C'era una volta una città in cui una donna vittima di stalking veniva messa alla porta da chi avrebbe dovuto difenderla...

- Politica Istituzioni di Carlo Panella

C'era una volta, non molto tempo fa, una città nella quale una donna era vittima di stalking. Aveva interrotto i rapporti con un uomo, dopo una brevissima frequentazione, ma lui non aveva accettato tale decisione. Con continui messaggi inviati sul telefonino della donna e appostamenti, nei pressi del luogo di lavoro e sotto casa di lei, tentava di ricominciare. Per mesi, con tanta insistenza, da diventare per lei una persecuzione. Il termine inglese stalking traduce appunto i comportamenti persecutori, ripetuti e intrusivi (minacce, pedinamenti, molestie, telefonate o attenzioni indesiderate) tenuti da una persona (stalker) nei confronti di un'altra, la vittima.

Allarmata e stressata, e spronata da familiari e amiche, decise che era ora di andare a esporre il proprio caso in una sede delle forze dell'ordine, la città offriva alternative. Operata la scelta, vi si recò per stoppare la persecuzione e tornare a vivere serenamente e liberamente la propria vita. Con l'inevitabile imbarazzo di dover raccontare le proprie vicissitudini, chiese udienza e fu ricevuta da un rappresentante non secondario di quella forza dell'ordine. Fin dall'inizio del colloquio, notò nell'interlocutore una relativa attenzione, tra l'altro, ad esempio, le era toccato rispondere più volte a una stessa domanda.

Non era l'accoglienza che aveva sperato, tuttavia, riuscì a esporre il fatto. Al termine del colloquio, l'interlocutore le suggerì di procedere direttamente alla denuncia del persecutore, indirizzandola per la stesura e la firma verso due suoi colleghi.
Quando la donna li raggiunse i due obiettarono: sarebbe stato più opportuno andare per gradi, prima provare a dissuadere lo stalker con un ammonimento ufficiale dei tutori dell'ordine. Solo dopo, se lui avesse continuato, la donna sarebbe dovuta passare alla formale denuncia. La donna si rese disponibile a sottoscrivere anche tale seconda procedura: voleva solo far cessare la persecuzione, la modalità migliore gliela dovevano indicare loro.

A quel punto, uno alla volta, i due andarono a esporre il loro diverso parere all'iniziale e più importante interlocutore. Ebbene, il primo tornò senza avergli fatto cambiare opinione, Il secondo non solo ebbe lo stesso risultato, ma fece ritorno nella stanza in compagnia dell'iniziale interlocutore visibilmente seccato. In modo perentorio, infatti, quest'ultimo le si rivolse dicendo che, se davvero avesse voluto, avrebbe dovuto denunciare lo stalker senza più fargli perdere tempo. La donna provò a replicare che, ignorando la prassi in materia, i dubbi non erano stati i suoi, invitando l'irritato a essere meno brusco nei suoi confronti. Peggio che andar di notte!

La reazione dell'interlocutore fu opposta, al punto che la donna si vide costretta a prendere la borsa, alzarsi dalla sedia e andar via. Dopo aver constatato che, allo stato di timore ingeneratole da uno stalker, si stava aggiungendo l'atteggiamento, come minimo, drastico, di chi avrebbe dovuto aiutarla a recuperare la serenità. Non poteva sopportare di venir trattata in quel modo.

Tuttavia, nemmeno l'essersi così sottratta ai rimproveri e ai toni ostili provocò resipiscenza, anzi. Il primo interlocutore, dalla decisione di andar via della donna, fu ulteriormente irritato, al punto di dire, a quei due suoi colleghi, di cacciarla dalla sede, inveendo mentre lei guadagnava l'uscita, tra gli sguardi interrogativi di altre persone presenti. L'irritato completò l'opera aggiungendo che, in futuro, lei avrebbe fatto meglio a valutare prima con più attenzione le persone da frequentare, anziché poi recarsi a far perder tempo a coloro che avevano ben altro da fare...

Pur se sconcertata, offesa e frastornata per quanto accadutole, non si perse d'animo. Il giorno dopo, sapendo che in quella città c'era anche un diverso presidio delle forze dell'ordine, vi andò. Qui fortunatamente venne accolta nel modo opposto, con gentilezza e premura: le sue doglianze, con rispetto, tatto vennero raccolte e, fattivamente, in pochi minuti, le fu indicato cosa fare in sua difesa (nello specifico, di far prima ammonire il persecutore da un rappresentante di quella forza dell'ordine e solo poi, se la persecuzione fosse continuata, di passare alla formale denuncia. Quel che poi dopo pochissimo tempo fu fatto.

La donna però non volle limitarsi alla soddisfazione per il risultato poi ottenuto e, offesa per quanto subito durante il primo tentativo di richiesta di aiuto, decise che anche questa vicenda non dovesse rimanere taciuta e la raccontò, a tanti. Perché quel che era capitato a lei non capitasse a qualche altra persona.
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Ora lettori cari, sostituite al volto ignoto della protagonista quello di una vostra amica, sorella, figlia, madre, compagna, conoscente. Ma pur senza immaginare, ci sarebbe da rimanere agghiacciati, se questo fatto fosse accaduto a Benevento. Non potendo certo bastare a rimediare la seconda risposta, umana ed efficace, ricevuta da chi era deputato ad aiutare una donna perseguitata.
In quante potrebbero avere il suo coraggio?
La sua forza di continuare ostinatamente a cercare difesa dalla legge, dopo essere stata cacciata via da chi doveva fermare lo stalker?
Trattata, lei (sic!), come molesta e pure messa alla porta, quasi fosse casa propria, di una sede che è dei cittadini che, con le tasse, pagano il servizio e gli stipendi a chi vi lavora?

Ebbene, la reazione a quanto capitatole sarebbe l'unica da avere, se il fatto dovesse accadere qui come ovunque: non gettare la spugna, non subire chi perseguita, ma anzi farlo fermare il prima possibile, pretendere di essere rispettate e quindi difese dallo Stato. E, in aggiunta, di non tacere, di rendere noto quel che, invece, nel chiedere aiuto si dovesse patire. Denunciando, insomma, in ogni modo, persecutori e prepotenti.