Da Città Spettacolo a Città Avanspettacolo, la rassegna fatta sagra. La cultura e il consumismo da supermarket

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Mastella e Picucci
Mastella e Picucci

La nuova edizione di Città Spettacolo – A Sud di nessun Nord è alle porte. A ricordarcelo c'ha pensato un memorabile spot ideato dal direttore artistico Renato Giordano. Scena: all'interno di un supermercato (luogo dell'anima per antonomasia), presso il bancone dei surgelati, un manipolo festoso di individui canta e danza sulle note di una vecchia canzone di Renzo Arbore, mentre il regista bis della rassegna, rannicchiato in un carrello per la spesa, ci fa sapere che “che ce ne sarà per tutti i gusti”. Lo slogan: “manc' sul' tu”. Per dirla in picucciese: “La gente ci fa già i complimenti perché si sente protagonista rispetto alle passate edizioni”. “La gente” da reclutare, quindi, è la vera protagonista, non i contenuti. Addirittura, pare che per coccolarne ulteriormente il protagonismo, l'impostazione di partenza contemplasse la possibilità di installare degli applausometri finalizzati a un controllo immediato sulle performance, in maniera tale da sancire, all'occorrenza, la fine prematura delle stesse... Ma torniamo allo spot.

Durante il primo corpo a corpo visivo, lo confessiamo, abbiamo temuto si trattasse di un'allucinazione trash provocata dall'esposizione prolungata a temperature superiori ai 40 gradi. Invece no. Tutto vero, persino la foto che ritrae Mastella e Lenny Kravitz sopraggiunta in seconda battuta. A questo punto, essendoci guadagnati il giusto grado di disagio, ci siamo chiesti, per deformazione professionale, “cos'è reale?”. Risposta: il cachet di Arbore e la cena in bianco. Reazione: giochiamoci la carta di un nostro “episodio psicotico” e accantoniamo per un po' il principio di realtà.

Niente da fare, il lancio pubblicitario strategicamente concepito ha continuato a tormentarci, diffondendosi a macchia d'olio e stimolando dibattiti in rete. Da una parte gli estimatori, che non abbiamo intercettato a causa delle filter bubble fabbricate ad personam dagli algoritmi facebookiani, ma che abbiamo postulato per amor di completezza. Dall'altra i detrattori. In mezzo, l'intero spettro che collega i due estremi: detrattori moderati, detrattori possibilisti, quasi estimatori, estimatori moderati, ecc.

A tal proposito, degna di nota è l'analisi, in gran parte condivisibile, apparsa su arcadiacom.it. Analisi che, tuttavia, prende le mosse da una premessa, a nostro avviso, non proprio convincente: “A noi poco interessa, né appassiona, la querelle culturale, la contrapposizione politica, l'arruolamento tra i puritani della manifestazione elitaria o i fan sfegatati a sostegno della linea godereccio-strapaesana”.

E il non convincerci non dipende dal nostro aderire, anche sotto tortura, a quel nobile filone di pensiero che comincia con la condanna dell'apragmosyne politica di una certa Atene, passa per l'ignavia relegata all'inferno da Dante e culmina nel gramsciano “odio gli indifferenti”. Il non convincerci, almeno in questo caso, dipende essenzialmente da una non accettazione della summenzionata fotografia riassuntiva del confronto in atto: elitisti vs popolofili.

Questo perché riteniamo che un simile schema, lungi dal rappresentare in maniera plastica il contrasto tra le varie posizioni, sia piuttosto il costrutto narrativo di una certa comunicazione politica intenta a edificare un framing preventivo di comodo. Ecco l'applicazione da manuale della logica populista: collocando l'amministratore-organizzatore di turno dalla parte del popolo ancor prima che l'eventuale disappunto per l'operato di costui abbia il tempo materiale per palesarsi – ad esempio, nella fattispecie, attraverso l'annuncio martellante di una svolta inclusiva o democratica di un evento culturale una volta percepito come meno accessibile –, si ha, in un secondo momento, l'opportunità di etichettare, subdolamente, come “nemico del popolo” chiunque si faccia portatore di istanze critiche. In sintesi, grazie al caos informazionale a cui siamo sottoposti, è davvero molto facile, per la comunicazione politica odierna, veicolare con successo una precodificazione semplicistica di ciò che accade sotto i nostri occhi. Le opinioni che esprimono dissenso, specie se argomentate, naufragano, mentre ciò che rimbalza senza sosta sono le dichiarazioni sloganistiche, quindi più funzionali alla propagazione mediatica, di chi amministra. Si può far passare la complessità, con lo sforzo cognitivo che ne consegue, come un vezzo da snob, il varietà old style come un'operazione di apertura, l'ecologia della mente derivante da un confronto con una materia ostica, riflessiva, che non rassicuri, che non confermi ciò che già crediamo di sapere come una roba da scartare perché intrinsecamente antidemocratica.

