Un'esistenza di passaggio: scappare dalla violenza del bisogno, per dignità e senza avere approdo

- Tracce di Tiziana Nardone

I miei erano scesi dall'auto. Con un sospiro di sollievo, avevo ingranato la retromarcia... già mi riflettevo nello specchietto retrovisore. Cinquanta anni, corpo asciutto, bionda, occhi eccessivamente cerchiati di rughe.
I ricci color grano penzolano nel mio abitacolo "Dove dovete (il voi del Sud) andare? Io devo raggiungere la stazione, altrimenti perdo il treno". Le ho detto la verità, 500 metri e sarei stata a casa. Non andavo al rione Ferrovia. Si è ritratta disperata e ha cominciato a correre.

L'ho rincorsa io. Ho suonato il clacson, le ho fatto cenno di salire. È entrata ed è scoppiata a piangere. Le ho chiesto se stesse bene. Era stata aggredita, dalla nipote della vecchina cui badava. "Perché - le ho chiesto - come se alla violenza potesse esserci un perché".

"Perché ho dimenticato le luci del bagno accese. Ma ora basta. Ho preso la borsa e sono scappata. Ho una dignità, non ce la faccio più. Ho avuto il mio negozio di pelletteria, per 25 anni. Ho dovuto chiudere, stavo perdendo anche la casa dei miei genitori. Faccio la badante, mi hanno tutti rispettata, ma la nipote è malata, è aggressiva. Sta facendo ammalare anche me". Tutti i giorni e tutte le notti della settimana tranne un pomeriggio per 750 euro al mese.


Siamo arrivate alla stazione. Mi ha stretto il braccio. Io le ho donato il sorriso più grande che possedevo. Le ho detto che quello che oggi sembrava così brutto in prospettiva non avrebbe significato nulla nella sua vita. Che poteva andare a casa stasera e che domani avrebbe trovato una sistemazione migliore. Mi ha sorriso tra le lacrime, non credendomi. Ha aperto la portiera. Ha cominciato a correre, tenendo quella borsa, troppo vuota, stretta al corpo.