Il debutto di 'Insieme' e i timori del solo antirenzismo come collante di una proposta politica priva di una solida identità

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Pisapia e Bersani
Pisapia e Bersani

La settimana scorsa è andato in scena il confronto a distanza tra Renzi e gli scissionisti del Pd + vari ed eventuali micropartiti. “Rottamazione vs Nostalgia” direbbe La7. “Piazzaioli piddini vs piazzazioli insiemistici” aggiungerebbero gli amanti del tredicesimo uomo in campo. Già. Perché, per chi non lo sapesse, il nome provvisorio del contenitore politico che dovrebbe – il condizionale è d'obbligo – accorpare i seguaci di Pisapia, Bersani e Civati, sarà proprio “Insieme”. Una scelta terminologica romantica da parte dei neoulivisti/postcentristi/antirenziani, ancora orfani di un leader (parola malvista) ufficiale, ma pronti, di fatto, ad affidarsi all'ex sindaco di Milano in qualità di federatore. Quest'ultimo, una sorta di Prodi reincarnato, magari un po' più rossiccio, dalla visione politica leggermente sfocata (almeno per chi osserva) e con l'identico carisma da torcida del suo antesignano, avrà il duro compito di catalizzare i consensi di tutti gli orfani della sinistra, stimati intorno a cifre importanti, e di erodere, al contempo, i pattern comunicativi renziani venerati dall'immaginario collettivo (vincismo, nuovismo), senza accontentarsi dell'antico trappolone della minoranza etica.

Trappolone denunciato, apertis verbis, da Bersani. Il quale, ancora inebriato dal 40% monstre incassato da Renzi all'elezioni europee, ha palesato di non voler arrendersi a una dimensione politica da “nobile testimonianza”. Anche perché il passo da nobile testimonianza a nobile assenza è brevissimo; a volte, anche le soglie di sbarramento più magnanime possono poco.

In sostanza, un cambio di stagione concettuale che per attecchire sul potenziale elettorato dormiente deve comunque sconfessare i soliti sospetti. La rettifica delle parole d'ordine o delle sigle e qualche coriandolo di resipiscenza non bastano se si vuole allontanare il presagio dell'ennesimo minestrone personalistico. Una piattaforma così iperframmentata (Campo Progressista, Art.1 – Mdp, Possibile, Verdi e altre sinistritudini tendenti al quantistico) può puzzare facilmente di negoziazione di ambizioni private, di manovrine di palazzo più o meno periferiche, di politicheria, di Lista Tsipras 2.0. E la presenza di figure come D'Alema rischia di veicolare il messaggio che la sinistra rappresenti qualcosa di avvincente solo a estinzione avvenuta.

A tal proposito, l'ex segretario del Pd Bersani, nel suo discorso in Piazza Santi Apostoli, ha esibito una certa consapevolezza: distante dall'imparaticcese renziano, la sua lesta analisi dello status quo, sebbene un tantino acquosa, si è focalizzata con trasporto su alcuni dei summenzionati punti nevralgici. Tuttavia, il problema della credibilità di chi per disciplina di partito ha accettato pessime leggi come il Jobs Act rimane.

Nessuno, infatti, nel 2017, si aspetta o auspica i soviet più l'elettrificazione. Ma che tra i proseliti virtuali di Bersaningrado possa circolare parecchio scetticismo, dato il recente curriculum del condottiero (triumviro?) di riferimento, è innegabile. Perché sarà pur vero che in questi anni le seguenti parole sono state coccolate incautamente da una certa sedicente sinistra: sicurezza, licenziamento, flessibilità, banchieri, Renzi; una sinistra ormai irriconoscibile dallo scissionista Bersani. Ma è altrettanto vero che quella stessa bizzarra sinistra del “non adottare un approccio ideologico” (trad. “lasciateci far schifo in santa pace”) ha potuto contare sulla collaborazione attiva di chi adesso la sta rinnegando.

Scelte programmatiche di una precisa formazione partitica, quella che avrebbe dovuto porre degli argini, che hanno avallato l'ideale lobbycratico di una politica ridotta ad ancilla oeconomiae; inutile prendersela sempre con le leggi inesorabili del mercato, la storia suggerisce che sussistono pesantissime responsabilità governative.

Per cui, Renzi avrà anche ufficializzato questo andamento, foriero di disuguaglianze e precarietà, senza l'assillo del freno ideologico (la disuguaglianza è una parola di sinistra, giusto?), ma la metamorfosi in mera letteratura di una certa visione alternativa delle drammatiche dinamiche socio-economiche dominanti vanta origini decisamente più remote. Da qui i timori del solo antirenzismo come collante di una proposta politica priva di una solida identità.

Certo, se riflettiamo sul dumping salariale, sull'ascensore sociale bloccato, sulla mancanza di ascensoristi sociali degni di nota, sulla domanda aggregata indebolita dalla perdita di potere d'acquisto, sulla permanente crisi occupazionale e associamo tutto ciò a un Briatore doctus orator, con i suoi yacht smeraldini di tamarro, che esalta la propria funzione di mediatore tra Renzi e Trump, persino il trittico Bersani-Pisapia-Civati inizia ad apparirci sexy.