Se la cultura si svilisce al ruolo di ancella e megafono della politica anziché denunciarne le contraddizioni e gli arbitrii

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Come cambia, se cambia, la prassi politica? Cerca di rinnovare i suoi schemi o persiste nell’aggrovigliarsi su se stessa, secondo gli antichi e sempre efficaci giochi di potere? Tenta, almeno tenta, di liberarsi da un familismo e da un personalismo che intossicano il tessuto sociale o continua a nutrirsene famelicamente e inevitabilmente, come se fossero parte ormai di una natura immodificabile? Quando si osserva la realtà di certi Comuni, sembra, in verità, che la storia sia un’inutile ripetizione degli stessi errori e che identiche siano le dinamiche della gestione di un potere che nella sua etimologia dovrebbe significare “poter fare qualcosa”, qualcosa per il bene di tutti e non per soddisfare soltanto ambizioni personali. Sarebbe folle non considerare quanto siano cambiati nel tempo, nella forma e nella sostanza, i modelli politici e le pratiche corrispondenti: fortunatamente non ci sono più il sadismo e l’atrocità nell’infliggere i supplizi pubblici, ma molti reati, simboli e contesto restano gli stessi.

Quello di lesa maestà? C’è ancora, sia pure non riconosciuto.
La gogna come punizione per chi si permette di dissentire? Puntuale ed efficace nel colpire uno per educare cento.
La corte? Sempre presente e ossequiosa.
Il condizionamento della cultura? Pervasivo e strisciante.

È soprattutto quest’ultimo a essere odioso. E lo è perché, se è chimerico e improponibile invertire il rapporto per cui dovrebbe essere la cultura a condizionare la politica e non, come marxianamente avviene, il contrario, almeno la cultura dovrebbe avere l’onestà e sentire il dovere di mostrare le contraddizioni, le inefficienze amministrative e l’impoverimento intellettuale ed etico della politica. E, invece, spesso diventa il megafono del potere, esaltandone la presenza, giustificandone le azioni, compiacendosi di essere parte di un cerchio magico che richiede fedeltà e costanza nel garantire la necessaria quota di applausi di una claque acritica e chiassosa.

D’altronde la riflessione ha bisogno di distanza dal potere e di solitudine e oggi, nell’era dell’immagine e della visibilità a tutti i costi, pochissimi sono disposti a rinunciare a un selfie col potente di turno e alla notorietà, sia pure momentanea, che la vicinanza a certi ambienti assicura. Niente gratifica di più quanto potersi mostrare a cena col sindaco o al vernissage col ministro o alla partita del cuore col presidente: chiunque gestisca un minimo di potere è una luce che attira nel proprio cono. I più vogliono esserne rischiarati. L’ombra è dei solitari, degli invisibili, dei socialmente insignificanti.

I meccanismi del rapporto potere-cittadini restano intatti. L’industria culturale interviene, sostituendo all’analisi della coscienza la comodità di un adattamento consolatorio e implementando un processo immaginifico che prestabilisce e organizza i desideri dei consumatori: non per filantropia o rispetto delle loro aspettative, ma per il rafforzamento e la conservazione del potere. Sempre più difficile diventa, così, sottrarsi alla seduzione della popolarità e alla logica del consenso che soffoca la funzione critica della cultura, annullandone il carattere di protesta.

Il potere ha un fascino indiscutibile, per chi lo esercita e per coloro sui quali viene esercitato: chiunque abbia visitato i luoghi istituzionali, dove la solennità dell’apparato emerge in tutta la sua intangibilità, ha assaporato il carattere di un silenzio che non è solo della voce, ma anche del pensiero. In certi luoghi non si deve pensare, ma accettare e seguire le regole del sistema. E lo si fa con sottile piacere: essere anche soltanto lambiti dal potere solletica l’ego, dà sicurezza, crea una sensazione di benessere sociale e personale che alimenta il senso del sé. Soprattutto genera ammirazione e desiderio di emulazione e dunque diffonde intorno a sé, indirettamente, spontanea obbedienza a quei canoni “socialmente desiderabili” che non solo non sono messi in discussione ma vengono rafforzati e riproposti. E in tale abbassamento del sole, i nani assumono l’aspetto di giganti. E credono di esserlo diventati.

È difficile che la gestione della politica non obbedisca, perciò, a criteri di conservazione; eppure la storia è fluida, non controllabile, per cui, accidentalmente, qualcosa cambia, determinando un’inversione, una rimodulazione, una battuta d’arresto. A volte si fanno semplicemente degli errori dovuti all’arroganza: un referendum che non si doveva personalizzare, delle elezioni per misurare la forza da esibire e con cui contrattare, incarichi assegnati con il mero scopo di assicurarsi il favore di un alleato. Il bug è spesso quella sensazione di “padronanza” che esaspera toni e comportamenti, nella convinzione del “dominus” di aver diritto alla riconoscenza di chi si è inserito nel proprio cerchio e che tradisce, con l’insofferenza e il linguaggio acuminato, una visione personalistica del mandato politico. Le nomine sono ottriate, concesse, si sa, e chiunque non mostri obbedienza, gratitudine e fedeltà merita che il suo nome sia scritto sull’òstrakon. E ovviamente il discorso è generale, vale a Roma come qui nel Sannio. I supporti culturali entrano in campo, avallando le scelte politiche e l’apparato, con le sue figure rappresentative e autorevoli, si mobilita per banalizzare le motivazioni dell’interdetto, dando una veste intellettualmente sostenibile all’opera di delegittimazione.

La cultura diventa strumento e rinuncia alla sua funzione di critica, di elevazione e di approfondimento: si conforma ai gusti della massa, invece di guidarli; si piega alla conservazione, invece di farsi innovazione; inibisce lo sviluppo invece di promuoverlo. E diventa giustificazione dell’immobilismo. D’altronde pensare non è dovuto, né richiesto; benevolmente concesso solo se è “un pensare amico”.

Il suo esercizio è faticoso, ancorché quotidiano; necessariamente solitario, se lo si vuole decantare del particolato inevitabile di una uniformità collettiva che rende opaca la riflessione. Pensare, scriveva Simone Weil, è un atto eroico: un atto eroico, appunto, per audacia e singolarità.