Indolenza, incomunicabilità e il pentolone facebook come il bar dove con l'insulto si pensa di azzerare i diversi punti di partenza

- La Botte di Diogene di anteo di napoli

La notizia che la madre di una mia ex compagna di nuoto (ma non ex amica, almeno credo) abbia conseguito una seconda laurea, ha avuto l’effetto di un pugno in faccia alla mia indolenza, il secondo in poche settimane. Il precedente, paragonabile a un “gancio al plesso solare”, di quelli che provocano l’immediato abbassamento della guardia da parte di un pugile, lo avevo ricevuto da un altro collega che mi aveva comunicato la sua imminente laurea in archeologia!

Lo ascoltavo a bocca aperta descrivere la piacevolissima sensazione di poter studiare senza la giovanile angoscia degli esami e raccontare di un tirocinio trascorso sotto il solleone a scavare ai Fori Imperiali in mezzo a colleghi poco più grandi dei suoi figli. Tornato a casa, mia moglie ha completato l’opera: “Sono anni che ti sprono a prendere la laurea che avresti voluto”. E ha rincarato la dose con un altro dei suoi argomenti consueti: “E sbrigati pure a raccogliere in un volume i tuoi articoli”.

Nelle ultime settimane il pressing si è fatto particolarmente insistente, forse perché, dopo il mio giro di boa dei cinquanta, ha percepito un atteggiamento da “partita archiviata”, analogo a quello che porta i calciatori del Napoli ad attentare alle coronarie dei propri tifosi, rientrando sovente negli spogliatoi… molto prima del triplice fischio finale.

Ci sto seriamente riflettendo. La tentazione di iscrivermi a un corso di laurea si era fatta molto forte già lo scorso anno, quando per alcuni mesi avevo aiutato una mia giovane amica a preparare l’esame di storia moderna a Scienze Politiche. Mi frena la paura di non riuscire a gestire il tempo per conciliare studio e lavoro in un’età in cui le capacità di recupero dalla stanchezza si sono decisamente affievolite. Quanto al libro, le mie perplessità sono riassumibili nella domanda: “A chi potrebbe interessare?”

In un certo senso, anche il lungo silenzio della mia rubrica sul Vaglio.it, durato quasi due mesi, nonostante i fraterni solleciti del Direttore, si colloca nel rallentamento complessivo della mia vita, dopo lo snodo fatale dei cinquanta. Inoltre, l’accentuarsi della mia storica insonnia e un periodo di scadente forma fisica hanno innescato circolo vizioso che mi ha quasi imposto di sostituire nel tempo libero qualche ora di sonno (non proprio tranquillo) ad attività più “produttive”, come nuotare o scrivere.

Si aggiunga che da qualche mese trascorro al lavoro più tempo del solito davanti al computer, “danno collaterale” di un momento professionale abbastanza positivo che mi ha consentito di tornare a dedicarmi a quel che più mi piace fare, cioè produrre articoli scientifici.

Per inciso, l’esperienza ultradecennale con Il Quaderno prima e Il Vaglio poi, ha migliorato anche la mia capacità di scrittura scientifica; infatti, le due tipologie di scrittura sono molto più simili di quanto si possa immaginare, almeno per la comune necessità di contestualizzare l’argomento, di esporre cosa si propone di nuovo e infine trarne le conclusioni anche alla luce delle opinioni altrui, in particolare quando non coincidenti con le proprie.

Domenica scorsa, mentre prendevamo un aperitivo, ho spiegato al Direttore la vera causa del mio prolungato silenzio, verificatosi paradossalmente in un periodo caratterizzato dall’abbondanza di eventi meritevoli di riflessioni o di un racconto. Si è trattato di una sorta di auto-censura dovuta al timore che taluni argomenti (anche miei “cavalli di battaglia”) potessero scatenare polemiche e, per dirla brutalmente, non avevo voglia di affrontarle!

Ci sono stati casi in cui l’idea di dover quasi sfidare l’umore generale, percepito attraverso la frequentazione dei social (fondamentalmente Facebook), con posizioni necessariamente divisive, mi ha portato a lasciare nel cassetto testi quasi compiuti. Il rapporto con Facebook costituisce in tal senso un problematico paradosso.

Proprio il Direttore mi aveva convinto a iscrivermi al social, ritenendolo giustamente, se non altro, uno strumento adatto a facilitare la diffusione degli articoli. Tuttavia, Facebook è anche un luogo dove non è possibile proporre serenamente una considerazione, un commento senza subire un diluvio di messaggi talora aggressivi, se non offensivi, per di più quasi mai supportati da argomenti documentati. Una sensazione analoga a quella delle discussioni di un tempo negli scompartimenti dei treni, che avevano il luogo comune come punto di partenza e il litigio come punto di arrivo se si tentava di proporre dei distinguo.

Il mio amico Alfonso si rifiuta di avvicinarsi a Facebook poiché, credo a ragione, lo percepisce come un luogo simile al bar di paese, dove l’azzeramento dei punti di partenza (esistono, eccome, altrimenti a cosa servirebbe istruirsi e conoscere?) fa sì che le opinioni finiscano indistintamente in un pentolone che una nuova stregoneria trasforma (o vorrebbe trasformare) in piatti tutti uguali tra loro, a prescindere dalla qualità degli ingredienti di partenza.

L’aggravante è che proprio come al bar del paese chi ha meno argomenti (o nessuno) pareggia il risultato con l’insulto e l’aggressione verbale.

In definitiva, l’epoca della comunicazione in diretta e per tutti in realtà ha generato una nuova forma di incomunicabilità. Attingo a lontanissime memorie scolastiche per riesumare addirittura Gorgia da Lentini: “Nulla esiste, se esiste non è conoscibile dall'uomo, se è conoscibile non la si può comunicare ad alcuno”. Sicuramente non la si può comunicare via Facebook.