Interruzione volontaria della gravidanza negata a Benevento e non solo: le leggi dello Stato devono essere applicate e l'obiezione di coscienza va rivista

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

L'8 marzo è alle porte, ma a Benevento, come in moltissimi altri luoghi, c'è poco da festeggiare. Lo sanno bene le attiviste locali del movimento “Non una di meno”. Le quali, in virtù della sospensione per più di un mese del servizio di IVG (interruzione volontaria di gravidanza) verificatasi presso l'azienda ospedaliera Gaetano Rummo, hanno organizzato, alle 10 di domattina, un presidio di protesta davanti alla struttura sanitaria inadempiente. Iniziativa che si intreccerà con un'ulteriore manifestazione, diversamente articolata, prevista per il pomeriggio in piazza Federico Torre.

A tal proposito, Valentina Leone, rappresentante del movimento sul territorio, ci ha consegnato le seguenti dichiarazioni: Fondamentale il presidio in difesa della 194 presso l'Ospedale Civile Rummo, dato che da mesi il servizio di interruzione volontaria di gravidanza non è garantito; non rispettando così non solo la legge 194/78 ma anche l'art. 54 della Costituzione Italiana che impone ai funzionari pubblici di adempiere alle leggi di Stato. Ha poi aggiunto che il gruppo Non una di meno Benevento nasce dal bisogno reale di creare in città uno spazio di discussione inclusivo sulla questione di genere. E, alla luce di quanto accaduto, come darle torto.

A questo punto, oltre ad aggiungere che in tempi brevi l'ospedale incriminato dovrebbe riattivare il servizio garantendo nuovamente l'applicazione di una legge in vigore dal 1978 , sarebbe opportuno un supplemento di critica sull'argomento. In particolare, sulla comune percezione della posizione abortista e sul tema controverso dell'obiezione di coscienza.

Avete notato come ogni qual volta che la televisione si occupa di un episodio eticamente sensibile tenda a escludere dal dibattito bioeticisti o scienziati, incoraggiando, al contempo, il presenzialismo di preti, vescovi e altri esperti in amore astratto?
Oppure, come si sprechino di continuo importanti occasioni per fare dell'informazione corretta su questioni delicate facendo intervenire vari ed eventuali allungatori di brodo democristiani (spariti dai monitor della politica che conta, ma sempre sul pezzo quando ci sono vite e scelte drammatiche altrui da giudicare)?
Dunque, in questo spazio testuale, allo scopo di limitare i danni causati dalle numerose deformazioni manipolative in circolazione, cercheremo di decostruire tutte quelle tesi secondo cui l'aborto sarebbe da valutare alla stregua di un omicidio.

In primis, l'embrione non è una persona, né una persona in potenza. Chi sostiene il contrario si avvale di un'assunzione arbitraria, di un'interpretazione metafisica piuttosto farraginosa, ma non può far leva su alcuna base scientifica. Infatti, se considerassimo, seguendo questa linea di ragionamento, un embrione come un individuo potenziale, dovremmo fare altrettanto con gli spermatozoi e gli ovociti: questi ultimi, a veder bene, presentano la medesima rispettabilità biologica del primo, poiché al loro interno già contengono tutte le informazioni genetiche necessarie per la costruzione di un nuovo essere umano. Ma equiparare la masturbazione al pluriomicidio, al di là di come possa pensarla Adinolfi (ipotetico teorizzatore dell'onanismo in qualità di crimine contro l'umanità), ci sembra un azzardo non da poco.

In seconda battuta, il parlare di aborto in termini di mero ecologismo demografico, vale a dire di un dispositivo di ingegneria sociale promosso tramite sofisticati alibi scientifici (tra i quali: la discontinuità biologica derivante dal concepimento non è ragione sufficiente per considerare l'embrione una persona; entro le prime dodici settimane di gestazione non si è ancora formata la corteccia cerebrale; ecc.), lascia perplessi. Anche l'appellarsi, pasolinianamente, a una liberazione consumistica del coito calata dall'alto – per evitare che l'ansia sociale da rapporto sessuale perpetuo si traduca in un'ansia da proliferazione incontrollata delle nascite –, non convince granché. In sostanza, le ragioni a favore della posizione abortista godono di una loro autonoma consistenza, a prescindere da qualsivoglia forzatura complottoide. Che un embrione sia un essere umano a tutti gli effetti è un'opinione discutibile non avvalorata scientificamente, che una donna debba poter esercitare la propria capacità di autodeterminazione, quindi di decidere del proprio corpo, è invece cosa sacrosanta. E, a proposito di diritti delle donne negati, passiamo ora agli obiettori di coscienza, perché il caso di Benevento non rappresenta un'eccezione per quanto concerne l'illuminato sistema sanitario peninsulare.

Anzi, in molte regioni, tra cui la prevedibile Campania, i medici che non praticano l'interruzione volontaria della gravidanza si collocano addirittura tra l'80 e il 90% (Basilicata, Molise, Lazio, Puglia), con alcune strutture ospedaliere pubbliche che per lunghi periodi non arrivano a garantire il servizio, costringendo numerose donne a una forma singolare di emigrazione. Statistiche (impensabili in Francia, Germania o Inghilterra) che fanno trasalire: addirittura, ci sono paesi, come la Svezia, in cui l'obiezione di coscienza non è neanche prevista. Ma non mischiamo le questioni.

Primo punto: uno stato serio dovrebbe vigilare sull'applicazione della legge, tutelando i diritti dei propri cittadini. Se questo non accade, la situazione è grave. Casi come quello di Benevento raccontano di uno stato che accetta, di fatto, la discriminazione.

Punto due: l'obiezione di coscienza, oltre a essere occasionale o opportunistica in molte circostanze, andrebbe rivista. E andrebbe rivista perché poteva aver senso, al momento dell'approvazione della legge, solo per quelli che già esercitavano la professione. Ma, per tutti coloro che hanno intrapreso la carriera medica in seguito, non ha alcuna ragione per sussistere. Questi ultimi avrebbero dovuto essere consapevoli della centralità di un simile compito e delle norme in vigore. Se così non fosse, potremmo parlare di obiezione di incoscienza, cioè di assenza di consapevolezza delle proprie future funzioni lavorative.

D'altronde, non ce lo immaginiamo un soldato che si rifiuta di sparare una volta arruolatosi per sua scelta o un professore di lettere che si risparmia l'ingrato compito di spiegare D'Annunzio. Perché i medici dovrebbero godere di un simile privilegio?