L'ambiguo e il pretenzioso (e tanto altro ancora) che si nascondono dietro alla locale, dilagante espressione della "sincera verità"

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

L'espressione “sincera verità”, coniata altrove, riscuote in loco un formidabile successo. Sin troppo spesso la vediamo balenare nei discorsi senza svolgerne le virtualità speculative, lasciandola cadere illesa. Ebbene, a causa di un nutrito elenco di motivazioni, più o meno nobili, abbiamo deciso di occuparcene:

1. Giusto un mese fa, in virtù di un articolo sulla problematicità locale del saluto, ci è stato dedicato un avverbio ad personam, nostra segreta, nonché perversa, ambizione. Continuare su un percorso di approfondimento analogo ci è parsa la soluzione migliore per sdebitarci.
2. Questa cosa occupava spazio nella testa da molto tempo, andava tirata fuori con la corretta dose di velleità.
3. Una stimata amica, leopardianamente inorridita – lei che leopardiana non è – quasi quanto noi da alcune abitudini linguistiche ripugnanti, ci ha suggerito di aggredire analiticamente il “vero sincero” con spirito treccanide, accantonando ogni approccio circonvallatorio. Un solo grido di battaglia (già persa in partenza): tutti morimmo a Stanford!
4. Ci si presentava una ghiotta opportunità per sbizzarrirci con l'introspezione collettiva, mai sufficiente. D'altronde, abbiamo messo la pancetta, un po' di ginnastica psico-sociologica sarebbe d'obbligo.
5. Pur sapendo della nostra limitata capacità di impattare sugli altri e della scarsa presa che le parole hanno in generale sulla realtà (escluse quelle appartenenti alla cardioretorica, alla gastroretorica o alla epatoretorica), abbiamo ritenuto tale antieroico compito un dovere morale. Questo perché, in occasione del succitato pezzo sulle difficoltà autoctone nel salutare, ci siamo trovati a incassare molti “liberatorio” tra i pareri dei lettori. Alcuni dei quali speranzosi in uno scossone antropologico. Illusi.
6. La considerazione “ma non siete di Benevento, giusto?” al termine di un breve scambio di battute istintivamente gradevole con un estraneo del luogo è tutt'altro che rara. Per cui, possiamo affermare con forza che la comunicazione sannita presenta evidenti disturbi. Se non vogliamo che la nostra città competa per il titolo di capitale mondiale della sgradevolezza gratuita, bisogna far qualcosa.
7. La laboriosa noia che in qualche circostanza ci fa visita meritava un salto qualitativo. La qualità media della noia sa essere, purtroppo, molto scadente.
8. Il brillante Diderot ci ha insegnato l'importanza della concupiscenza intellettuale: sentire certe idee e giocare con il loro capitale di seduzione non ha eguali.

Torniamo a noi. La verità ha conosciuto momenti migliori, occorre ammetterlo. Non viviamo in un'epoca truth-friendly. Anzi, siamo passati dalla divina troppo divina verità, alla mediatica troppo mediatica post-verità. E, nel totale caos semantico in cui abitiamo, così restio alla metacognizione, non deve sorprendere l'insorgere di mostri linguistici difficili da disciplinare come la cacologica “sincera verità”.

Di primo acchito, saremmo tentati dal polarizzare la questione, condannare tale formula apparentemente pleonastica e addossare la colpa della locale fortuna della stessa a un'allarmante ipotesi congetturale. Ipotesi in base alla quale il livello comunicativo standard accetterebbe la falsità come norma. In sintesi: la denuncia improvvisa del vero, la sua precisazione, acquisisce un senso comunicativo solo laddove è il falso a governare incontrastato; “ti sto dicendo la sincera verità!” (sottinteso: non come ho fatto finora). Un'onestà intellettuale ridotta a fuoco fatuo o qualcosa del genere. Ma è proprio così? Ci si può accontentare di questa spiegazione?

In effetti, che una comune interazione, qui più che altrove, si serva di verità d'appoggio, convenzionali o prese in prestito, quindi poco veritiere, con lo scopo di una semplificazione catenacciara dell'esistenza (ottenendo spesso, per paradosso, l'effetto contrario), è indubbio. Tuttavia, affermare una rigida abitudine al falso, al falso come automatismo sociale, partendo da tali presupposti, potrebbe essere un azzardo. Anche perché, nel rendere giustizia a una dimensione discorsiva disimpegnata, quindi ordinaria, sarebbe forse più appropriato e più realistico parlare di neutralità (ok, magari di spaventosa neutralità), anziché di falsità. Sottile differenza che indurrebbe, al momento opportuno, gli innumerevoli comunicatori, o corteggiatori del neutrale, a porre l'accento sull'irruzione del vero con l'espressione “sincera verità”; all'interno di un contesto dialogico, a questo punto, non strutturalmente falso, bensì pre-veritativo.

