Serpeggia una strana tendenza nelle parole di tanti, ma è stata promossa in serie A una squadra di calcio non una città

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Serpeggia una strana tendenza nelle parole di tanti, siano esse scritte o riferite attraverso intervista, guardando al risultato sportivo più prestigioso dell’anno per la città e la provincia, per i beneventani ed i sanniti. Sia in sede di vigilia che sicuramente nell’analisi o nella frenesia di comunicazione post/evento, si fa strada una singolare sovrapposizione fra quanto realizzato su un campo di calcio e quanto, invece, ne costituisce l’habitat sociale e culturale e politico. Possiamo sintetizzare nella classica formula del “rilancio del territorio”, ovviamente connesso al salto di categoria del Benevento calcio, il senso univoco dei pareri veicolati all’opinione pubblica dai maggiori attori istituzionali come pure dal cittadino comune. Un toccasana, insomma, la promozione – si ritiene.

E’ il più classico dei fraintendimenti, ad essere buoni.

O meglio: c’è del ‘normale’ calcolo in certe affermazioni, che vellicano la pancia dell’opinione pubblica, e un retroterra altrettanto ‘normale’ di populismo a buon mercato, speso al banco del (facile) favore da conquistare attraverso la scorciatoia del sogno pallonaro realizzatosi. Una separazione dei due piani di lettura dell’evento consumatosi in contrada Santa Colomba è invece un obbligo morale: avvertire tale tendenza come un elemento di disturbo nell’orgia festaiola delle dichiarazioni a ruota libera sarà il (solito, ed assorbito perciò) peccato di disfattismo da scontare. C’è di sicuro nell’aria il profumo di un prestigio sportivo affermato a suon di risultati, ma poco altro se non una sorta di ipoteca sull’immagine che la città vorrà darsi per non vanificare l’eco rimandata dalla promozione in serie A.

Non saranno i virtuosismi di Falco, le reti di Ceravolo, le sicurezze di Lucioni, le tattiche di Baroni a far impennare le azioni di Benevento “città”. Che le classifiche nazionali della qualità della vita collocano all’opposto delle graduatorie sportive. Che non… brilla per decoro urbano, di certo devastata anche da una parte delle migliaia dei tifosi che hanno affollato le gradinate del “Vigorito” oltre che da un’azione amministrativa rallentata o poco incisiva. Che ha una economia stagnante, non del tutto riemersa dal fango dell’alluvione di un paio di anni fa. Che fa strame della valorizzazione storica e delle politiche culturali preferendo l’insidioso amo del nazionalpopolare. Che si nutre dell’esteriorità e cela il negativo. Che, per farla breve, è una città dissestata: e lo ha stabilito non l’uzzolo del giornalista ma il suo massimo organismo istituzionale.

La litania sulla lungimiranza imprenditoriale, sugli affari cantierabili, sull’indotto eventuale, sullo sviluppo possibile, sulla classe politica pronta ed adeguata, sulla consapevolezza dell’individuo di essere davvero “cittadino”, andava almeno risparmiata perché si potesse godere appieno dell’attimo esaltante dell’avvenimento di sport relegando almeno in secondo piano la retorica o l’utilitarismo. Niente da fare, e per questo – semplicemente – la medaglia va osservata su tutti e due i lati: è stata promossa in serie A una squadra di calcio, non una città.