Tutte le contraddizioni non pacificate insite nel sentenziare poviesco

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Il nuovo brano di Povia, “Immigrazia”, come spesso capita con i nuovi brani di Povia, non lascia indifferenti. Sin dai primi versi, le certezze tutte d'un fiato cui ci ha abituato il cantautore milanese, certezze che si presentano con l'outfit dell'eternità e qualche macchia di sugo ben distribuita, si fanno largo: “Un tempo i figli crescevano duri perché i genitori erano duri. Oggi i figli sono molli perché siamo tutti molli”. Boom! Un assioma di quelli cazzuti, di quelli su cui si può costruire una cattedrale di idee. Ma non finisce qui. Poco dopo, il buon Povia incalza, tuffandosi in medias res da influencer consumato: “Se non vuoi fare quel lavoro, lo fanno loro, lo fanno loro”. Ed ecco che la salvinizzazione acuta del dibattito nazionale trova l'ennesima conferma.

La dubbia moralità, quindi, non risiede in chi specula sulla disoccupazione e sulle politiche di distruzione dei diritti dei lavoratori innescando una corsa salariale al ribasso. Mai sia! La dubbia moralità alberga, invece, nel migrante disperato disposto a condizioni di sfruttamento, più o meno legali, pur di sopravvivere. E se lo sostiene Povia, a torso nudo, con un cappello cilindrico e un crocifisso in bella mostra, possiamo tranquillizzarci, è la sacrosanta verità. Direbbe Marx: “La profonda ipocrisia, l'intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude”. Replicherebbe Povia, senza alcun buco d'analisi e senza tortuosità sibilline: “Ma non è mica colpa loro, c'è un disegno molto chiaro: il potere veterano, con la scusa del razzismo, vuole fare fuori l'italiano”. Dalla sostituzione etnica all'autopulizia etnica. Tutto fila con apodittica leggiadria. Il senso di colpa degli occidentali in qualità di unico filtro interpretativo delle dinamiche geopolitiche ha stancato. Il terzomondismo, posizione fetale prediletta dalle sinistre pantofolaie, ha gettato la maschera e si è rivelata posizione fatale.

E poco importa se i soliti calunniatori, per screditare l'artista “erudito” – epiteto preso in prestito dall'area commenti collegata al video del brano –, si siano indaffarati nel rilevare tutte le contraddizioni non pacificate insite nel sentenziare poviesco.

Qualcuno ha osato asserire, documentandosi, che Povia cambierebbe opinione con la stessa velocità impiegata da Di Maio nell'aggiornare i riferimenti politici del M5S; persino il backstage di questo articolo, ossia una discussione tra amici avvenuta a coronamento di una cena apostolica, ha contemplato qualche incursione scettica orientata su tale linea: quousque tandem, Povia, abutere patientia nostra?

Ma l'autore di “Immigrazia” aveva già previsto ogni cosa. Infatti, in un suo pezzo precedente, “Illuso”, in cui si dichiara “pronto a sputarvi nel muso...puh!”, così si esprime con piena lungimiranza: “E magari io sono incoerente, ma non sono ancora morto di mente”. “Non sono ancora morto di mente”, geniale. Nessun uomo finora aveva eretto una difesa tanto solida del “Eppur si muove, forse”.

Ci pensate? Senza la capacità di selezione dei contenuti caratteristica dei social network, avremmo potuto perderci la saggezza di Povia, teorizzatore dei terremoti cagionati dall'umano sbatter di piedi e della Commissione Trilaterale come causa più probabile dell'alcolismo (ecco cos'è il “Potere superiore” di cui parla il grande libro degli A.A.). Per non parlare del suo illuminato parere sulla terapia finalizzata al riorientamento sessuale. Insomma, se Povia non fosse esistito, avremmo dovuto inventarlo. Fortuna che a Sanremo ne hanno afferrato a pieno il valore. Non era affatto scontato.

Altri imperdibili estratti dall'ultima hit da dare in pasto al lettore famelico: “Ma se dici queste cose sei soltanto un incivile e sei poco tollerante, pappapero-pappapa”; “Mentre tu stai sulla sedia piano piano lui si insedia. Nel frattempo l'immigrato, con l'aiuto del governo, mentre noi litighiamo, lui si prende il nostro posto e ci cambia il Padreterno”. Dalla sostituzione etnica a quella divina il passo è breve e la crisi reputazionale del nostro Dio non aiuta. Così un commentatore ossequioso: “La vittoria dell'ateismo popolare è la più grande vittoria dell'élite totalitaria”.

Che bello, tutti si esprimono liberamente. Tutti obbligati a esprimersi liberamente. Liberi dall'informarsi, dal formarsi e di disinformarsi. Un ottimo modo di investire la propria libertà. Sempre sia lodato Povia!