Bodei, Maffettone e la ricerca della verità nel mondo della comunicazione infinita: lavorare di continuo dapprima su se stessi

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Il film “Prospettive di un delitto”, che cerca di mettere insieme otto punti di vista diversi, quelli degli otto protagonisti coinvolti in un attentato terroristico, è scelto dal primo ospite del VI incontro del III Festival filosofico organizzato dall’Associazione Culturale Stregati da Sophia, Giuseppe Bellassai, questore di Benevento, per aiutare a capire quanto complessa e faticosa sia la ricostruzione di un “fatto”. Troppe le visioni che concorrono alla definizione della verità che finisce per frantumarsi in una miriade di frammenti: quelli dell’angolazione di ogni singolo attore. È dominante, nell’intervento del questore, la sua “sicilianità” con la presenza, in controluce, del conterraneo Pirandello di Uno, nessuno, centomila. Se ciascuno ha una propria visione, qual è la verità di un fatto? La difficoltà di chi investiga, e dunque del suo lavoro, continua il questore, è proprio liberare il campo dalle interpretazioni degli indagati che sono sempre mosse dal bisogno di giustificarsi e di creare alibi per i propri crimini: esso si presenta, così, come un percorso attraverso l’inclinazione alla menzogna di chi mente sapendo di mentire, di chi non si rende conto di farlo e di chi non sa di farlo. Il cammino è irto di ostacoli, ma la differenza tra gli uomini e i bruti, conclude col De Officiis di Cicerone, è proprio nel tentativo di cercare la verità. E dunque nel continuare a perseguirla.

Il rapporto tra la Verità e le verità percorre questo ciclo di incontri che ha posto l’uno accanto all’altro, oltre il questore e Filppo De Rossi, rettore dell’Università che ha coordinato gli interventi, due personalità molto diverse ed egualmente stimolanti della filosofia contemporanea, Remo Bodei e Sebastiano Maffettone.

Riprendendo lo scetticismo di Pirandello e contestualizzandolo nell’età delle “verità alternative”, della post-verità e delle fake che ormai invadono la nostra contemporaneità e inducono a credere che non esista un nucleo comune su cui intendersi e incontrarsi, Bodei, con la consueta chiarezza, sorprendente nell’apparente facilità di coniugare respiro amplissimo e profondità speculativa, ha tracciato un lungo percorso dai Sofisti fino ai nostri giorni. Iniziando con Protagora e Platone, Aristotele fino a Sorel, Rorty, Foucault, Orwell, riuscendo anche a citare Eco, Sartori, Bobbio, ha rilasciato una vera miniera di riferimenti che si sono intrecciati con gli eventi storici. Bodei ha sottolineato, in particolare, il passaggio da un modello lineare di comunicazione al modello circolare introdotto dalla radio che ha rivoluzionato il rapporto tra emittente e ricevente, ampliando la platea di interesse con effetti positivi, ma anche perversi, poiché ha favorito da un lato la democrazia e dall’altro la propaganda dei regimi totalitari. Due esempi opposti, in questo senso, sono stati il ruolo della EIAR, creata ad hoc da Mussolini, e quello di radio libere come Radio Londra. Se la radio ha iniziato a politicizzare la vita sociale, facendo entrare il mondo nelle case, il mezzo di comunicazione che ha completamente invaso l’οἶκος, il privato di ciascuno, rendendo “porose” le pareti di casa è stata, però, la televisione. La politica è stata “addomesticata” e la casa politicizzata. Si è passati dall’homo sapiens a quello che Sartori ha definito l’homo videns, che si abitua a ricevere informazioni senza poter interagire. Con i social è cambiato ancora il modo di comunicare. Siamo diventati il crocevia di informazioni e di messaggi pressoché infiniti nei quali non riusciamo a districarci e a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, per cui possiamo diventare vittime di ogni menzogna che si spacci per verità. C’è stata, continua Bodei, una vera “infantilizzazione del pubblico” e la politica si è adeguata diventando narrazione. Le promesse della democrazia, ha citato Bobbio, non sono state mantenute. Cosa fare a questo punto? Il filosofo continua ricordando il mito della caverna di Platone, soprattutto in riferimento all’azione del sole che acceca e ferisce, per ribadire, nel ricordo delle vittime delle varie epoche storiche, una per tutte il calabrese Campanella, come la ricerca della verità sia sempre pericolosa. Foucault riferisce della simulazione e della dissimulazione nel ‘500 e nel ‘600 per rimarcare come fosse consigliabile la prudenza dello stare dietro una finestra per poter vedere senza essere visti. Lo stesso Torquato Accetto parla di una dissimulazione onesta, saggia, quando diventa indispensabile per difendersi dall'oppressione dei potenti. D’altronde le dittature corrompono tutti: da esse è difficile uscire puri. La capacità di giudizio rischia di deperire in esse, ma rischia di deperire anche nelle moderne democrazie. Gli antidoti, ancora una volta, sono lo studio, il pensiero critico, la filologia, la storia. Ancora una volta, la via per uscire dalle trappole è il pensiero critico e l’autonomia di giudizio: pensare con la propria testa è difficile, ma, conclude con un sorriso Bodei, per dirla con un “filosofo” dei nostri tempi, Catalano, è meglio pensare con la propria testa che con la testa degli altri.

