilmente sbarcati (si fa per dire) al “Piola”.

È stato, almeno per chi scrive, il momento più coinvolgente ed entusiasmante dell’intera giornata, nel frattempo tiepidamente illuminata da un sole pallido, ma comunque sufficiente a temperare l’altissima percentuale di umidità registrata (anche per questo Benevento, tutto sommato, non è parsa così lontana…).

L’incontro con i concittadini è stato il momento più atteso: come quando in un paese straniero si ascolta la voce di un connazionale che induce ad una rapida fraternizzazione, allo stesso modo la piccola, ma bonariamente chiassosa comunità sannita temporaneamente confluita nel Piemonte Orientale, si è facilmente aggregata. Questo è il meglio del calcio, che nei suoi aspetti peggiori è in grado di riassumere in modo quasi paradigmatico i drammi della contemporaneità: violenza, razzismo, intolleranza, sradicamento, corruzione.

Però, quando mette in mostra gli aspetti migliori, e il 18 febbraio lo ha fatto, offre uno spettacolo difficilmente emulabile: i colori, la musica, le famiglie riunite, l’ironia e, sopra ogni cosa, il ritrovato senso di appartenenza a una comunità, senza fanatismi e nel rispetto dell’altrui identità, al tempo inquieto del mai troppo esecrabile nazionalismo, pericolosamente risorto.

Una partita così è vinta in partenza, da tutti. Certo, uno stadio completamente gremito avrebbe soddisfatto ancor di più il colpo d’occhio, ma va bene così, guai a non trovare (e far notare) il pelo nell’uovo!

Si aprono le ostilità: il Benevento sonnecchia, la Strega non è cattiva, come troppo spesso accade in trasferta, il pressing costante dei piemontesi impedisce lo svolgersi fluido della manovra e il primo tempo va via così, con poche emozioni. Poi entra Ceravolo e quello che tutti, fatalmente, attendono, si avvera. Il baricentro sannita si alza, i trequartisti, liberati dai movimenti della punta, riescono ad avvicinarsi all’area; la “Pro”, fatta eccezione per un fendente di Aramu che spaventa Cragno, si limita a una serie inefficace di cross dalla propria sinistra. Ciciretti non è lui, però mette paura ai tifosi bianconeri ogni volta che tocca palla e il raddoppio di marcatura è una costante. Lo vedremo presto in serie A con un’altra maglia?

Non è un problema di oggi, bisogna uscire dal “Piola” con i tre punti. Forse c’è un rigore, ma non viene fischiato; però, quando il pareggio sembra cosa fatta, l’arbitro indica senza indugio il dischetto distante undici metri dalla linea di porta. Ceravolo, sempre lui, affronta Provetel con la curva sud temporaneamente trasferita a Nord-Ovest sullo sfondo. L’esultanza è contagiosa, si distingue fra tutti M., accento spiccatamente settentrionale, mai stato al Vigorito, ma con radici beneventane per parte di un genitore: con voce stentorea, non ha smesso di sostenere un attimo la squadra. A fine partita è tra i più esaltati, prima o poi dovrà raggiungere Santa Colomba e assistere a una partita in casa, per forza. Avrà tempo.

In buon ordine, gli spalti rimangono vuoti. I vercellesi non lesinano complimenti, sostengono che il Benevento abbia deciso di iniziare a giocare solo nel secondo tempo. Certo, la classifica dei bianconeri è deficitaria e la retrocessione tutt’altro che ipotetica. Tuttavia, il campionato è ancora lungo: vale per i sanniti, vale per loro. Che - non c’è motivo di dubitarne - per la salvezza avranno qualche centinaia di sostenitori in più.