Scissione, il demone della Sinistra all'assemblea del Pd. Eppure ci sono momenti in cui lo sguardo su ciò che potrebbe prospettarsi costringe a fermarsi, e riflettere

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Certo ci hanno provato un po’ tutti, il diciannove febbraio, a neutralizzare lo spettro che, mai così evocato, aleggiava sull’assemblea del PD, come un ologramma disegnato da un “genio maligno”. A sentir parlare i relatori che sono intervenuti, incominciando dal segretario dimissionario Matteo Renzi, nessuno vorrebbe la scissione. E già questa è una bella notizia. O meglio, lo sarebbe se non apparisse soltanto come un’autogiustificazione e il tentativo di scaricare sull’”altro” la responsabilità di quella che, al di là delle manifestazioni verbali, sembrerebbe la via più probabile.

Tanti sono stati gli interventi e alcuni di grande spessore politico, a partire dal discorso di apertura di Renzi, che, nella comunicazione d’impatto, forte di citazioni, ricca di pathos, dimostra, come sempre, di essere un abile oratore, pronto a riconoscere gli errori, ma, di fatto, fermo sulle proprie posizioni nei confronti dei “dissidenti”, incapace di rinunciare a un linguaggio poco accomodante con l’uso di termini come “sfida”, “ricatto”, e dal tono solo formalmente conciliante. “Si è dimesso da segretario del PD: che altro doveva fare?”, rispondono i suoi sostenitori; “È sua la responsabilità di quello che sta succedendo: che altro poteva fare?”, replicano i critici. Non avrebbe potuto presentarsi all’Assemblea se non da dimissionario; lo ha fatto, avanzando comunque la sua candidatura. Legittima. Non tutti c’erano né tutti hanno espresso la propria posizione. Ci si aspettava di sentire le ragioni di D’Alema, di Enrico Rossi e di Bersani che si sono auto inflitti il silenzio dell’assenza, fisica o oratoria.

Pacato, com’è nel suo stile, ma affilato è risultato l’intervento di Cuperlo nel rappresentare il momento che il maggiore partito della Sinistra sta vivendo: efficace la metafora, tratta dal film Gioventù bruciata, delle auto lanciate nella folle corsa verso il baratro. Cuperlo ricorda che quel gioco rientra in quei chicken game in cui la cooperazione è impossibile e nessuno degli sfidanti ha una strategia dominante. La lotta tra Jim e Buzz, che si sfidano in una corsa che non può che avere vinti, è paragonata al conflitto tra maggioranza e minoranza. Chi salta per ultimo, vince; se nessuno salta in tempo, muoiono entrambi. Pareggiare è impossibile. L’unica soluzione è non ingaggiare la sfida: si apparirà un po’ meno arditi, ma si rimarrà vivi. Ai due piloti, a maggioranza e minoranza, Cuperlo chiede di fermarsi e a Renzi di scendere dalla macchina in corsa e di scegliere la rotta giusta. E di farlo adesso. Decise, senza sconti, le parole di Cuperlo anche verso l’uso renziano di un linguaggio spregiudicato, non rispettoso della pluralità delle posizioni: “Quelle parole 'gufi', 'slealtà', sono state parole di umiliazione". Cuperlo ribadisce così la sua posizione nei confronti di un vertice che, come già ha espresso in precedenti occasioni, ha sistematicamente screditato qualsiasi forma di dibattito interno, ricorrendo all’insulto e ai soliti argomenti del “vecchio arnese”, del “remare contro” per spegnere opinioni e idee diverse. È critico, ma resta dentro il PD.

