Vittorio Zollo si conferma e sarà lui a rappresentare la Campania alla finale nazionale dello Slam poetry

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Vittorio Zollo
Vittorio Zollo

Qualcosa si muove a Benevento, in penombra, a debita distanza dai circuiti ufficiali, da una congrua attenzione mediatica e dalle apologie dell'ibridismo sparacchiate dalla mastellastica per inumidire le aride natiche del Volksgeist autoctono. Si tratta dello Slam poetry, manifestazione culturale dalle origini nordamericane che trascina il verso a duellare per le strade, nei circoli, ovunque possa ancora ossigenarsi e ossigenare. Manifestazione culturale in costante crescita, per la quale, in Campania, il capoluogo sannita, di solito a rimorchio, ha interpretato il ruolo di apripista.

Non a caso, già qualche anno fa, su queste colonne, illustrammo il suddetto laboratorio letterario, sottolineandone gli aspetti fecondi; circostanza in cui concedemmo altresì ampio spazio alla ricerca poetica di Vittorio Zollo, compositore-slam collaudato e firma del Vaglio.it, che sabato scorso, nel centro sociale Depistaggio (sede della finale regionale), si è confermato vincitore per il terzo anno consecutivo, il che gli consentirà di prender parte all'ultimo atto, a livello nazionale, delle battle poetiche.

Trascorso un triennio, assistendo alla recente esibizione, abbiamo notato non poche evoluzioni nella cifra espressiva dell'artista sanleuciano. La vena plurilinguistica ricca di calembour, a tratti prossima al flow, ha preso il sopravvento su certuni stilemi, in principio predominanti, legati al racconto popolare. Il versificare, depurato dagli acerbisimi e incline a esplorare tematiche differenti spesso annodate tra loro (dall'intimismo estremo alla critica sociale), ha consolidato, nel farsi accompagnare da una presenza vocale febbrile, una fisionomia marcatamente declamatoria, al punto da risultare impensabile disgiunto dalla performance. Tuttavia, il cambiamento più significativo lo abbiamo riscontrato nel modo di muoversi in scena, frutto di una poetica ben delineata le cui tracce sono sparpagliate all'interno dei componimenti. Eccone un esempio: “Il corpo poema e la parola anatema”.

Dai ghigni fulminanti scanditi dal battito di mani in “Clap clap”, passando per “Se necessita reggaeton” e arrivando alle convulsioni di “Blastema”, assistiamo a un graduale nebulizzarsi della parola, al suo assottigliarsi fino a sfiorare la pura onda sonora trasmessa dall'oscillazione corporea: in “Clap clap”, una standing ovation – un ending ovation? – compressa in un monologo frenetico prendentesi gioco dell'applausocrazia odierna, si inizia a intravedere tale dinamica; in “Se necessita reggaeton”, poesia nella quale l'autore adotta il ballo di gruppo come metafora onnicomprensiva della massificazione, del biopotere, viene dichiarata a più riprese (“È questo corpo vivo e difettoso che detta il tempo della poesia” oppure “Spargere nell'etere l'elettricità di un corpo solo”); ma è in “Blastema”, delirium tremens da astinenza di senso (“il senso si perde perché s'ignora”), che l'avvitamento, più che la dialettica, tra parola e corpo raggiunge l'apice. Nella fattispecie, il connubio tra testo e performance può esser descritto come un tango in time-lapse, un tango epilettico, in cui verso e corporeità si toccano, si intrecciano, si afferrano a velocità supersonica, ma non si fondono.

Nella dimensione del sacro il Logos si incarna un'unica e irripetibile volta esibendo un'offerta di senso definitiva. Il tempo profano, invece, assiste, impassibile, al dimenarsi del logos poetico, con l'iniziale in minuscolo, alla sua volontà disperante di farsi carne per comunicare ancora qualcosa, per comunicare, non riuscendoci, l'assenza di senso definitiva, la difficoltà stessa del comunicare ancora qualcosa. Un tentativo di incarnazione blasfemo e fallimentare della parola poetante, eppure non abbandonabile; un esperimento di somatizzazione controllata del verso come deadline del linguaggio poetico; un penultimo tango all'infinito, sisifeo.

“E il braccio trema” mentre la parola non comunica, ma scomunica e si scomunica, sfinendosi in un profondo casqué, senza toccar terra, sconfitta solo asintoticamente dal suo organico compagno di danza. In sottofondo, l'adagio beckettiano: “Fallirò ancora. Fallirò meglio”.