Ius soli e ius sola: l'inconsistente argomentazione sull'italianità da esperire affinché venga concessa la cittadinanza

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

In questi concitati giorni di dibattito sullo ius soli, cioè sul diritto alla cittadinanza italiana per chiunque si affacci al mondo per la prima volta entro i confini peninsulari, abbiamo assistito a un exploit delle abilità argomentative del fronte degli oppositori senza precedenti. Così uno striscione di Forza Nuova: “Italiani si nasce, non si diventa”. Appunto, verrebbe da replicare. Sottoscriviamo. Un tale provvedimento legislativo non è altro che una mera formalizzazione di un dato di fatto. Tuttavia, lo slogan della compagine neofascista (quindi incostituzionale) aspirava a dire l'esatto contrario. Conclusione: cinghiamattanza e sillogistica non procedono di pari passo.

Ancora più interessante l'approccio Salviniano-Gasparriano, poggiante sulla seguente tesi: “La cittadinanza la si conquista”. Per approfondimenti ci siamo rivolti direttamente al leader della Lega Nord, commentando un suo post attinente con la domanda “quindi tu l'hai conquistata?”. Risposta non pervenuta ed epic flame scongiurato. Peccato, qualche delucidazione sarebbe stata d'aiuto.

Anche perché, a veder bene, sia Salvini che Gasparri, fino a prova contraria, la cittadinanza non se la sono sudata, se la sono ritrovata. In particolare, i progenitori politici del rampante segretario leghista hanno fatto di tutto per rinnegarla, bruciando tricolori e marciando con trattori.

Conclusione: una volta accantonata la costruzione mitologica di un improbabile popolo padanico ispirata al fallimentare modello mussoliniano (d'altronde, l'Italia è stata disfatta, ma gli italiani sono ancora un work in progress), le alacri e verdastre menti di Pontida hanno optato per un cambio di strategia; basta con l'idea di un macroregionalismo identitario storicamente dubbio, meglio un cosmopolitismo eterodosso fondato sul principio sovranazionale dell'intolleranza.

Lo stato cui si riferisce Salvini, in sintesi, è un territorio ideale comprendente tutti coloro che credono nell'immigrato villeggiante intento a sorseggiare cocktail con ombrellini sulla sdraio di un resort. È la cittadinanza di questa nazione a dover essere “conquistata”, lo ius sola.

Conclusione 2.0: magari ci sbagliamo; magari Salvini è il classico politico che anziché limitarsi a sopportare bene le sue contraddizioni, preferisce venerarle, giudicando il fornire spiegazioni come un atteggiamento professorale poco compatibile con il depensamento populistico.

Conclusione 3.0: ascoltare un leghista che impugna un'espressione latina (ius soli) produce lo stesso effetto di un Ozzy Osbourne che canta e balla Despacito.

Parentesi 5 stelle. Dal “pastrocchio invotabile” di Grillo al solito benaltrismo sventolato da Di Maio, un unico comandamento: non disperdere il prezioso consenso dell'elettorato pentaleghista.

Riassunto. L'indispensabile italianità da esperire affinché venga concessa la cittadinanza (in parole salviniane, la “conquista”), tema molto caro ai detrattori della legge in discussione, non è una controargomentazione valida. In primis, perché l'appartenenza culturale a una data nazione non è in alcun modo misurabile. Secondariamente, perché coloro che fanno leva su questo tasto, così come i figli di genitori italiani trasferitisi durante l'infanzia all'estero e mai più tornati, non hanno dovuto muovere un dito per ottenere tale diritto. De hoc satis.