"Cosa" non è la verità: Umberto Curi a Benevento illumina la via della ricerca e della liberazione

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Porre la domanda “Che cos’è la verità?” equivale a porre la domanda “Che cos’è la filosofia?”. È da tale questione che inizia la riflessione di Umberto Curi sul tema del III Festival filosofico dell’Associazione Stregati da Sophia e la scelta di analizzarla con riferimento a due filoni culturali ai quali siamo egualmente legati, quello giudaico- cristiano e quello greco-romano.

Testo di riferimento per l’approccio religioso è il Vangelo secondo Giovanni.

Gesù è nell’orto dei Getsemani: è angosciato, suda sangue, pensa al supplizio che di lì a poco dovrà subire. Viene arrestato e condotto davanti alle massime autorità religiose, prima il suocero di Kaifa, poi Kaifa stesso, ma alle loro domande non risponde. Di fronte a Pilato, governatore romano della Palestina, autorità politico-istituzionale, invece, per ben due volte richiama la parola Verità, di cui si dichiara μάρτυς, testimone. Pilato gli chiede, allora: τί ἐστί ἀλήθεια? Quid est veritas? Che cos’è la verità?

Gesù non risponde: è un passaggio drammatico, sottolinea Curi, considerando che Gesù aveva già detto a Tommaso che lui era la via, la verità, la vita, ma Tommaso era un apostolos, capace di ascoltarlo; non così Pilato che, nel porre la domanda, aveva implicitamente ridotto la verità a “cosa”. Per Gesù, invece, la verità non può essere “cosalizzata”: essa non è un contenuto ma coincide con l’esperienza. È una testimonianza di vita. Pilato, inoltre, continua Curi, rappresenta il potere politico, ma la verità di cui Gesù è μάρτυς attiene a un contesto intellettuale altro rispetto a quello politico.

Tra Pilato e Gesù non ci sono le condizioni minime per un dialogo, conclude Curi, che sottolinea come questi passi rappresentino l’orizzonte del cristianesimo entro il quale compare l’interrogativo sulla verità. La verità che qui si annuncia è una “veritas indagandi”; non possesso, ma ricerca, infinita “inquisitio”: è un processo, non l’esito di un processo. È qualcosa che si cerca e che denuncia una condizione di indigenza, di mancanza di qualcosa che non si ha.

Interessante è la lettura di Curi perché consente un’ulteriore sottolineatura della distanza, spesso abissale, a mio avviso, tra la Chiesa come istituzione, che ritiene di possedere la verità e se ne fa depositaria, e la lettura evangelica del cristianesimo che, invece, deve la sua anima alla ricerca della verità come testimonianza.

Dal filone greco-romano Curi riprende la lettura del libro VII della Repubblica in cui Platone racconta il famosissimo mito della caverna, presentato come un percorso allegorico dall’ignoranza alla conoscenza, dalla schiavitù alla libertà, dalla malattia alla guarigione. È un cammino doloroso che non termina con la visione del Sole, cioè del Bene, della Verità. Esso implica, nel prigioniero che si è liberato, una tensione etica e pedagogica: il saggio, colui che è finalmente pervenuto alla conoscenza, non può fermarsi in contemplazione, ma deve rientrare nella caverna per guidare verso quella verità coloro che sono ancora nell’oscurità. Egli sa che è pericoloso e che dovrà combattere con abitudini e inganni ormai cristallizzati ma non può non assumerne il rischio. Perché lo fa? Per altruismo, per generosità? Perché è un dovere che sente, perché la libertà, e qui Curi cita Heidegger, non è tale se non è liberazione. Essa non è un quieto possesso, ma l’incessante pòlemos tra schiavitù e libertà. Anche in questo contesto culturale dunque, laico e non religioso, anzi a maggior ragione, la verità non è una “cosa”, ma un processo continuo di ricerca e di liberazione.

Tanti sono gli spunti che la lectio di Umberto Curi, come sempre, ha stimolato. La citazione di Heidegger, ad esempio, ha spinto la riflessione su come non sempre verità ricercata e testimonianza filosofica siano realizzate nella stessa esperienza di vita: se, infatti, la verità coincide in qualche modo con la ricerca filosofica ed è testimonianza, pensatori come Socrate, Bruno, Ipazia avrebbero completamente assolto il compito di rimanere fedeli, nei loro tormentati vissuti, ad una visione della filosofia come liberazione dalla servitù, rispetto della verità e rischio. Un filosofo come Heidegger, invece, la cui altezza speculativa è tale da farne una delle menti più raffinate del XX secolo ma la cui collusione col governo nazionalsocialista, ormai ripetutamente dimostrata, ne ha rivelato la miseria morale, attesta che non sempre alla profondità intellettuale segue un’automatica nobiltà etica, a indicare la contraddizione spesso vissuta tra astratta funzione liberatrice della filosofia professata, da un lato, e concreta accettazione o giustificazione di pratiche asservitrici della verità, dall’altro.