La nuova sortita su curriculum e calcetto di Poletti purtroppo non sarà l'ultima, per la mancanza di una unitaria e adeguata alternativa e l'occultamento

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Giuliano Poletti
Giuliano Poletti

Quel simpaticone di Poletti, specializzato in rimpasti governativi e ministro del lavoro precario, ne ha combinata un'altra delle sue. I disoccupati aumentano, i non occupabili dilagano, le tutele decrescono, il welfare è agonico, l'indebitamento della classe media si amplia a dismisura, ma tutto ciò non lo riguarda, perché la soluzione ce l'ha a portata di mano: organizzare partite di calcetto. Il medesimo Poletti che, nel pieno del suo abituale piglio mattacchioide, a proposito dei cervelli in fuga, così arringò in altra sede: “Conosco gente che è meglio sia andata via, questo paese non soffrirà a non averli tra i piedi”.

Lo stesso identico Poletti del “laurearsi a 28 anni con lode non serve a niente” – non mentiva, lui una laurea non la possiede e fa parte dell'Esecutivo per la seconda volta. Se non l'aveste ancora capito, stiamo parlando dell'artefice del Jobs Act, quella roba che ha fatto galoppare le statistiche sui licenziamenti disciplinari e ha sdoganato le potenzialità inespresse del voucherismo: “bisogna adattarsi ai tempi”.

Il tizio rubicondo e barbuto di Garanzia Giovani: colui che, da ex militante del PCI, ha permesso, con l'aiuto di fondi europei, una proliferazione incontrollata di assunzioni mal retribuite e non gravanti sui datori di lavoro; assunzioni camuffate con la formula del semplice tirocinio che quasi mai si sono tradotte in veri contratti (solo il 12%); tutto questo, almeno ufficialmente, allo scopo di incentivare l'inserimento lavorativo, di fatto privo di qualsivoglia garanzia (ironia della sorte), dell'inutile gioventù laureatasi con lode ancora avvezza a spedir curriculum come se ci fosse un domani. Lo stesso Poletti, e qui chiudiamo, citato impunemente nella lettera-testamento di un ragazzo suicida.

In tal senso, ciò che ci colpisce della vicenda del “calcetto” in qualità di nuovo veicolo occupazionale non è tanto la presa di coscienza della fine di ogni velleità operaista o delle nuove frontiere scoperchiate dal marxismo creativo (®PD), bensì il fatto stesso che simili balordaggini, provenienti da figure istituzionali ai massimi livelli, possano piombare nel bel mezzo di una fase storica così complessa senza alcuna conseguenza per chi le pronuncia. Un commento comune: “Poletti, in fondo, ha detto la verità”. Considerazione incompleta. Il ministro del lavoro, o della metafisica – poiché per parlare di lavoro, tra qualche anno, bisognerà trascendere di molto l'esperienza sensibile –, a veder bene, ha ribadito un'ovvietà: la meritocrazia è solo una scemenza liberista per fare ingoiare gli incalzanti squilibri socio-economici, ciò che conta davvero sono le relazioni, i giusti contatti, una posizione di partenza privilegiata.

Certo, magari ci aspetteremmo un atteggiamento diverso da chi ricopre un incarico governativo. Ad esempio, sciorinare proposte risolutive anziché descrizioni compiaciute e ineleganti dello status quo. Ma ci siamo dati una spiegazione: la leggerezza “metaforica”, irresponsabile e, all'apparenza, quasi programmatica di chi dovrebbe arginare la catastrofe si sente pienamente legittimata a comparire perché non teme reazioni o perché le reazioni non sono più temibili. In sintesi: sente di poterlo fare. D'altronde, finché i social pullulano di vibrante indignazione e le piazze rimangono semivuote, il potere dorme sogni tranquilli. Ma com'è potuto accadere? Che fine hanno fatto i cortei? Sono davvero scomparsi?

Le temute manifestazioni protestatarie di sabato, svoltesi in concomitanza del rinnovo dei trattati di Roma (atto di fondazione dell'Unione Europea) si sono rivelate piuttosto modeste in termini di partecipazione, fornendoci un'immagine plastica di quanto affermato. Il dispiegamento delle forze dell'ordine da stato d'assedio preposto per fronteggiare l'inedito, nonché bizzarro, binomio Black Bloc-ISIS si è rivelato una misura precauzionale del tutto spropositata. Qualche complottista ha persino sostenuto che la questura, nel fornire i dati ufficiali, avrebbe gonfiato il numero dei manifestanti per giustificare la massiccia presenza di agenti in tenuta antisommossa: tutta colpa dell'attentato di Londra (il fine stratega che con due coltelli da cucina voleva prendere Westminster) e della manifestazione anti-Salvini andata in scena a Napoli (in merito alla quale alcuni contributi video hanno fatto ipotizzare una probabile gratuità delle cariche poliziesche). Ma quali sono le cause di questa penuria di dissidenti ?

