La proposta populista di Emiliano per le primarie: togliere lo stipendio ai parlamentari "come a Cuba", ma il castrismo in salsa pugliese non convince

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Michele Emiliano, attuale governatore della Puglia e contraltare di Renzi alle prossime primarie del PD, in questi ultimi giorni, per recuperare posizioni rispetto al proprio competitor, sta insistendo su una proposta a dir poco rivoluzionaria: l'abolizione degli stipendi dei parlamentari e la sostituzione degli stessi con dei semplici indennizzi "come a Cuba”.

Il fine manifesto di una simile ricetta consiste nel rendere la carriera politica una strada non appetibile, concetto che, se dovesse affermarsi, secondo l'ex sindaco di Bari, scoraggerebbe il persistere dei politici di professione, quegli stessi politici che hanno visto nelle scalate di partito un'opportunità occupazionale da cogliere senza perdersi troppo in stanchi idealismi. In sostanza, la gestione della cosa pubblica deve tornare a essere un compito nobile e disinteressato, se non addirittura sconveniente.

Un'argomentazione anti-casta dal sapore platonico: l'idea che l'uomo di governo, spoglio di qualsiasi proprietà, debba essere completamente consacrato alla cosa pubblica e che il suo interesse individuale debba armonizzarsi alla perfezione con la ricerca del bene collettivo e la conservazione della pace sociale, fanno avvicinare, di fatto, l'utopistica Platonopoli alla populistica Emilianopoli; non serve più ricomporre la frattura tra filosofo e polis, ma quella tra politico e polis.

Ora, se c'è una cosa che Emiliano sa è che il populismo gli dona; dona a tutti, perché non dovrebbe donare a un omone apparentemente tutto d'un pezzo come lui. Tuttavia, se c'è un'altra cosa che Emiliano sa è che non può vincere nel confronto con Renzi, nemmeno lanciando una bomba di tale portata. Ragion per cui, questo suo investimento in una retorica ultragrillina sarà stato considerato, dagli strateghi della comunicazione che lo sostengono, come proficuo sul lungo termine.

Dunque, allo scopo di limitare, almeno in parte, l'ondata di giubilo da castrismo in salsa pugliese (leoni da tastiera, tigri da touch screen e altra roba da bestiario informatico pronta a pullulare), ci dedicheremo a una breve analisi problematizzante dell'audace proposta, pur sapendola irrealizzabile, sviscerando eventuali criticità.

In primis, bisogna considerare il potenziale rischio di corruzione campeggiante in un'azione amministrativa completamente sguarnita di adeguate tutele economiche: un criterio di salvaguardia dell'etica pubblica e di lotta alle aberrazioni corporativiste potrebbe facilmente trasformarsi in un ricettacolo ideale per un incremento dell'affarismo occulto; un conto, infatti, è decurtare stipendi stratosferici o eliminare privilegi, altra cosa è negare una retribuzione tout court e sostituirla con un semplice indennizzo. In sintesi, abbiamo l'impressione che il numero degli idealisti duri e puri da ingaggiare per una rivoluzione del genere sia piuttosto esiguo.

In seconda battuta, sul fronte della partecipazione, occorre sottolineare un effetto discriminatorio, non immediatamente visibile, insito in una classe dirigente da depauperare: il paradosso è che la politica, qualora dovesse produrre un danno economico a chi la pratica, finirebbe con l'essere unicamente appannaggio di chi se la può permettere; parametro che andrebbe a escludere dalla rappresentanza tutti coloro che appartengono alle fasce di reddito più deboli. Realizzerebbero un'utopia classista e la chiamerebbero democrazia igienica.

D'altra parte, affinché una concezione del genere non risulti discriminante, è necessario che ciascuno, nell'intraprendere un simile percorso politico in maniera serena, fruisca delle medesime condizioni economiche di partenza di tutti gli altri, come avviene (o dovrebbe avvenire) nella succitata Cuba. La quale, oltretutto, non ci sembra, per tanti versi, un invidiabile modello a cui fare riferimento.

In conclusione, la nostra coscienza infelice ci fa guardare al trasversalismo anti-casta cavalcato da Emiliano come a un'ultima risorsa retorica di una certa “sinistra”. Quella stessa sinistra pienamente a suo agio con gli abomini prodotti da un mercato incontrollato, ideologicamente necrotica, orfana di soggetti sociali organizzabili e priva di credibilità residua.

La disponibilità economica futura di buona parte della nostra generazione, cessato il welfare familiare, non avrà il mito di sé. Il lavoro sparisce, così come i diritti dei lavoratori. E non sarà certo un immiserimento relativo dei parlamentari a tranquillizzarci.