E sul presente, tormentato e lacerato del PD, ritorna, come tutti ma non come tutti, Walter Veltroni. Era da tempo che non si ascoltava, ma l’esperienza e la profondità del politico, dimessosi, ricordiamolo, in seguito alla sconfitta del PD delle elezioni del 2009, ci sono sempre. E si avvertono nel tono autenticamente dolente di chi ha visto nascere una realtà politica che, nelle intenzioni di chi la fondò, avrebbe dovuto unire non dividere: un grande partito riformista che nasceva sulle radici dell’Ulivo di Romano Prodi. Il suo intervento inizia con l’appello a tutti, in particolare alle compagne e ai compagni con cui si è fatto un lungo percorso perché la loro strada non si separi da quella di tutti gli altri. Non un appello all’unità, chiarisce, ma il riconoscimento che “del loro punto di vista, del senso critico, delle loro idee, il PD ha bisogno”. Veltroni sente e rilancia lo smarrimento di chi, fuori dal partito, non riesce a capire cosa stia succedendo. E incalza, contro i personalismi divisivi, ammonendo che la storia non comincia con nessuno di noi. Mai. Va indietro, al 1994, ricordando che allora, se le forze fossero state unite, Berlusconi non avrebbe vinto le elezioni; alla caduta del governo Prodi che, se fosse proseguita, avrebbe dato un altro corso alla storia; alla divisione nella sinistra del 2013 che impedì a Prodi di diventare Presidente della Repubblica.

La sinistra, quando si è divisa, ha fatto male a se stessa e al paese. Questo è stato sempre, riconosce Veltroni interpretando l’opinione di molti, il demone della sinistra. L’idea del Lingotto, il progetto PD, era proprio quella di costruire una nuova entità, ampia e coesa, il partito del nuovo millennio, riformista e radicale nel suo riformismo, “non ossificato in correnti, ben saldo sulle sue radici profonde”. Di sinistra. Quanto male hanno fatto le sciocchezze secondo cui non esistono più una destra e una sinistra! Ci stanno pensando Trump e Le Pen, prosegue Veltroni, a ricordarci quale sia la “meravigliosa” differenza tra chi considera gli immigrati come relitti da rimuovere e chi prepara l’inclusione. D’altro canto, è anche necessario combattere l’idea che la sinistra debba essere minoranza perché, se questo è vero, allora deve essere vero che minoranza sono anche i diritti, la giustizia sociale, le istanze dei più poveri. Il PD nacque per fusione non per scissione. È necessario recuperare un comune sentire e un comune sperare; ritornare a occuparsi di recessione, precarietà, immigrazione. Se la prospettiva è un ritorno a un partito che sembra il vecchio DS e a un altro che sembra la Margherita, allora non chiamatelo futuro: chiamatelo passato!, conclude Veltroni, il quale aggiunge che bisogna “abituarsi” a convivere in un partito, maggioranza e minoranza, con le proprie diversità, ma sempre rispettandosi, perché il carattere ricco e articolato di un partito è una sua ricchezza. A sentirlo parlare si è rivissuto un sapore dolce, sicuramente nostalgico, forse retorico. Eppure è stato anche uno spunto per riflettere sull’impazienza con cui si è voluto rottamare in maniera indiscriminata tutto un passato in cui c’era e c’è anche Veltroni.

Per la verità, il suo discorso potrebbe essere letto da più angolazioni e il personalismo divisivo che vorrebbe stigmatizzzare è attribuibile sia alla minoranza che a Renzi, del cui governo ha evitato di parlare. Non stiamo qui a ricordare la svolta della Leopolda e l’inaugurazione di una fase nuova della sinistra, con successi e insuccessi del governo dell’ex sindaco di Firenze, ma è un fatto che molti elettori storici della sinistra non si siano più riconosciuti in quel modo di fare politica, allontanandosi gradualmente, ma progressivamente dal suo partito. Il paese deve ripartire, sta ripartendo, ma si vede ripreso dal fango limaccioso della palude, delle beghe interne, dei duelli ormai inevitabili, dei fuori onda che smascherano inaccettabili giochi di potere. Quanto vorremmo che la sinistra si compattasse, invece di sgretolarsi, ma intorno a comuni valori, non a personali interessi. È vero che il potere finisce per slatentizzare e far emergere aspetti che altrimenti non si evidenzierebbero. Non è solo una questione di onestà o di purezza, ma di situazioni in cui si ricoprono ruoli e si attivano risposte non consuete né necessarie in contesti neutri. Non si può rinunciare, però, alla libertà della scelta. Ci sono momenti in cui lo sguardo intellettuale su ciò che potrebbe prospettarsi costringe a fermarsi: è quell’attimo in cui si deve riflettere, ponderare le possibili conseguenze, chiedere cosa sia più giusto fare e cosa si sia disposti a cedere. E a rinunciare anche a parte delle proprie convinzioni, nell’interesse comune di una forza che, disciolta e frantumata, diverrebbe debolezza.