Dalla flagranza di reato al reato di fragranza: la Cassazione sentenzia sulla molestia olfattiva. Nessuno può sentirsi al sicuro: come proteggersi

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Non si tratta di una “lerciata” e nemmeno di una puntata di Forum venuta male. La Cassazione ha davvero sentenziato, a favore dell'accusa, sul tema “molestie olfattive”. E lo ha fatto sussumendo la questione entro il perimetro del più ampio reato “di getto pericoloso di cose”.

Tale verdetto, motivato con un “superamento dei limiti della tollerabilità” – parliamo di puzza di frittura e altre irritanti, nonché reiterate, emissioni da cucina –, ha avuto luogo in virtù di una tipica controversia tra vicini di casa, desiderosa, come solo le controversie tra vicini di casa sanno esserlo, di un salto di qualità giudiziario (la psiche del vicinato, ambito di ricerca in continua espansione...). Risultato: l'applicazione della norma prevista dal codice penale, una volta estesa anche ai molestatori olfattivi, costituisce, senza ombra di dubbio, un bizzarro precedente al quale ci si potrà appellare in futuro. Urge un approfondimento. Poiché ancora non ci è chiaro se il responso della Cassazione si limiterà a scoraggiare ipotetici appestatori seriali o se faciliterà la chiamata alle armi per eventuali imbecilli attaccabrighe. Infatti, nel momento in cui il criterio dirimente per la risoluzione della disputa risulta essere “la normale tollerabilità”, è indubbio che i margini per l'arbitrarietà di chi giudica e di chi denuncia appaiono piuttosto ampi. Così come appaiono di difficile individuazione i metodi per verificare con obiettività la sussistenza di un contesto odoroso passibile di avviso di garanzia.

Fino a ieri, in presenza di un panorama olfattivo ostile, ci accontentavamo di qualche trasandato sprazzo di ira repressa, di una sventagliata casereccia con la mano o, in casi estremi, di una pasticca per placare la nausea. Siamo spiazzati. Dobbiamo prendere le misure e, con spirito civico, elaborare suggerimenti.

Il test della molletta, per un aspirante segnalatore dalla puzza sotto il naso, potrebbe rappresentare un primo, seppur rudimentale, strumento di indagine: successive perizie, onde evitare che olfatti troppo sensibili si lancino in acrobazie processuali inconcludenti, sarebbero affidate a nuove figure professionali – chiamiamoli odorologi – in grado di stabilire oggettivamente, fregandosene di ogni farraginosità epistemica, l'incidenza di uno specifico tanfo sulla qualità della vita del denunciante (a tal proposito, ci incuriosiscono le procedure realmente adottate dalla macchina giuridica per appurare la sussistenza del fatto e arrivare alla formulazione della sentenza).

Oppure, si potrebbe restringere il campo dell'intervento legale alle sole puzze sinestetiche, talmente penetranti da essere captate tramite il nostro armamentario sensoriale nella sua interezza; ma diversi scettici non ne ammettono l'esistenza.

A ogni modo, un minimo di discernimento andrebbe praticato, perché l'insieme delle molestie olfattive evidenzia una ragguardevole capienza: non fateci immaginare una class action di alitosici pronti a battersi contro una possibile china discriminatoria o una grottesca convocazione degli stati generali del peto (vittime del meteorismo di tutte le regioni, unitevi!) come atto di disobbedienza civile, per carità. Scenari allarmanti (o esilaranti) che una divulgazione della sentenza in esame non esclude, dato che quest'ultima non valuta l'involontarietà della molestia in termini di deterrente; stando agli atti, ciò che conta sotto il profilo giuridico è solo l'effetto prodotto sistematicamente su chi decide di denunciare. Sarà una bella rogna per il comune quando qualche pendolare lo citerà in giudizio per il pungente eau de toilette caratteristico del terminal. Ma non è finita qui.

Bisogna rammentare che alcuni odori, stigmatizzati in via ufficiale come “cattivi”, riscontrano un certo consenso clandestino: noi adoriamo quello della benzina, dell'acetone, dell'Uniposca, degli anni novanta e di altre sostanze tossicheggianti; c'è chi ama gli olezzi provenienti dal mercato del pesce o quelli del tartufo; e così via.

Per non parlare del fritto (il casus belli), ben più divisivo di quanto si possa credere: ad esempio, proprio mentre scriviamo, ne siamo avvolti (melanzane protoparmigianizie stanno friggendo a pochi centimetri dalla nostra postazione) e la cosa non ci dispiace affatto. Le esalazioni rievocano gli oleosi menù delle matricole. Quelli dei tempi in cui si friggevano finanche i capelli, i flambé involontari fioccavano, pioveva cappuccino, gli scaldabagni contenevano prove di impatti da asteroide, le ceste di vimini per i panni sporchi servivano altresì per chiudere le porte e altre improbabili graziosità afferenti alla fenomenologia dello spirito di adattamento conferivano senso e imprevedibilità alle giornate. In altre parole, non cambieremmo questa puzza di fritto per nessuna annusata pseudo-borotalcoide al mondo. Siamo forse in flagranza di reato o, nella fattispecie, in reato di fragranza?

La risposta è no. Perché lo saremmo se la nostra cucina fosse una friggitoria a tempo pieno, ma non è così, non più, nessun disturbo alla quiete olfattiva pubblica. Tuttavia, se le cose stessero diversamente e l'olezzante frittume non fosse solo momentaneo, da oasi proustiana qual è, questa postazione di scrittura si trasformerebbe in un incubo bisunto e, al contempo, in una preziosa risorsa per il tanfo interno lordo della nazione. Dovremmo preoccuparci in tal caso?

Ok, ammettiamolo, almeno per quanto ci riguarda, una simile previsione non ha alcun fondamento, ma una cuopperia potrebbe dirsi a riparo da un'azione legale per molestia olfattiva con la medesima sicurezza?

D'altronde, lo sappiamo molto bene, il postino bussa sempre due volte, Sheldon Cooper tre. Ma la puzza di fritto non bussa, lei entra sicura. E davvero riteniamo che un fritturomane solitario condannato in Cassazione possa competere sul piano del tormento olfattivo con una cuopperia? Domanda retorica. In conclusione, aria fritta. Da valorizzare con un sottofondo elettrofolk a piacimento.