Aliseo, Isidea e il ragazzo del bosco, una fiaba di mica tanti anni fa e di un luogo mica tanto lontano...

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

C’era una volta un paese, Aliseo, ricco di storia e di bellezza, ma poco conosciuto nei dintorni, dove viveva una principessa di nome Isidea. Benchè il re avesse cercato in ogni modo di trovarle un marito, la principessa continuava a rimanere sola: graziosa era graziosa, dicevano tutti; colta, altrettanto, ma troppo lontano il suo regno dal resto del mondo per i blasonati che volevano vivere nel cuore dell’impero. Nonostante avesse una bella ed elegante regina, potesse contare su una corte fedele e attenta ai suoi desideri, il re non riusciva a liberarsi da questo cruccio.

Decise di indire un concorso per trovare qualcuno in grado di far diventare Aliseo il paese più attraente del circondario e renderlo un posto degno di un grande principe per la sua dolce Isidea. Molti uomini di talento accorsero, interessati non tanto al denaro ma alla fama che avrebbero comunque guadagnato da un altro concorso da aggiungere al proprio palmares: tra questi si distinse un giovane ardimentoso che al re, a dire il vero, non piacque tanto, altezzoso e arrogante come si mostrava, ma vantava titoli ed esperienza. Diceva di aver avuto il merito di fare di Micropoli, un insignificante borgo poco lontano da Aliseo, la nuova Macropoli; che grazie a lui, non lo sapeva il re?, il monte Saburno era diventato la montagna più conosciuta del globo e che quella radura sconosciuta, quella che si intravedeva lì, tra colline e rilievi, in cui prima c’era solo terra battuta e qualche raro serpente a sonagli, si era trasformata nella meta più ambita di nobildonne e cavalieri.

Il re era sbalordito dalla sua audacia e incuriosito dai suoi successi. “Bene! - gli disse - il lavoro è tuo. Fai di Aliseo il regno più importante dell’impero e portami i principi più belli e intelligenti per la mia principessa”

L’impavido e astuto giovane incominciò a pensare a cosa fare: decise di chiamare tutte le persone più importanti che conosceva, mica aveva tutti quei titoli per niente?, invitandoli a venire ad Aliseo, di cui decantò il clima, il vino aspro e pungente, le donne fiere e misteriose: tutti, però, appena si informavano dove si trovasse il paese, declinavano con garbo e cortesia l’invito. Ci voleva qualcosa di più forte che li convincesse. Decise che avrebbe organizzato una giostra, una grande giostra in cui si sarebbe combattuto per la bellezza di una dama, cioè la principessa, e che avrebbe avuto ricche ricompense per tutti. Si premunì di fare in modo che le lance venissero modificate alle punte in modo che i partecipanti non si facessero male, ma che potessero soprattutto mostrarsi in tutte le loro qualità, puntando sulle bardature e sui colori lucenti delle armature. Mise loro a disposizione tutto ciò che avrebbe potuto farli apparire nella forma più sgargiante e lussuosa possibile. Costruì un enorme campo e, per indurli ad accettare, promise a tutti, indipendentemente dalla vittoria nel torneo, premi e riconoscimenti.

Allettati da simili promesse, molti nobili accorsero e parteciparono alla singolar tenzone. La serata che organizzò per consegnare i premi fu una vera apoteosi per i giostranti; gli spettatori, a dire il vero, dopo un po’ incominciarono ad annoiarsi: doveva essere un evento eccezionale ma, nella realtà, si rivelò solo una sfilata interminabile di cavalieri che ricevevano premi, lodi e complimenti. Niente nello spettacolo era stato organizzato per gli Aliseani, ma il re, la regina, l’organizzatore, gli ospiti erano tutti contenti e quindi anche loro si lasciarono contagiare dall’entusiasmo. In fondo, quando mai avevano visto simili personaggi prima d’ora?

Il re osservava, orgoglioso di come il suo piccolo grande paese fosse animato, pieno di allegria, con l’odore del buon cibo e gli aromi allettanti delle leccornie che si diffondevano ovunque. Aspettava che i premi fossero consegnati a tutti per poter conoscere i cavalieri al ballo finale. Fu una festa bellissima, durante la quale la principessa non smise un solo attimo di danzare: di sicuro, pensarono il re e la regina, quella sera avrebbe trovato il suo principe.

La mattina dopo, però, i cavalieri partirono tutti, con i loro premi e le loro lucenti armature.

Il re chiamò il suo uomo: è vero che non aveva poi pagato molto e che ambulanti e venditori avevano avuto un vantaggio per il solo fatto di aver partecipato alla festa; è vero che Aliseo per tre giorni era stato frequentato da cavalieri e nobili, ma ora era tornato deserto e Isidea sempre nubile rimaneva. Nessuno aveva chiesto la sua mano, che pure era ciò per cui si era combattuto nel torneo.

Il re gli chiese spiegazioni ma lui, offeso da tante domande, incominciò a sciorinare i suoi successi passati, le città che aveva conquistato, i riconoscimenti che gli avevano tributato: non aveva capito, il re, con chi aveva avuto l’onore di collaborare? Ma il sovrano, che nel frattempo si era messo la corona in testa come nelle solenni occasioni, lo guardò senza rispondere, gli diede il soldo e lo congedò.

Molti cortigiani, che lo avevano conosciuto ed erano stati rapiti dal fascino delle storie che raccontava quando si era attardato con loro in quelle calde sere d’estate, cercarono di difenderlo, sostenendo che un simile genio non si era mai visto da quelle parti; il re e la regina, però, non ascoltavano più.

E la principessa? Finalmente trovò il coraggio di confessare al padre che non solo non aveva mai pensato di sposarsi, ma che di sicuro non avrebbe voluto un principe. Che la smettesse di volerle trovare un marito a tutti i costi! Anche perché una simpatia ce l’aveva già ed era per un ragazzo che aveva conosciuto da poco, in una delle sue lunghe cavalcate solitarie nel bosco. Non aveva spade con sé né armature lucenti, ma sapeva cantare dolci poesie d’amore e d’avventura. E sapeva scrivere, diamine se sapeva scrivere! Lo faceva sempre, di qualsiasi cosa. Ma non su tutto. Un giorno Isidea gli aveva chiesto di incidere i loro nomi nella corteccia di quella grande quercia sotto i cui rami erano soliti riposarsi dopo le cavalcate. Lui l’aveva guardata in silenzio e poi le aveva chiesto il perché. “Come perché – aveva ribattuto a sua volta la principessa - Non vuoi che il tuo nome resti per sempre scritto su quest’albero?” “E perché?” Era stata di nuovo la sua candida risposta. “Ma perché così tutti sapranno chi sei stato.” “Beh, tutti sapranno che qualcuno ha scritto il suo nome su un albero, non chi sono stato.”

Era strano, diverso da tutti quelli che erano nel castello: quando lei gli chiedeva di andare a corte, lui cambiava argomento, rispondendo che era così piacevole rimanere all’aria aperta, nei boschi. Glielo chiese tante volte, nelle settimane successive al torneo, ma la risposta era sempre la stessa. E alla fine smise di chiederglielo. Ma non smise più, mai più di vederlo.