Non ci sono populismi buoni: gli identitari, il razzismo e il fallimento del progetto Europa

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Qualche settimana fa, alcuni attivisti del movimento Generazione Identitaria, supportati da un gruppetto di omologhi austriaci, hanno ritardato, servendosi di una piccola imbarcazione e di fumogeni, la partenza della nave Acquarius della ONG Sos Mediterranée, salpata poco tempo dopo dal porto di Catania solo grazie all'intervento di una motovedetta della guardia costiera.

Gli identitari, una volta tornati sulla terraferma, si sono premurati di sottolineare che tale azione dimostrativa si andrà a inserire in una costellazione più ampia di iniziative analoghe il cui scopo sarà quello di risvegliare, al grido “Defend Europe”, tutti i dormienti plagiati dal multiculturalismo acritico.

“Ottimo!” ci siamo detti, “andiamola a scoprire come si conviene questa militanza”; “in fondo, una certa nostalgia ermeneutica per le cause stravaganti ci affligge da un bel po' e i picchi intellettuali delle aree commenti – illuministe per vocazione – sembrano promettere bene”.

Gettate queste premesse, siamo andati a perlustrare il sito di Generazione Identitaria. Il quale ci ha sin da subito colpito per il suo artwork accattivante in stile Borussia Dortmund. Molte le sezioni, così come i tormentoni. Eccone un sunto: buffet di sfizi paranoici (“il nostro futuro è sotto attacco”, invasione di qua e reconquista di là...), raccolte fondi, reclutamenti di equipaggi per istituire flotte patriottiche, merchandising accurato (t-shirt con delle armi stampate e affini), bozze di un programma volto a disinnescare “l'inganno dell'integrazione”, giustificazioni storiche delle trame ideologiche di riferimento partorite dalla agilità storiografica di qualche Huizinga che non ce l'ha fatta.

Ah, quasi dimenticavamo. Gli identitari offrono finanche corsi di formazione politica e filosofica (pacchetto completo), con materiale didattico annesso, per tutti gli inesperti a caccia di concezioni premorali dell'immigrato naufrago, di europeismo fondato sulle identità integrabili (l'argomento principe: “Si può essere spagnoli, catalani ed europei contemporaneamente”, ma non – supponiamo – spagnoli, islamici ed europei contemporaneamente; roba che Bertrand Russell spòstati) e di altro ciarpame fabulatorio di primissima scelta che preferiamo non spoilerare per non contravvenire ai canoni della preview. Chissà cosa ne direbbero della seguente combo: padani, italiani, europeisti ambigui e cattolici a cazzo di cane.

In sintesi, la bambagia del reazionario, carica di tradizionalismo naif ed espliciti accomodamenti a beneficio della culturanza dilagante. Un eccezionale corollario politico dell'effetto Dunning-Kruger.

Ciononostante, ancora trasecoliamo. E, nel farlo, non sappiamo neanche più che registro adottare, li abbiamo consumati tutti: provocatorio, caustico, critico, rigoroso, schizoide, inquisitorio, retorico. Ma ancora trasecoliamo, trascinandoci.

Ovunque si salvineggia, si delira e si dimentica. Gli stupri apolidi sono peggiori degli stupri tricolore. La classe dirigente pentastellata – strutturalmente in fieri – dibatte sui nuovi orizzonti da seguire chiedendosi “quanto fanno schifo i negri?”. La versione italiana della Génération Identitaire comincia a fare proselitismo, appunto. E su una cosa ha persino ragione: il fallimento del progetto-Europa, fallimento dimostrato dalla sua stessa esistenza farneticante.

Eppure, ancora trasecoliamo, ancora denunciamo perché siamo convinti che il cedere al compromesso stoico non sia il giusto modo di reagire a una storia compromettentesi. Forse, da quest'epoca caratterizzata da una topologia politica così liquida da risultare quasi indecifrabile, così pronta a parassitare senza pause sulla ricerca del consenso, sarebbe il caso di trarre, finalmente, almeno una preziosa lezione: non ci sono populismi buoni.