Il medico di Cuneo e le cure che non vuol prestare ai razzisti della sua zona: l'aspetto professionale e quello sociale

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Corrado Lauro
Corrado Lauro

Qualche giorno fa, il dottor Corrado Lauro, operante presso il reparto di Chirurgia generale dell'ospedale Santa Croce di Cuneo, si è guadagnato l'attenzione delle cronache in virtù di una dura presa di posizione sul tema “razzismo”. Il medico, infatti, in risposta ad alcuni manifesti anonimi comparsi a Roata Canale e Spinetta (frazioni del capoluogo di provincia piemontese) esprimenti una ferma opposizione all'accoglienza di una ventina di richiedenti asilo Questa è una minaccia. Noi i negri non li vogliamo ha postato su facebook la seguente dichiarazione: “Agli abitanti della frazione cuneese che hanno esposto il cartello di cui sotto comunico che non intendo prestar loro alcun intervento sanitario se non in caso di immediato rischio di vita o qualora si configurassero le condizioni di una denuncia per il reato di omissione di soccorso. Siete pertanto pregati di rivolgervi ad altro più qualificato professionista. Comincia così la mia resistenza”. La questione, a nostro avviso, va analizzata seguendo un duplice piano: professionale e socio-antropologico.

Per quanto concerne la prima chiave di lettura, un importante spunto ci è stato fornito dai membri del comitato a sostegno di Giuseppe Menardi (candidato sindaco del centrodestra per le comunali di Cuneo), i quali hanno espresso l'intenzione di denunciare il medico protestatario per palese violazione del giuramento di Ippocrate. E, in effetti, se consideriamo il passaggio “giuro di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l'eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario”, diventa difficile un accomodamento con l'implicito principio “chi non è visitato dal lume della ragione non sarà visitato da me”.

Anche perché se lo svolgimento delle prestazioni mediche dipendesse dal giudizio di un dottore in merito alle convinzioni etico-politiche o alle azioni di un paziente, sarebbe piuttosto difficile stabilire delle linee guida vagamente condivisibili in base alle quali lo stesso paziente andrebbe a perdere il diritto di essere curato. Un omicida meriterebbe di ricevere assistenza? Dipenderebbe dal numero di omicidi o dalla qualità degli stessi? E un pedofilo? E uno stupratore? E un frodatore fiscale? Magari lo curiamo fino a un certo punto, gli consentiamo l'accesso a un parere diagnostico onesto, ma lo frodiamo, per contrappasso, sulla terapia?

Insomma, una simile logica, in ambito sanitario, non sembra funzionare, in special modo se si discrimina chi discrimina e in special modo in Italia, paese in cui circa il 50% della popolazione è razzista o razzistoide. Usando un'iperbole: se tutti i medici ragionassero come il dottor Lauro, il tasso di mortalità peninsulare delineerebbe uno scenario da guerra civile. Ed è a questo punto che occorre integrare l'analisi con un ulteriore piano di lettura.

Prendiamola alla lontana.
Le tensioni sociali derivanti dalla crisi occupazionale e dalla recessione economica (molto alla lontana...) stanno producendo in tutto il mondo occidentale una comune contrapposizione nella sfera politica: populisti irresponsabili contro moderati responsabili; questa è la narrazione mediatica più in voga. Dal canto nostro, tendiamo a propendere, e non da ieri, per uno schema differente. In tal senso, più di due anni fa e su queste stesse colonne, così ci esprimemmo, indistintamente, sul PD e sul M5S: “S
ono inclini a interpretare la liquidità dottrinaria come una risorsa da sfruttare nella ricerca machiavellica del voto: la subalternità della proposta politica rispetto all'umoralità del consenso viene spacciata per mancanza di sudditanza ideologica o, nel peggiore dei casi, come capacità di lettura del futuro rimpinzata di una retorica del cambiamento, iperuranica nel suo essere del tutto immune – in egual misura – al divenire e al pudore, di ostica sopportazione”.

Ecco, dunque, una narrazione, forse, più calzante: populisti incazzati (Salvini, Wilders, Le Pen, Trump, ecc.) vs populisti trasognanti (Renzi, Macron, Obama, ecc.). Da non sottovalutare nemmeno i maestri del sincretismo (Berlusconi, Grillo, ecc.).

In sostanza, nel costante tentativo di preservare l'insostenibilità di un modello socio-economico del tutto iniquo, la rappresentanza partitica odierna, su larga scala, è riuscita a eliminare dal campo di battaglia quasi ogni istanza antagonista credibile, imponendo modelli comunicativi elementari (si pensi ai comizi renziani) e individuando dei potenti diversivi (l'immigrato cattivo). Per amor di completezza, potremmo definire tale esito un omicidio-suicidio; un delitto perfetto.

Da una parte il sovranismo xenofobo-securitario dedito alla gastroretorica, dall'altra l'economicismo pseudomeritocratico dedito alla cardioretorica (d'accordo, è una semplificazione, ma non conosciamo strategie di marketing elettorale rivolte ai reni o ad altri organi).

Ecco le ricette delle due scuole di emotività per porre rimedio alla macelleria sociale: via gli immigrati che rubano il lavoro; via i diritti dei lavoratori che frenano il mercato del lavoro. Per dirla con Ida Dominijanni: “il vuoto utile”.

Alle volte, però, succede che la fabbrica telecratica del consenso vada in cortocircuito perché la cortina sloganistica abituale non attecchisce su alcune fette di pubblico-votante più resistenti. Ragion per cui, nel coltivare una vocazione maggioritaria, bisogna attingere, come se niente fosse, dal registro populistico “avversario” (sincretismi occasionali).

In Francia abbiamo assistito a Le Pen che, nel “moderarsi” agli occhi di quegli elettori meno sensibili al fascino poco istruito della xenofobia, ha copiato pari pari un discorso di Fillon per prevalere nel ballottaggio (per capire la profondità letteraria dell'operazione consiglio la lettura di Pierre Menard, autore del Chisciotte di J. L. Borges). In Italia – e qui torniamo a noi – siamo andati oltre. La legge Minniti-Orlando sull'immigrazione e le riforme in materia di legittima difesa (ok ai pistoleri domestici, ma solo in condizioni di buio pesto) rappresentano un chiaro esempio del naufragio piddino all'interno del campo populistico rivale. Ma non è finita qui. Debora Serracchiani, governatrice PD del Friuli e figura di riferimento per la propaganda di Forza Nuova (#arrendeteviallaverità), ha affermato che “la violenza sessuale è un atto odioso e ripugnante sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro paese”. Un individuo nato in Italia che stupra è comunque un pizzichino meglio. L'italianità dello stupratore costituisce senz'altro un motivo di sollievo per la vittima.

Ricapitolando: il PD si ispira al Salvini di adesso, il braccio disarmante di Forza Italia (Libero) predilige il Salvini amarcord (“Piagnisteo napoletano”), i 5 stelle salvineggiano quando l'aria che tira lo richiede, Salvini è Salvini. Persino la Cassazione salvineggia. Poi compaiono manifesti del calibro “Questa è una minaccia. Noi i negri non li vogliamo” e tutto tace. Ecco qual è lo scenario in cui si inserisce il proclama di disobbedienza del medico cuneese. Uno scenario in cui l'idea di progresso, per citare una vignetta del Manifesto, coincide con il “votare uno xenofobo moderato”.

Uno scenario per il quale l'uomo, che prende il sopravvento sul professionista, disgustato dall'idea di Salvini come educatore universale, può arrivare a pensare “che si fotta Ippocrate!”.