Un documentario sui Riti Settennali di Guardia: messaggio religioso a parte, è indiscutibile il loro valore storico e antropologico

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone
I battenti
I battenti

Oggi 22 luglio, alle ore 18,30, presso la Chiesa Ave Grazia Plena, sarà presentato a Guardia il documentario Sette anni di attesa. La festa di penitenza di Guardia Sanframondi, per la regia di Valerio Vestoso, prodotto dal Centro Studi Sociali Bachelet e dalla Basilica Santuario dell’Assunta, con la consulenza scientifica di Amerigo Ciervo.

È con il canto di Giovannina Plenzich, la “voce dei penitenti”, che il regista ha scelto di introdurre la presentazione dei riti settennali. Attraverso gli interventi di storici come Silvio Falato, di esponenti della chiesa guardiese come Fausto Carlesimo e Giustino Di Santo, di studiosi come Amerigo Ciervo, di fedeli partecipanti con diversi ruoli alle processioni, il video diventa il modo per addentrarsi nel mistero di una devozione secolare che non smette di affascinare e di far discutere e l’occasione per dialogare di tradizione e di modernità.

Che si creda in maniera assoluta o mantenendo un atteggiamento cauto, che si sia scettici o del tutto indifferenti al tema religioso, in qualunque modo ci si approcci all’evento, non si può non riconoscere che esso, nel ripetersi periodicamente, conferma la volontà di un’intera comunità che, caparbiamente, come sostiene Falato, vuole testimoniare la propria unicità.

“I riti, afferma Carlesimo, non risentono di costumanze pagane trasferite nella nostra mentalità, ma sono nati dall’interno della comunità parrocchiale e hanno avuto l’impegno di verificare la crescita della fede. C’è una derivazione evangelica delle istanze penitenziali, perché il Vangelo è un invito alla conversione. I Guardiesi volevano stabilire un periodo preciso in cui verificare la loro fede. I riti, conclude, sono una cosa esclusivamente guardiese.”

Certamente l’intelligenza non può spegnersi né lo spirito critico dissolversi nella suggestione di una ritualità che ha attraversato i secoli, ma si può, con le categorie della storia e, nello specifico, dell’antropologia culturale, tentare di analizzare come una comunità intera accetti di continuare una tradizione così “scomoda”. Essa, infatti, è ripetuto nel filmato, culmina con i riti del settimo anno, ma è preparata già dal mese successivo alla loro rappresentazione e richiede, dunque, una continuità nell’impegno incomprensibile nella società dell’effimero e del “mordi e fuggi”.

Tutti concordano, ovviamente, sulla non commercializzazione dei riti: monsignor Carlesimo ricorda che è una festa particolare, in cui non ci sono fuochi d’artificio né bancarelle ma tutto è finalizzato al sacrificio. E che sia così in coloro che vi partecipano non lo si vuole sindacare; con la stessa onestà non si possono negare il potere attrattivo e la ricaduta turistica che i riti esercitano sul territorio e che richiamano folle di curiosi, interessati anche all’aspetto cruento delle penitenze. Ma i riti, ammoniscono i testimoni, non si possono ridurre ai soli battenti. Essi rinnovano, attraverso le processioni, i due sacramenti della confessione, con la penitenza, e dell’eucarestia, con la comunione. E, anche se la parte più appariscente è costituita dagli incappucciati che si torturano ed esplode la domenica in cui si porta la statua dell’Assunta, in realtà i riti si dispiegano in quindici giorni di canti e di preghiere. Tutti si sacrificano, ciascuno a modo suo, è ribadito nel documentario. È una manifestazione collettiva di fede, un cammino che rafforza il senso di appartenenza a una comunità e che esprime rispetto nel raccogliere l’eredità dei genitori per continuare a tenere viva la tradizione. Il documentario racconta questa coralità.

In un periodo di “disincantamento del mondo” e di facile disimpegno, caricarsi del peso dei riti, sia per la collettività che per i singoli, merita, sicuramente, attenzione dal punto di vista sociologico e psicologico.

“Se la scenografia del quadro vivente diventa un insegnamento, il gesto penitenziale, continua Carlesimo, è un fatto personale del battente che vuole testimoniare anche all’esterno il suo itinerario di conversione”. Quella di parteciparvi, dunque, è una scelta del singolo, anche se inserita in un contesto comunitario. “Non c’è nessun matematico, scienziato, nessun Einstein o Pico della Mirandola – sostiene nel filmato un battente- che può spiegare la fede che si prova in quel momento”. Chi sta fuori, ripetono tutti, non può capire. E finisce per giudicarla con severità.

“Quando ha incominciato a studiare in modo serio il fenomeno, osserva Di Virgilio, decano dei comitati rionali, anche il giornalista si è reso conto che non era il caso di aggredire ma di capire“.

È chiaro il riferimento del decano alle critiche che spesso accompagnano le cronache dei riti settennali, che fa intuire, come si evince anche da altre testimonianze, il clima di diffidenza da cui ci si sente circondati; il compito dell’informazione, però, è riportare le voci differenti, di chi guarda a essi con fede, di chi lo fa con scetticismo e di chi non può fare a meno di cogliervi i residui di un passato dal quale ci si è fatto fatica a liberare e al quale mai si vorrebbe ritornare. Un passato, che eleva la penitenza corporale a dono e ne fa ancora il canale per la salvezza, difficilmente è accettato, anche da parte di molti credenti.

La volontà di spiegare razionalmente, perciò, a volte si arresta. Come suggerisce Amerigo Ciervo, richiamando Edith Stein, di fronte a simili ritualità solo l’empatia può aiutarci a capire la singolarità dell’esperienza perché ci aiuta a percepire soggettivamente l’altro, a penetrare nel suo mondo e a coglierne la gioia o il dolore.

E tuttavia non si può smettere di interrogare e di interrogarsi: il compito dell’intelligenza, al di là di tutto, è nello sforzo di comprendere. Ciò che si può evitare è cedere alla tentazione di dare facili quanto sterili verdetti di condanna, contenendo l’analisi del rito collettivo all’interno di un approccio avalutativo che, sospendendo il giudizio sul senso e sull’autenticità del messaggio religioso, ne riconosca l’indiscutibile valore storico e antropologico.