In Sicilia la mafia raccontata agli inglesi - Venticinque anni fa la strage di Capaci. “Mafia is a mountain of shit

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

“Con tutti i soldi spesi per mandarti allo Shenker”, mi “rinfaccia” puntualmente mia moglie scuotendo la testa quando mi lancio in conversazioni in lingua inglese, talora portate avanti con ricorso a giri di parole per sopperire alle lacune terminologiche. A mia parziale scusante il fatto che non di rado mi avventuro in argomenti che sarebbero complessi anche in lingua italiana. Mi è accaduto di recente in Sicilia nel tentativo di riassumere ai nostri compagni di viaggio, quasi tutti inglesi, le vicende salienti del terribile quindicennio mafioso di sangue, 1978-1993.

L’intoppo linguistico più grave si è verificato quando per raccontare il celebre anatema scagliato nel 1993 contro i mafiosi da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento, me la sono cavata con “the opposite of blessing”. Ho ripercorso cronologicamente il “rosario di eroi martiri”, giudici, poliziotti, giornalisti, imprenditori che si erano ribellati al “pizzo”.

A dispetto delle espressioni facciali perplesse di mia moglie, molti di loro mi hanno ringraziato della narrazione, complimentandosi per il mio inglese! Alle mie sincere perplessità una signora ha replicato con “your English is better than my Italian”, che non ho potuto sentire come un complimento alla luce delle sue difficoltà nel pronunciare “grazie”…

La conversazione era cominciata dopo un giro notturno della città di Palermo, partito dall’albero di Falcone, dinanzi all’abitazione del “magistrato eroe della lotta alla mafia”, come si legge sulla lapide nella basilica di San Domenico, il pantheon dei siciliani illustri, dove è stato traslato pochi giorni prima del nostro viaggio, non senza polemiche. Sono trascorsi esattamente 25 anni dall’attentato di Capaci nel quale Giovanni Falcone fu ucciso insieme alla moglie, Francesca Morvillo, e a tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Il luogo della strage, tappa obbligata sull’autostrada verso la Sicilia occidentale, lascia grande emozione, specialmente la vista della grande scritta “no mafia” posta sul punto dal quale il killer Giovanni Brusca innescò l’esplosione.

La nostra guida ci ha riferito della lodevole scelta, condivisa da molti suoi colleghi, di rifiutarsi di accompagnare i turisti nei cosiddetti “tour della mafia”, località assurte a una poco invidiabile notorietà planetaria in seguito a film, indubbiamente straordinari dal punto di vista artistico, ma che hanno contribuito a marchiare la Sicilia con uno stereotipo che i siciliani “figli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” rifiutano con sdegno. È una vera tristezza vedere ancora nei chioschi i souvenir del Padrino, con tanto di frasi da “mafioso vero”, accanto ai pupi o ai carretti. Viceversa, queste guide propongono i luoghi simbolo della lotta alla mafia, legati spesso al sacrificio dei suoi eroi, come nel caso di Carlo Alberto Dalla Chiesa o di Don Pino Puglisi (il Beato è sepolto in una navata della Cattedrale di Palermo), accomunati a mio parere anche dall’aver compreso che la sconfitta della mafia non poteva passare esclusivamente dalla risposta militare, ma andava innanzitutto costruita su basi culturali.

“Rispetto a quegli anni è cambiato qualcosa?”, hanno chiesto. Mi sono sentito di rispondere che la mafia, pur essendo stata indubbiamente ridimensionata dal punto di vista militare, ha cambiato pelle e che per “seguire i soldi” ha allargato i suoi confini al Nord: “è una mafia di ‘white collar’ non più di “coppole”, ho detto agli inglesi che annuivano in maniera convinta, forse anche perché avevo accompagnato il racconto con la mimica.

Che l’immagine della Sicilia stia cambiando lo dimostra in un certo senso anche il fatto che questi turisti inglesi avevano intrapreso il viaggio conquistati dalle immagini e dalle vicende del “Commissario Montalbano” (esiste un richiestissimo tour dedicato ai “luoghi di Montalbano”). Se un commissario di polizia sostituisce il padrino come prototipo di “eroe” siciliano a me pare comunque positivo, al netto di ogni altra considerazione. Del resto che la Sicilia sia una terra che trabocchi di Storia e Bellezza i nostri ospiti hanno avuto modo di verificarlo meraviglia dopo meraviglia nel corso del nostro tour.

“Agli italiani che non sono mai stati in Sicilia andrebbe ritirato il passaporto”, ebbe a dire Maurizio Costanzo durante una delle trasmissioni condotte con Michele Santoro nel biennio delle stragi 1992-1993. La sera del fallito attentato mafioso dinamitardo ai suoi danni in via Fauro, avevo parcheggiato a pochissima distanza, a piazza delle Muse, dove abitava un’amica con la quale frequentavo un corso di inglese. “È il caso di farne nuovamente uno”, immagino avranno pensato mentre facevo scempio della lingua di Shakespeare, tanto più quanto più mi facevo coinvolgere emotivamente dal racconto.

Ma sono certo che nessuno di loro abbia avuto dubbi nell’interpretare il senso della mia traduzione della frase di Peppino Impastato, trucidato nel 1978: “Mafia is a mountain of shit!”.