Sono stato divorato dalla lettura destabilizzante degli “Scritti selvaggi”

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli
Giancristiano Desiderio
Giancristiano Desiderio

Quando il mio amico Giancristiano Desiderio, giornalista e filosofo, ha fatto recapitare a mio padre (grande estimatore dei suoi scritti), due copie del suo ultimo libro Scritti selvaggi o della lotta con la vita che ci divora (Rubbettino), mi sono sentito come uno studente al quale comunicano all’improvviso il compito in classe: “Sarò in grado di commentare un libro di filosofia?”, mi sono chiesto. A tranquillizzarmi è bastato l’incipit, dedicato al mito di Atteone e Diana, descritto da Ovidio nelle Metamorfosi: il cacciatore Atteone, per aver osato spiare Artemide e le sue ninfe nude al bagno, è trasformato dalla dea in un cervo sbranato dai suoi stessi cani. Il mito è rappresentato in una delle più belle fontane della Reggia borbonica di Caserta, quella che precede la grande cascata. In un certo senso, procedendo nella lettura, anch’io ho subito una progressiva trasformazione da cacciatore a preda e mi sono fatto divorare dal libro. È concepito come una serie di articoli, tappe di un “giro” del pensiero umano, dall’Aeropago di Atene a “’n mmiez sant’Alfons’” a Sant’Agata dei Goti, dai pre-socratici a Benedetto Croce del quale Desiderio è un ben noto studioso.

Il libro fa riflettere e divertire, il che non è sorprendente, sia grazie alla scrittura piacevolissima, sia perché, come ci ricorda l’autore citando Aristotele: “Nessun animale ride, salvo l’uomo”. “Si può ridere di tutto: della vita e della morte, del sacro e del profano, del nobile e del volgare” continua Desiderio il quale anche quando tratta di temi “seri”, riesce a farlo con levità. Ci fa arrampicare sulle montagne dove in un certo senso colloca il divino, l’Olimpo o il Taburno all’ombra del quale predicava Sant’Alfonso Maria de Liguori, ricordando che la vita è “un’affacciata di finestra”. Mi ha colpito come in tutto testo il termine teologia sia adoperato solo un paio di volte, la prima a pagina 209.

“La logica risibile destabilizza l’ordine costituito”. E non a caso Giancristiano ricorda come il nome del “santo-compositore”, autore tra l’altro del canto in lingua napoletana “Quanno nascette Ninno” (tradotto in lingua italiana come “Tu scendi dalle stelle” e non il contrario), e quello di Sant’Agata dei Goti siano stati fusi da Giuseppe Marotta per creare il nome adatto per il duca da “uccidere, anzi di più” da parte del popolo dei bassi napoletani con il celeberrimo pernacchio insegnato loro da Eduardo nell’episodio “Il professore” del film “L’oro di Napoli” di Vittorio De Sica. Il richiamo alle proprie radici è costante, ad esempio quando ricorda la stanza della biblioteca del nonno dove ha imparato a studiare, ma anche rivendica come preferisca citare i film di Totò e non quelli di Tarantino, “anche se a volte mi viene voglia della 9 mm di Jules di Pulp Fiction”, scrive. Ricorda le tante cose che si sono perse, a partire dallo spirito popolare che è “la mescolanza del basso e dell’alto, dell’eccelso e dell’infimo, del nobile e del plebeo”. Esemplare è stato il destino della festa di paese che era più festa “una volta, quando c’era il popolo”, mentre “ora c’è la gente e la gente è un popolo sagliuto di capa”.

Ma Desiderio non si lascia affatto intrappolare da una nostalgica impotenza, anzi sprona continuamente al dovere della vita operosa. “Se l’esistenza è tempo, altro da fare non c’è che non perdere tempo”, perché “quando si entra nell’età della vita in cui i giorni non vanno ma vengono, si avverte più fortemente il bisogno di attuare il tempo presente affinché non sia un tempo perduto”. Quello del rapporto col tempo e con il niente è forse il tema che più ha sollecitato un lettore come il sottoscritto che dopo l’ingresso nei 50 un po’ si sente come un “prodotto in scadenza”. “Voi come state messi con il niente?”, ci chiede Giancristiano. “Ci sono delle volte in cui il niente mi assale e non ho voglia di fare niente. Il niente mi esce dalla bocca. Passo da una cosa all’altra in un attivismo sfrenato, ma di fatto non sto facendo niente”.

Un altro argomento chiave del libro è il calcio, di cui la vita rappresenta una metafora, secondo Giancristiano, al contrario di quanto affermato da Sartre: “Il calcio è una metafora della vita”. Da incidere sul marmo il seguente giudizio: “L’Italia in campo è una squadretta furba che ha dietro di sé un Paese astuto che studia non per la gloria ma per fregare il prossimo” e “se vince si inebria della sua piccola furbizia, confondendo il risultato con la gloria”. E ci sono squadre che dell’italianità sono la quintessenza, aggiungo io.

Se non si fosse ancora capito il libro di Desiderio mi è piaciuto oltre ogni attesa. Nei momenti di pausa ho preso l’abitudine di leggerne alcuni brani al lavoro. Clamoroso successo riscuotono “Cialtroni, stronzate e altre cose serie” e soprattutto lo strepitoso “Il trionfo del cretino”, anche perché chi non ne è stato vittima, in quanto “il cretino è un caporale” afferma “Giancristiano-Totò”.

Ma in tutto questo la filosofia? Nel ripercorrerne la storia da Parmenide a Croce, Desiderio mostra il cammino dal problema dell’essere alla storia come contenuto del pensiero. “Se la filosofia diventa storia, il filosofo diventa uomo” ci dice Desiderio “filosofo selvaggio” che “non crede a una filosofia che sia fuori di testa e fuori dal mondo” e il cui posto è “in mezzo alla vita”.