Della morte o della sopravvivenza del PD e della scissionetta: la sinistra ha perso perché non ha voluto fare la sinistra avendone la migliore opportunità

- Effetti collaterali di giovanni barra
Rossi, Bersani, Epifani e D'Alema
Rossi, Bersani, Epifani e D'Alema

Dio è morto, Marx pure e anche il PD si sente poco bene. La scissione si è consumata. Anzi, la scissionetta. Epilogo: Emiliano rimarrà, Bersani e i suoi fedelissimi no; via anche Rossi e Speranza; D'Alema, primus inter pares nella sparuta milizia degli scissionisti, in qualche maniera, resusciterà – non a caso, nel giorno antecedente alla fatal direzione, si è recato a Benevento, la Lourdes della politica italica (chiedere a Mastella per credere).

Per chi non l'avesse capito, il Partito Democratico, così come lo conoscete (noi abbiamo qualche deficit cognitivo, certe cose non ci sono ancora molto chiare), si appropinqua alla morte. Ce ne faremo una ragione. Già operammo in questo modo quando nacque. PCI, PDS, DS, PD...; per capire la sigla del soggetto politico che verrà, bisogna cogliere la sequenza alfabetica esatta. I primi due acronimi, così come i secondi, presentano due costanti: il numero di lettere e una lettera invariabile. Ci sbilanciamo. Per non offendere nessuno, si chiamerà semplicemente P. Il font sarà il comic sans MR, nuovo di zecca. Per il logo, pronostichiamo un passaggio dalla flora alla fauna: niente più querce o ulivi; i tempi sono maturi per una tigre fosforescente con rimandi al tricolore, una cafonata acchiappavoti in perfetta continuità estetica con un'epoca segnata dal parruccanesimo trumpiano.

In sostanza, doveva succedere. Non poteva funzionare il matrimonio tra i post-post-pseudo-marxisti, o paraberlingueriani (l'altro Berlinguer, Luigi, quello della questione amorale dei crediti universitari), e i veteroparrocchiani in fuga fobica dal pansessualismo berlusconico, troppi prefissi scolorenti. D'altronde, quando parti con un Adinolfi – definibile come 4/5 del Giuliano Ferrara politologo e non solo – candidato alle primissime primarie per la segreteria, e quando i Veltronalia vengono celebrati con “Mi fido di te” di Jovanotti, è evidente che i problemi da risolvere non si limitano alla colonna sonora.

Vocazione maggioritaria ha significato dissimulatio: la sinistra andava nascosta per essere salvata. Sinistra di governo, sinistra di lotta o sinistra nel tempo libero? Ecco il trilemma. Risposta veltroniana ufficiosa: meglio una sinistra sradicata responsabile, nonché pronta a includere i diffidenti, di una sinistra radicale spensierata e prigioniera del passato. Ottimo, cioè, si fa per dire. Morale della favola: visti i risultati, possiamo tranquillizzarci sull'eventuale decesso del PD. Il suo funerale non sarà il nostro, né quello della sinistra, con la quale, in termini di azione politica, non ha avuto nulla da spartire.

Alt, forse abbiamo corso un po' troppo. A veder bene, i fuoriusciti, per numero, non fanno massa critica. E, si sa, ciò che non ti uccide ti rende più neocentrista. Per cui, il giocattolo veltroniano potrebbe non rompersi. Anzi, allo stato attuale, il segretario dimissionario, già ricandidatosi, non ha alcuna intenzione di mollare la presa. Inoltre, la permanenza desultoria di Emiliano gli permetterà altresì di confrontarsi con uno sconfitto scontato in grado di dar maggior lustro alla sua futura vittoria. Conclusione: per la tigre fosforescente dovremo pazientare.

Ma, sorti del PD a parte, i provvisoriamente apolidi, in tutto ciò, cosa faranno? Questo avremmo chiesto a D'Alema, se fossimo andati al recente incontro in quel di Benevento. Stavamo addirittura per andarci. Giornalisticamente era un'occasione. Un amico dalemiano-organizzatore (ignaro del fatto che neanche D'Alema in persona si sentirebbe all'altezza di definirsi dalemiano) ha cercato di persuaderci, quasi riuscendoci. Negli intervalla insaniae del momento, però, ha prevalso la tentazione di desistere; al palle rotte eppur bisogna andar, abbiamo contrapposto un caffè in buona compagnia, senza pentircene.

Se gli avessimo chiesto dove fossero gli scissionisti-idealisti durante l'approvazione del Jobs Act e della Buona Scuola, sarebbero saltate fuori luccicanti argomentazioni sul principio di lealtà, sulla disciplina di partito e così via. Guai a parlare di ambizioni personali frustrate. Se gli avessimo chiesto di ipotetici progetti politici innovativi, avremmo incassato una tonnellata di vaghezze. Per cui, meglio il caffè. Meglio altre, ben più romantiche, compagnie.

Eh si, perché una pseudo-neo-sinistra-ritardataria-coriandolizzata non ha granché da offrirci, nemmeno sul mero piano retorico. Il classismo delle piccole differenze, quello della microinvidia sociale cagionata dal capitalismo antropologico (che per un acrobatico Fusaro, su un piano bioeconomico, si tradurrebbe anche in un'invidia di genere da freudismo inverso – “l'ideologia gender” in qualità di limitatezza del pene), non si riconosce affatto nel campo progressista di Pisapia e affini, meno avvincente del teorema di Rolle a prescindere.

Una profonda crisi di sistema è in atto da parecchio, ma è stata già cavalcata da altri narratori, più scaltri nell'offrire una facile rappresantatività intestinale. La sinistra ha perso perché non ha voluto fare la sinistra proprio in una fase storica in cui avrebbe avuto la sua migliore occasione. A questo punto, liberi di persistere nell'igienismo coscienziale (sostenere l'aborto di turno alternativo al PD) o nel menopeggismo (votare il PD in opposizione a). Dal canto nostro, preferiamo traslocare in una canzone di Rino Gaetano a caso.