Lo Scamarcio a fin di Bene: l'incoerenza si avvale di profondità differenti, ma spesso fa rima con convenienza o inconsistenza

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Al Bif&st di Bari, approdato ormai alla sua “ottava edizione e mezza”, si è verificato un improbabile – per non dire surreale – siparietto avente come protagonista Riccardo Scamarcio, recatosi in loco per festeggiare il premio Vittorio Gassman ottenuto in virtù della sua interpretazione nel film Pericle il nero: durante un incontro con il pubblico, l'attore pugliese ha messo in scena un concitato monologo, piuttosto inedito per gli standard a cui ci aveva abituato, nel quale ha alternato citazioni di Carmelo Bene e scurrilità bersagliando a più riprese gli indispettiti, nonché attoniti, astanti.

Ecco un assaggio: “Il problema è il pubblico. Voi rompete il cazzo. Che cazzo mi applaudite? Dovete starvi zitti! Tutti vogliono essere consolatori, tutti vogliono gratificare. Tutto è per il pubblico, per il pubblico, per il pubblico (loop). C'è una forma di accondiscendenza, di spettacolo consolatorio che vuole mettere il pubblico al centro. Basta con questa cosa di dare ragione al pubblico! Il pubblico ha torto a prescindere […]. Ecco i fischi! Finalmente fischiate (dalla platea arrivano puntuali i complimenti: “cafone!”)! Ma chi ve se fila! Che cazzo siete venuti a fare? [...]”.

Possibili (?) commenti:
(il sarcastico) “La performance nervosetta di Scamarcio al Bif&st è stata la migliore della sua carriera”;
(l'esoterico) “La si può apprezzare a dovere solo togliendo l'audio e facendo scorrere in sottofondo le note di Up&up dei Coldplay”;
(Il Giornale) “Finalmente una voce fuori dal coro” (!);
(Baudelaire) “Il pubblico rispetto a Scamarcio è un orologio in ritardo”;
(Putin – arringando una folla plaudente sull'importanza dei diritti civili e della libertà d'informazione) “L'intervento di Scamarcio è il corrispettivo culturale di ciò che il corridoio di Danzica rappresentò nel 1939 per la geopolitica”;
(l'apocalittico) “Adesso ci manca solo che Moccia si metta a pontificare su Dostoevskij, poi possiamo anche darci fuoco senza rimpianti”.

Nell'analizzare l'accaduto, riteniamo opportuno agganciarci a quest'ultima considerazione, perché il citare Carmelo Bene come se non ci fosse uno ieri, in effetti, può scatenare qualche perplessità in chi si appresta a esprimere un giudizio. Tra le tante domande, in tal senso, ce n'è una che sgomita per emergere più delle altre, affinché si arrivi a una chiave di lettura appropriata: da dove parli?

Insomma, la questione della credibilità, quantunque viviamo in un'epoca smemorata, non può essere secondaria. Per capirci, mentre Scamarcio a 25 anni faceva impazzire le ragazzine peninsulari con la sua interpretazione nel film “Tre metri sopra il cielo” tratto dall'omonimo bestseller moccesco, noialtri, nel nostro piccolo, più o meno alla stessa età, redigevamo tesi di laurea sul fallimento della missione storica della dimensione culturale confrontandoci con la denuncia adorniana. Questo per dire che l'eventuale giustezza isterica delle parole scamarcesche, dalla nostra prospettiva, suona sospetta. E avendo la medesima attitudine al perdono di Arya Stark, avremmo quantomeno gradito, nel bel mezzo del turbolento veriloquio, qualche accenno di mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, poiché quel processo di livellamento verso il basso del cinema italiano, effettuato per coccolare il dubbio gusto del pubblico di massa, ha giovato non poco della collaborazione di colui che dal palco di Bari si è professato come un paladino antisistema, riscopertosi ska-Marcio.

“Io sono libero! Dico quello che voglio e quando cazzo voglio!”: così si è congedato il seinsinuante prosecutore dell'opera di Carmelo Bene replicando a una signora che lo accusava di “strafare”. Una trollata grottesca, più che una provocazione. Nessuno avvicinandosi ha fiutato l'abisso.

Eppure, un nostro amico immaginario ha tentato di difenderlo: “Sarà stato incoerente nel passare dalla ecumenica flirtology alla piccola setta degli indisponenti, ma la coerenza non è un valore in sé. Ha poi aggiunto: “Se Wittgenstein non si fosse rinnegato ora non avremmo le Ricerche Filosofiche; se gli Iron Maiden si fossero rinnegati avrebbero potuto non trasformarsi nella cover band di loro stessi; e così via..."...

Parentesi: il nostro amico immaginario è un coniglietto di pezza amante della filosofia analitica e dell'heavy metal, poco attento all'igiene, dall'outfit bucolico e incline a rompere le palle. Un morbido roditore col vezzo della dialettica che è stato in grado, per qualche minuto, di farci sentire spietati come la critica teatrale del New York Times, nel film Birdman, a colloquio con Riggan Thomson (Michael Keaton). Il succo della scena: se hai avuto successo dimenandoti in pellicole ultracommerciali, non puoi pensare di riciclarti in qualità di interprete di Carver senza incappare in una stroncatura preventiva da parte dei piccati addetti ai lavori; in altre parole, il tiqui-taca te lo puoi permettere solo se sei il Barcellona. Il succo del film: l'imprevedibile virtù dell'ignoranza e il prevedibile vizio del legittimo preconcetto.

Tornando all'inizio del ragionamento, anche l'incoerenza, dunque, si avvale di profondità differenti: spesso fa rima con convenienza o inconsistenza. Bisogna saper discernere e non è sempre facile.

Quesiti conclusivi: il marchio di Moccia è davvero così indelebile da pregiudicare qualsivoglia svolta futura? Scamarcio è credibile come Birdman pugliese?

Risposta superegoica (purtroppo ci troviamo alla perfezione con il nostro super-io. O forse è lui a trovarsi perfettamente a suo agio con noi...): il pubblico avrà pure sempre torto, ma la spazzatura che ingurgita è davvero convenientissima per chi ne fa parte.