La lectio magistralis di Sebastiano Maffettone si è incentrata tutta su una tesi, semplice nel suo nucleo, complessa nella modalità di sviluppo: la ricerca della verità richiede un lavoro continuo su se stessi. Partendo dalle differenze tra cultura occidentale, connotata razionalmente, e cultura orientale, caratterizzata da una prevalente impronta spirituale, Maffettone invita ad aprirsi alle culture altre per poter riempire la ricerca di ciò che è fuori di noi della ricchezza dell’analisi introspettiva, centrale nella filosofia orientale. Anche la politica ha bisogno di ritrovare credibilità e per farlo ha bisogno di incarnarsi non tanto in idee ma in persone. Torniamo alla persona!, sembrerebbe invitare Maffettone. E cita anche lui Foucault quando sostiene che nessun orientale penserebbe mai che si possa essere credibili senza vivere in prima persona ciò che si chiede al mondo. Per migliorare le cose, bisogna prima cambiare se stessi. Il rapporto tra conoscenza e spiritualità è difficile, ma imprescindibile. La cura di sè, cui Foucault ha dedicato amplissimo spazio nelle sue opere, è fondamentale e richiede anche una sorta di eros, di passione, che nutre lo sforzo conoscitivo. In questo senso il legame tra illuminismo occidentale e buddismo orientale è fortissimo ed è nel lavoro su se stessi che si compie in ogni ricerca.

L’Occidente ha identificato la spiritualità con la religione e la razionalità con la scienza: è un errore. Non tutto ciò che è attenzione allo spirito è religione. Il campo in comune, invece, è la meditazione, comune all’’Occidente e all’Oriente. Da Confucio a Gandhi non è pensabile una conoscenza di qualcosa che non inizi con la conoscenza di se stessi. La verità si apre a essa, però, se si sceglie di cambiare. Il percorso conoscitivo implica, infatti, una conversione, una conversione che renda complementari ciò che la filosofia ha separato e cioè metafisica pubblica e metafisica speculativa. Il momento ascetico, d’altronde, precede ogni ragionamento e fonda la ricerca: se la conoscenza non servisse a niente, non si capirebbe perché si dovrebbe spendere tutta la nostra vita nell’inseguirla. Il centro è nel rapporto corpo-mente, inscindibile. In questo la filosofia è un esercizio, è piuttosto un filosofare e il dominio di sé lo scopo ultimo della meditazione. È una meditazione che si apra agli altri. In Confucio e Gandhi, due pilastri della cultura orientale, sono presenti due concetti che aiutano a comprenderne il peso culturale: armonia e swaraj

L’armonia di cui parla Confucio si fonda sulla benevolenza delle persone: disciplinare se stessi porta a essere comprensivi con gli altri. Nella filosofia occidentale, invece, sostiene Maffettone, si è perso il contatto con se stessi, quella dimensione ascetica senza la quale, invece, per un orientale è impensabile fare filosofia.

Di Gandhi Maffettone ha sottolineato il valore politico del suo concetto di swaraj che in sanscrito significa “autogoverno”. Gandhi, infatti, connetteva la capacità di autocontrollo e di dominio di sé con il cambiamento e la conquista dell’indipendenza dell’India. Il governo di sé, dunque, è momento individuale che prepara quello collettivo. L’Occidente, invece, ha rotto questo rapporto tra etica, individuale, e politica, collettiva. Il mito della democrazia occidentale, inoltre, è in crisi: Trump, l’inghilterra della Brexit, Le Pen ne sono una dimostrazione. Anche il suo modello politico e sociale non è più accettabile. In verità, nessuna società può cambiare se prima non cambiano le persone. In questo senso, dunque, conclude Maffettone, dovremmo connettere l’Oriente con l’Occidente per dare a quest’ultimo linfa nuova per la politica occidentale: dovremmo, cioè, incominciare a guardare altrove per vedere se è possibile trovare qualcosa.