Compendio dello spirito democratico comunemente inteso: non lo capisco, quindi è inutile; anzi, è nocivo perché mi discrimina. L'infantilizzazione della proposta culturale è la nuova frontiera della democrazia. Di una democrazia sana, forte e consapevole, scevra da pseudointellettuali.

Quegli stessi psuedointellettuali menzionati in lungo e in largo. Così Mastella: “Gli pseudointellettuali che facevano obiezioni sono stati avvistati alla sagra di Ceppaloni. La nostra è una sorta di sagra di Benevento, quindi credo gli piacerà pure questa”. Integrazioni di Picucci, assessore comunale di Benevento alla cultura: “Non vengo dal mondo della cultura […]. Ma mi arrabbio quando leggo di persone che si spacciano per intellettuali giudicando senza averne le competenze. Io gli intellettuali li rispetto, anche se spesso non condivido il loro pensiero...”.

Di primo acchito, stando al massimo esponente della mastellastica e dato il riferimento ceppalonese, possiamo sostenere che la caccia allo pseudointellettuale svolge la funzione di illuminarci sull'incoerenza di quest'ultimo. Proviamo a enucleare la tesi sotterranea: se si contesta la trasformazione di Città Spettacolo in Città Avanspettacolo in virtù del processo di sagralizzazione, non si può prender parte a un qualsivoglia evento sagraiolo; se lo si fa, il prefisso “pseudo” diventa un automatismo. Obiezione: e se il problema non fosse costituito dal contesto-sagra in sé ma dalla temeraria sagralizzazione di ciò che sagra non dovrebbe essere? In altre parole: se il famelico avventore della sagra ceppalonese anziché trovare degli stand muniti di montanare trovasse una riproposizione in scala della Biblioteca d'Alessandria, non rimarrebbe deluso? Non noterebbe una stonatura rispetto alle legittime aspettative?

Chissà. Sta di fatto che potremmo aver compiuto delle approssimazioni. Magari l'intellettuale non pseudo, prescindendo dalla controversia ceppalonese, è quello che concepisce, in base alle poco chiare coordinate della mastellastica, il proprio rapporto con il potere come un perpetuo porsi proni. Ma non ne siamo sicuri. Per cui, per dirimere la questione, riteniamo metodologicamente appropriato il ricorrere alle integrazioni di Picucci, altro esperto in patenti di intellettualità della mastellastica.

Egli, non appartenente al mondo della cultura per sua stessa ammissione, da assessore alla cultura, con logica inattaccabile, lamenta di giudizi espressi “senza averne le competenze”. Tuttavia, ci fa sapere che nutre il massimo “rispetto” nei riguardi degli intellettuali, pur non condividendone spesso il pensiero. Già, il celeberrimo pensiero unico degli “intellettuali”, vocabolo che, d'altronde, abbrevia la più corretta, nonché nota, espressione “intellettuali onniconvergenti”. Tutti ricordiamo il classico svolgimento dei dialoghi platonici. “Socrate: hai ragione; Parmenide: no, hai più ragione tu; Zenone: avete più ragione entrambi”. La cultura e la scienza hanno fatto enormi progressi in virtù di questi proficui dibattiti.

Stop. Qualcuno potrebbe scorgere della malizia nella nostra esegesi picucciana. E se l'assessore, invece, si riferisce a una sorta di percezione monolitica degli (pseudo?)intellettuali autoctoni legata a un giudizio di quasi unanime contrarietà degli stessi rispetto al nuovo corso di Città Spettacolo?

Beh, in tal caso, ci verrebbe da replicare che, forse, non bisogna aver frequentato una scuola caustrale, con annessi aerosol di muffa e polvere, per contestare la quattronottiepiùdilunapienizzazione di una rassegna culturale che nasceva con ben altri intenti. Basta aver letto una manciata di libri per sapere che la cultura è una cosa viva, che agisce, che determina scelte e non mero stordimento edonistico o consumismo da supermarket. Tutto qui.