Bilancio della prima edizione del BCT - Un futuribile Paolo Diacono dirà: “Mastella incarnava il sogno beneventano”

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Jerry Calà
Jerry Calà

Si è appena conclusa la prima edizione del BCT (Benevento Cinema Televisione), festival orchestrato dalla direzione artistica del giornalista Antonio Frascadore. Dal canto nostro, abbiamo preso parte ad alcuni degli eventi in programma, stuzzicati dalla novità, dalla struttura del palinsesto (convegni, incontri, proiezioni e concerti), dal tentativo di sviscerarne l'atmosfera. Nel bel mezzo di flâneur sudaticci, un fotografarsi frenetico, una collettività in tiro e un divismo posticcio/attuale/in fieri/di nicchia/decaduto/ambito, ci siamo regalati l'ammaliante Tony Servillo come entrée.

L'attore casertano, che non sembra poter pensare scontatezze nemmeno durante una partita a flipper, ha costituito senz'altro, col senno di poi, il punto più alto dell'intera manifestazione. Il suo intervento si è articolato in un lungo excursus sulla propria carriera teatrale e cinematografica (in particolare, sul rapporto con Paolo Sorrentino), sul senso residuale di certi festival, sull'attitudine performante della lingua napoletana, “fatta per essere agita”. Alcuni passaggi, purtroppo, non siamo riusciti a coglierli perché distratti dall'immancabile presenza di critici estemporanei non richiesti e di attaccabrighe dediti a logorree interminabili. A coronare la serata, l'assegnazione del “Noce d'oro”, premio ispirato al logo del BCT, un omaggio alla leggenda delle streghe.

La buona affluenza di pubblico, in calo con il passare dei minuti, ha rispettato le più realistiche aspettative, non quelle ipotizzate (700.000 arrivi in 5 serate, vale a dire una media giornaliera di 140.000). Comportamenti numerici che abbiamo elevato a indicazione generale senza essere smentiti. D'altronde, il luccichio dell'agognata sprovincializzazione, palpabile per ogni dove, ha dovuto fare i conti con i limiti della predominante formula conferenziale, poco in sintonia con i quattronottiepiùdilunapienofili, nostalgici dell'abbuffatio benevolentia e inutilmente blanditi con l'esibizione più o meno simultanea di Jerry Calà.

Lo stesso Jerry Calà a cui, en passant e muniti di dosimetro, abbiamo fatto visita al termine dell'incontro servilliano. “Un bagno di realtà, la più grande maschera tragica che abbia solcato le terre sannite nell'ultimo ventennio” ci ha confidato un suo biografo autoctono non ufficiale e non ufficializzabile. Un'icona decaduta dello schiaffeggiamento colpogrossiano inflitto alla pruderie italica negli anni ottanta (rivoluzione antropologico-culturale che avrebbe favorito la discesa in campo di Berlusconi). Un intrattenimento, quasi metamastelliano, in grado di turbare finanche il megliodinientista più integerrimo

Ce lo siamo immaginato il buon Calà, tra una Maracaibo rauca e una vascorossata goffa, a suggellare il proprio arioso repertorio canoro con uno spavaldo stage diving in rallenty, uccidendo così ogni scoria benefica del precedente incontro con il protagonista de “Il divo”; a far da backstage e da moltiplicatore di surrealtà, il pulman con la scritta www.bibbia.it parcheggiato a ridosso della Rocca.

Scherzi a parte, l'incursione acchiappatutto quattronottara, fortemente cercata con l'inserimento di “una vita da libidine”, non ha attecchito sull'irrequietezza dei non molti presenti. Al contrario, è riuscita solo a compromettere il “clima sorgivo” e l'eventuale affidabilità della neonata manifestazione: nessun palinsesto serio permetterebbe la coesistenza di Servillo e Calà, quantunque un difensore inflessibile della mastellastica obietterebbe che “offrire uno schizzo coerente della tv generalista, della sua variegata offerta in simultanea, del suo postmodernismo trascurato, costituisce un atto doveroso nell'economia di un festival di questo tipo”. Tuttavia, non sapendo quanto la longa manus del Mastella showrunner abbia inciso sulla regia del BCT e non convincendoci l'arringa dell'eventuale difensore inflessibile, restiamo della nostra opinione.

Serata tre: Vanzina. Tanta aneddotica affascinante, la gentrificazione in corso d'opera del gusto collettivo impreparata sul come destreggiarsi, l'invenzione compiaciuta di Brignano. Ulteriori spunti: la poetica cinepanettonesca riletta in qualità di “critica degli yuppies”, il problema della mancanza dei fuoriclasse. Approfondimento: “Verdone, Troisi, Zalone, Benigni” hanno diretto quasi tutti i loro film, sottraendosi ad altri progetti comici e costringendo questi ultimi ad accontentarsi di “rincalzi”, quindi a indebolirsi in termini di spessore. Considerazione lapidaria: siamo proprio sicuri che la scena in cui Massimo Boldi urla sotto la doccia nel film S.P.Q.R “e c'ha le puppe a pera, pera pera!” sarebbe stata una perla della storia del cinema con uno dei summenzionati attori al suo posto?

Serata quattro: porzione del cast di Gomorra. Un Fortunato Cerlino (Don Pietro) in gran forma accompagnato da Cristina Donadio (Scianel o Chanel) e Salvatore Esposito (Genny Savastano). Sintesi telegrafica: situazione interlocutoria decisamente leggera e scherzosa, complice l'imprinting dell'intervistatore, non supportata da un pubblico consistente (parecchi posti vuoti in platea). A incontro terminato, mentre i più giovani stalkeravano entusiastici gli attori in fuga, noi stalker frustrati ci siamo diretti, grazie al nastro trasportatore immaginario collocato in via Traiano nel bel mezzo della passerella Ford, al cospetto del maestoso arco cittadino illuminato di giallorosso. Il kitsch mastelliano al suo acme.

Nottata quattro (fuori programma – dopo festival): la mastellizzazione e i suoi oppositori. Imperversanti i dibattiti e i giudizi sulla linea culturale adottata dal sindaco di Benevento alla luce della nuova kermesse. Solito scontro tra mastellomani e mastellofobi, entrambi sottogruppi del più vasto insieme dei mastellacentrici; difficile immaginarsi la schiera dei mastelliani moderati.

Insomma, la tentazione permanente di proferire anzitempo la parola definitiva sul Mastellacene che verrà non ha tardato a ritagliarsi il proprio spazio, a caldo, anche in tale occasione, un po' come avviene in quasi ogni interazione beneventana da un anno a questa parte: Mastella è una sorta di tappabuchi; per dileguare i silenzi che mettono a disagio funziona meglio delle ovvietà meteorologiche, del registro delle attività recenti e degli animali domestici.

Resoconto documentato della controversia così come sarà presentata ai posteri dagli storici delle due scuole di pensiero: lo storico mastellomane, a proposito del quinquennium felix mastelliano, parlerà di mense scolastiche gourmet, di raffinate cene nivee nell'agorà dell'Atene campana, di trionfi sportivi, di fagioli allo stato gassoso (400 ppm, una nuova era climatica!) e dell'istituzione di una walk of fame più lunga di quella hollywodiana in virtù delle brillanti iniziative sindacali; lo storico mastellofobo divertirà meno e sarà accusato di revisionismo dallo storico mastellomane. Lo storico non mastellacentrico interpreterà il mastellacentrismo (di qualsivoglia colore) servendosi della categoria del beneventocentrismo. Così un Paolo Diacono futuribile: “Mastella incarnava il sogno beneventano”.