Dietro lo ‘Stai senza pensieri’ dei Jackal: pensare la spensieratezza e i suoi risvolti

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
The Jackal
The Jackal

L'insistenza con la quale l'espressione “stai senza pensieri”, vero e proprio tic linguistico della fortunata serie televisiva “Gomorra”, tende a manifestarsi pure nel tessuto comunicativo dei relativi follower mi sollecita a compiere delle riflessioni.

Non in merito ai presunti effetti dello sceneggiato sulla gente, ambito già argutamente indagato in forma parodica dai “The Jackal”, ma sul messaggio stesso proposto dal tormentone, cioè, sull'invito alla spensieratezza.

Quando si constata una certa inflazione di retorica rispetto all'adozione di una formula ci si trova spesso al cospetto di uno svuotamento semantico della stessa, a una quasi sua riduzione a intercalare che ne compromette possibilità di significato profondo.

Ed è per questa ragione che indugiare, entro certi limiti, sugli orizzonti riflessivi che finanche un segmento linguistico di uso comune e apparentemente innocente (“stai senza pensieri”) può aprire, mi sembra una soluzione adeguata per restituirgli la dovuta opacità.

Ho voluto conferirgli, quindi, una più dignitosa longevità locutoria, sottraendolo all'invecchiamento del consumismo linguistico e rendendolo espediente per un ripensamento del concetto di spensieratezza. Lo si prenda come un tentativo di ready-made in piccolo.

Ora, assaltando socraticamente la questione, quindi interrogandomi su come sia definibile in maniera chiara e distinta, potrei inciampare subito in un evidente equivoco legato alla specificità dell'oggetto da esaminare: come si fa a pensare la spensieratezza?

Ciò che salta agli occhi è apparentemente un'invasione di campo: si ha quasi la sensazione di pretendere da un cieco nato la descrizione meticolosa di una sfumatura di colore.

Qui non si tratterebbe di pensare in absentia, cioè di “processare” in contumacia un imputato impossibilitato a presentarsi, ma di pensare l'assenza di pensiero, dunque, di intentare una causa senza avere gli strumenti giudiziari adatti a una simile impresa, data l'eccezionalità extragiuridica del processato.

Tuttavia, tanto il senso comune quanto una forma di ragionamento un po' più ambiziosa mi spingono ad andare oltre questa impasse e a riconsiderare l'ipotesi di partenza come un paralogismo, un’argomentazione ingannevole: la spensieratezza, in tal senso, non va intesa come opposizione logica del pensiero, ma tutt'al più come pensiero senza turbamento, come modulo alternativo del pensare, essendo il pensiero, nell'accezione più estesa del termine, non interrompibile; anche se risulta chiaro come la spensieratezza non possa essere autoriflessiva senza negarsi in automatico.

Dunque, una volta appurata la pensabilità di un simile concetto, la sua pacifica declinabilità, tornerei al campione più rappresentativo della colorita fraseologia "gomorresca” per delineare una fenomenologia della distensione riflessiva, dello stare senza pensieri, quantunque ristretta e necessariamente dicotomica per esigenze di spazio e di discorso.

In primis, lo “stai senza pensieri” ripetuto ossessivamente e a muso duro dai due protagonisti di uno degli sketch dei “The Jackal”, a mio avviso, si presta a descrivere, distorcendo senz'altro le intenzioni dei videomaker, quella ricerca maniacale della spensieratezza, la quale più che condurre a quest'ultima finisce col diventare afflittiva, avente per matrice il neo-edonismo: la distrazione offuscante e programmatica da discoteca, le mistiche gastronomiche, la cosmesi universale e altre istanze regressive affini, esemplificano tale tendenza e pescano la propria giustificazione in virtù di una politica esistenziale dell'evasione permanente.

D'altra parte, ed è ciò che in questa sede più mi interessa, è ammissibile almeno un'ulteriore configurazione dello stare spensierati, magari più igienica. Essa prevede l'esatto contrario della dissociazione come propria condizione di possibilità: un'intima adesione alla realtà non vincolata al flusso di pensiero solito, di qualunque entità o complessità esso sia, che somigli a un nuovo inizio del conoscere in grado di liberare il pensiero a-venire dalle proprie prevedibili concatenazioni o dai propri vicoli ciechi.

Qualcosa di molto vicino, insomma, a ciò che Schiller chiama “disposizione musicale”: una modalità di bonifica del pensiero, un'ecologia della mente, che faccia da preludio per l'atto creativo, per un'intuizione non percorribile a ritroso, per una scoperta illuminante.

In sostanza, traendo le conseguenze da tali indicazioni, si giunge a un paradosso: una spensieratezza ben calibrata, proprio laddove si palesa come serenamente ricreativa, non conformandosi intenzionalmente ad alcun traguardo preciso di rinnovamento riflessivo, può non solo ingenerare un pensiero sostanzioso, ma addirittura direzionarlo acrobaticamente in imprevedibilità come forse una riflessività continuativa non riuscirebbe a fare.

Sia chiaro, comunque, che anche una spensieratezza puramente piacevole e libera da risvolti riflessivi di spessore, purché non legata ad automatismi irrefrenabili, non comporta alcun danno ed è più che auspicabile.