Rabbia e non lacrime: l’odore dei soldi sa di bruciato. Chi distrugge il Vesuvio è solo più feroce di tanti altri

- Opinioni di Carlo Panella
Incendio sul Monte Somma
Incendio sul Monte Somma

Poco dopo l’alba sono partito per Napoli. Fin da bambino, il momento più emozionante di questo viaggio è sempre stato l’avvistamento del Vesuvio con, in prospettiva, il Monte Somma. Il mare puoi non vederlo e non perché, come è stato nobilmente scritto, non bagni Napoli…: si può andare in vari quartieri senza scorgere la tavola azzurra.

Quando la nota sagoma è apparsa, ho guardato con inquietudine: avevo ancora nel cuore e negli occhi le immagini dello scempio appena inflitto a quella terra. Ma, quando sono transitato, c’era ancora poca luce, non ho potuto constatare data anche la distanza dell’autostrada. E subito mi sono venute a mente, quasi a conforto, alcune parole (di Libero Bovio) della celebre “Tu ca nun chiagne”: ‘Comme è calma ‘a Muntagna…’.
***
A Napoli, così, senza altre specificazioni si usa chiamare il Vesuvio: ‘a Muntagna. Il determinativo identifica. Perché quel vulcano sta a Napoli, come l’ossigeno o l’idrogeno all’acqua. Quelli che sono andati ad abitare nei pressi, da un paio di millenni, sanno bene che ‘a Muntagna talvolta esplode e distrugge. Ma, pur dopo le più devastanti eruzioni, non l’hanno abbandonata. Sono ritornati e nel tempo sono aumentati. Mai tanti quanti ora. Non solo perché in quell’affaccio sul mare c’è una bellezza senza pari, ma soprattutto perché, dopo le colate di lava, quella terra torna a essere fertile e ubertosa in un clima meraviglioso. Da altri luoghi, non si capisce questa fatale attrazione. Per coloro che ci sono vissuti e ci vivono, invece, l’azzardo è solo l’andar via…

Comunque, per millenni quel territorio, perché bello o perché buono, è stato rispettato. Negli ultimi decenni, meno: lo si è assalito con edificazioni (molte abusive), lo si è avvelenato con rifiuti speciali interrati. Infine bruciato, come con questi odierni, vasti e incessanti incendi dolosi: le abiette motivazioni possono essere anche più d’una. Ma unico è lo scopo: puntare a far soldi, bruciando le aree vincolate a parco, bruciando ciò che non si poteva smaltire legalmente, bruciando i terreni per i quali non si era potuto avere o non si era avuto ancora quel che si desiderava.
***
Un dolore muto ho provato nel vedere le fiamme avvolgere ‘a Muntagna. Non solo perché è il simbolo di Napoli città che amo per i più disparati aspetti, tra gli altri: musica, teatro, squadra di calcio, gastronomia, paesaggio, beni culturali… (della sua immensa storia, cito solo le due pagine a me più care la Repubblica Napolitana del 1799 e le Quattro Giornate del 1943).

Un dolore muto perché è un continuo constatare come il dio con più adepti, Mammona il dio denaro, venga inseguito e sempre più senza scrupoli. Con la convinzione che l’individuo (al massimo lui e i suoi familiari) esista solo nel presente e che non ci debba essere un domani che riguardi lui e la società in cui vive.

Gli incendiari del Vesuvio, in fondo, sono solo uno dei reparti più feroci, d’assalto di questa vasta genia. Più defilati e socialmente di fatto accettati sono tutti quelli che operano illegalmente per i casi propri, puntando a diventare più ricchi a danno del bene comune.

Con diverso grado di impatto dannoso, ma dentro ci sono, tra gli altri, coloro che impunemente: inquinano per risparmiare tempo e denaro, non rilasciano lo scontrino e non pagano l’IVA nel commercio; non emettono fattura, incassando a nero tra i professionisti (avvocati, medici, ingegneri…); politici e amministratori che incassano mazzette e inquinano gli appalti; magistrati e forze dell’ordine che lavorano poco e male e non fermano, loro che potrebbero, l’andazzo; e, con loro, i giornalisti che, da cani da guardia dell’opinione pubblica che il malaffare dovrebbero denunciare, si mutano in cani scodinzolanti verso i poteri e i danarosi, per racimolare qualche osso da spolpare; i chierici che, pur avendo fatto il voto di povertà, non biasimano nelle chiese, nei riti e nei confessionali i disonesti, quando non sono loro stessi a vivere nel lusso o ad appropriarsi indebitamente dei beni della Chiesa.
L’elenco è sterminato: non vanno dimenticati quelli che non pagano i tributi, le tasse, le contravvenzioni fino a quelli che “apertamente“ rubano o truffano, i soli con la “prerogativa” del nome specifico - ladri, furbi e truffatori – ma che non sono così diversi dai prima elencati.
***
Tantissimi, troppi, fanno quel che gli pare e la stragrande maggioranza la fa franca, anzi si pavoneggia pubblicamente con gli status symbol frutto delle ruberie. Ed è per questo che, in un mondo che gira così male, non ti sorprende che dei criminali vadano a distruggere le tante meraviglie dell’area del Vesuvio per farsi qualcosa di soldi, esecutori o mandanti che siano.

Immaginiamo questi incendiari ben capaci di guardarsi nello specchio e di dirsi: “E mica siamo noi i peggiori! Non abbiamo ucciso nessuno!” E, già, perché si deve sempre sottolineare che per fare in ogni modo i soldi, ancor più brutalmente, si uccide, si spaccia droga, si sfruttano i più deboli (donne, bambini, bisognosi...).

Ovviamente non è il denaro in sé il problema, ma come lo si ottiene e anche come lo si stia idolatrando, per ciò che consente di possedere. “Non potete servire a Dio e a Mammona” (Luca 16,13 – Matteo 6, 24) hanno scritto nei libri sacri: duemila anni dopo, va detto che la seconda opzione è in crescita esponenziale.
***
Ho fatto presto ritorno a Benevento, stamattina; quando sono ripassato sull’altra corsia verso il Sannio, con il sole più alto… no, nun era affatto calma ‘a Muntagna. O meglio, non era calmo il Monte Somma, c’era un incendio in atto, ben visibile anche da lontano, come da foto che ho scattato dall’auto (Ho poi saputo che anche sul Vesuvio, stamane, sono ripartiti gli incendi). I delinquenti quindi continuano a bruciare, come se niente fosse stato: indignazioni dei poteri pubblici, annunci di intervento, servizi giornalistici, soldati mandati come rinforzi). Imperterriti e strafottenti, bruciano ancora in questi minuti.

Tormato alla guida, con amarezza, mi sono ricordato di altri due versi di quella canzone: “N’anema pare rassignata e stanca…”, “E tutto dorme, tutto dorme o more…”. Quasi un presagio.
Il dolore è grande e muto, ma la rabbia va ancora urlata, fosse solo perché al peggio non c’è limite! Per questo non sono riuscito a piangere e, appena tornato a Benevento, ancora ho scritto.