Eppure, a veder bene, non siamo circondati da soli individui che non aggiungono mai nulla, come se fossero nati durante un comizio dell'ex-premierbot Renzi. L'esperienza ci insegna che anche persone molto eterogenee, afferenti a diversi gradi di confidenza, nell'uso dell'incriminata espressione finiscono con l'essere oscuramente solidali. Ed è qui che le cose si complicano.

La “sincera verità”, infatti, fa la sua comparsa altresì in segmenti comunicativi nei quali gli interlocutori si mettono in gioco con piena adesione, senza interruzioni. Che il suo balenare voglia trasmetterci un significato debole, prospettico, di ciò che accompagna (sottinteso: quanto sto per dirti è la mia modesta opinione, il cui valore è ben lontano dal “cuore che non trema della ben rotonda verità”)? Oppure, al contrario, indica un vero che si concepisce come altisonante, quasi profetico, per pochi eletti, quindi meritevole di un'enfasi rafforzativa nel frangente in cui si manifesta? Difficile da stabilire.

Altra ipotesi, più ottimistica: perché non pensare alla “sincera verità” come a una verità avente un trasporto emotivo per chi la proferisce; sincera nel senso di “sentita”, non pronunciata con distacco e quindi degna di un'attenzione particolare. L'abbinamento dei due termini, alla luce di ciò, risulterebbe addirittura non scontato, né ridondante. D'altra parte, sebbene la sincerità appaia alla stregua di una predisposizione emotiva a dire il vero, non è detto che il vero le sia per forza consequenziale: un individuo sincero riferisce fedelmente ciò che pensa, ma che ciò che pensa corrisponda a verità non è affatto automatico. La buona fede non esclude l'autoinganno né include, di necessità, la proclamazione del vero. Una sincera falsità o un'insincera verità rimangono opzioni percorribili. Ricapitolando: verità e sincerità non sono vocaboli intercambiabili e l'affiancarli, sotto il profilo logico, rimane un'operazione plausibile; non c'è ripetizione.

Ma questo epilogo, purtroppo, non spiega granché: in primis, perché l'uso colloquiale dell'espressione analizzata coinvolge, nella maggior parte dei casi, un piano comunicativo non così ragionato o attento ai distinguo, il che non ci fa accantonare un'eventuale intenzione rafforzativa (o una ripetitività inintenzionale) da parte di chi se ne serve. In seconda battuta, perché non ci consente di rispondere alla domanda sull'abuso che se ne compie localmente, e stentiamo a credere a una proliferazione incontrollata di appassionati o di megalomani del vero (beh, di megalomani forse forse...).

In tal senso, potrebbe esserci d'aiuto il supporre che il diritto consuetudinario sannita, su cui ci stiamo pian piano erudendo, preveda il reato di personalità, dando il suo specifico contributo alla fortuna dell'espressione in terra beneventana: in altre parole, se una verità intima, autentica, scoperchiante, divergente, sentita, abbandona la clandestinità e si intromette in comunicazioni abituate a somministrarsi l'impersonale, una sottolineatura dell'interferenza appare fisiologica; una sorta di avviso agli ascoltatori ormai assuefatti a contenuti da fascia protetta. Chiarimento: sebbene l'impersonale non coincida con il falso duro e puro (come immaginato nell'ipotesi di partenza), di certo, rimanda all'inautentico; dunque, i fuochi d'artificio li stipiamo per un'altra circostanza. Ma si tratta, appunto, di una supposizione.

Un riduzionista, per consolarci (o per romperci le palle), obietterebbe che l'instaurare consonanze profonde tra linguaggio e vissuto presenta sempre ampi margini di arbitrarietà e che si potrebbe ridimensionare notevolmente la portata analitica dell'inflazione linguistica della “sincera verità” riconducendola a un semplice intercalare tra gli altri.

Tuttavia, ce ne freghiamo, perché siamo convinti, per dirla con Wittgenstein, che i limiti del nostro linguaggio siano i limiti del nostro mondo e che, di conseguenza, la nostra esperienza non possa non articolarsi secondo trame linguistiche, le stesse trame linguistiche che ci spingono verso l'abuso della “sincera verità” – il “ci” è di cortesia, sarebbe più corretto un “vi” .

E se intervenire sul nostro linguaggio significa intervenire sul nostro mondo, battiamoci contro il furoreggiare della suddetta espressione. La quale, al di là di tutto, è davvero brutta, oltre a essere ambigua. E anche se non dovesse convincere a pieno la tesi di Wittgenstein e le schifezze del nostro linguaggio non fossero le schifezze del nostro mondo, nel dubbio, combattiamola lo stesso. Viva il vecchio “sinceramente”, meno ambiguo e meno pretenzioso!