Che le rivendicazioni sociali o civili effettuate tramite cortei vengano percepite ormai come uno strumento obsoleto, da millennio passato, non rappresenta una spiegazione soddisfacente. Che vengano invece percepite come meramente simboliche, quindi inefficaci, sembra un'ipotesi più prossima a una diagnosi. Ma perché questa percezione?

Le ragioni sono molteplici. Proviamo ad analizzarne due. In primis, l'iperframmentazione delle istanze antagoniste derivante dalla disgregazione sociale: la mancanza di una polarizzazione netta nel conflitto tra classi, le verità salvifiche che sono sempre più personali – al massimo corporative –, la modestia, la litigiosità o la scarsa credibilità dei contenitori politici che dovrebbero narrare e mediare la plurivocità del disagio, l'economicismo antropologico, eccetera, rendono difficile il raggiungimento di un'osmosi all'interno della galassia contestataria, indebolendo la forza numerica, quindi la forza medesima, delle rivendicazioni.

In secondo luogo, l'occultamento mediatico: la comunicazione giornalistica standard, lungi dal favorire dibattiti e approfondimenti, tende a dare il minimo risalto ai contenuti di una qualsivoglia protesta, spostando ogni volta che può l'attenzione sugli scontri di piazza, anche solo ipotetici, scoraggiando in questo modo la partecipazione.

Ora, tornando sul primo tema, sostenere che parecchi dei potenziali avanguardisti rivoluzionari abbiano rinunciato al movimentismo, compromettendolo, perché corrotti dai cocktail, dalle discussioni ancora aperte sui cocktail (qual è la differenza con i long drink?), ossia dalla fraccomodità camp discendente da un pessimismo sciatto, sembra una verità parziale (che la militanza integerrima, nonché parcellizzata, provi a volantinarli come “falsi amici” non li sfiora; troppo disincanto, troppa pigrizia). E tale parzialità dipende dalla posizione altrettanto immobilista, o incentrata su un attivismo deviato (le crociate contro l'immigrazione: salvinismi, lepenismi, ecc.), di coloro che accettano, nella sostanza, un modello socio-economico che li discrimina con la speranza di ascendere secondo i percorsi già stabiliti da quello stesso modello discriminatorio. D'accordo, per il sorgere di una coscienza collettiva anche rudimentale, con la stratificazione vigente, forse, ci vorrebbe un'epidemia di ermeneuti sociali, ma il problema è che manca la voglia di interpretare il mondo, la propria condizione, e di acquisire gli strumenti culturali per farlo, tutti requisiti indispensabili per poter cambiare le cose. Il sistema, parola d'altri tempi, ha smesso di essere in discussione.

Anche sul tema “occultamento mediatico” dovremmo spendere qualche altra parola. Comincerei da uno dei paradossi dell'informazione: se una manifestazione è violenta, se ne parla, altrimenti rimane nell'ombra. Ma quando se ne parla lo si fa unicamente per rimarcarne la violenza, quindi i contenuti delle rivendicazioni rimangono in ugual misura nell'ombra e i manifestanti vengono inseriti in un unico calderone. Risultato: non c'è modo di bucare in profondità la cortina sensazionalistica della media-sfera senza che qualche lacrimogeno faccia il suo ingresso in campo. Questo perché la forma più in voga della comunicazione giornalistica si è piegata all'idea di filtrare l'informazione attraverso la lente del marketing perpetuo: sia il cortocircuito politica-marketing, sia il cortocircuito giornalismo-marketing, poggiano sulla riduzione – riuscita in linea di massima – dello spettatore a mero consumatore.

Da qui, per esempio, l'idea che l'oratoria renziana, inconsistente e sloganistica, incarni il prototipo della buona comunicazione: non è, infatti, Renzi a comunicare in maniera brillante, sono i destinatari del messaggio a riconoscere come migliore il paradigma comunicativo a loro più familiare, quello pubblicitario. Lo spessore di ciò che si dice non conta nulla, l'importante è che ci siano immediatezza ed emozioni facili. Allo stesso modo, raccontare una notizia non deve far rima con indagine o contestualizzazione, deve abbinarsi a una narrazione cronachistica semplificatrice: la violenza che pone se stessa dei Black Bloc contro la violenza che conserva il diritto – spesso sospendendolo, aggiungiamo noi – dei poliziotti. In conclusione, ne vedremo ancora di Poletti.