Benevento città dormitorio. La demolizione del Cinema Massimo: se ne discuta in Consiglio Comunale. Lo spazio civico da tutelare per trovare un senso al futuro

- Politica Istituzioni di Raimondo Consolante

La notizia, pubblicata dal Mattino di oggi, sulla proposta avanzata di demolire il Cinema Teatro Massimo per far posto ad un nuovo complesso edilizio destinato ad abitazioni e commercio, merita alcune considerazioni su cosa potrebbe diventare la nostra città nei prossimi anni. La riduzione delle possibilità di spesa pubblica e la mancanza di un disegno strategico per Benevento sembrano poter delineare, tra le conseguenze, uno scenario ben poco desiderabile: la desertificazione dello spazio collettivo.

Appare evidente la difficoltà di gestione dell’attuale organismo urbano, a causa della dimensione dilatata ormai raggiunta e non accompagnata da un adeguamento della consistenza demografica, recentemente registrata perfino in contrazione. Altresì la perdita di funzioni pubbliche e l’incapacità di attrarne di nuove, l’endemica stagnazione di un modello produttivo assistito ed anacronistico, spingono il capoluogo sannita verso il definitivo ridimensionamento a città dormitorio.

Questo status, accompagnandosi alla condizione socio culturale dell’asservimento al consumo rapido, vira verso una versione grottesca del concetto modaiolo di smart city: piuttosto che città agile perché intelligente e veloce, una città piccola perché povera di azioni reali.

Non abbiamo notizie dirette sull’ipotesi di intervento edilizio sul complesso del Massimo. Certo la proposta, in variante allo strumento urbanistico, balzata all’onore della cronaca nella distrazione dell’afa estiva, almeno per tempistica conduce la memoria alle note giornalistiche sulle operazioni speculative delle roventi estati degli anni ’80 e ‘90 del post terremoto. Ed oggi, a ben vedere, siamo nel pieno di un altro post terremoto - certo non legato ad una devastazione fisica, piuttosto della coscienza collettiva della città - forse meno evidente ma per molti aspetti perfino più drammatico. Al momento, tuttavia, sospendiamo prudentemente qualsiasi giudizio per mancanza di elementi completi.

E’ invece auspicabile e doveroso che ci sia la possibilità di discutere di un progetto in variante così importante nel consesso del Consiglio Comunale. Sarebbe un ossequio minimo ad un pensiero sulla città di oggi e su quella - se si è in grado di immaginarla - di domani. Il prossimo futuro regalerà altri banchi di prova severi: ad esempio le proposte di riconversione degli edifici ex sede della Banca d’Italia e dell’Inps, già privatizzati. E siamo solo agli inizi.

Non vogliamo in questa sede affrontare le implicazioni storico culturali che pure dovrebbero essere discusse. Gli interni del Cinema Massimo e del Cinema San Marco sono due esempi niente affatto trascurabili di spazi per lo spettacolo della metà del secolo scorso. Gli autori sono tra i migliori progettisti che hanno operato in quegli anni a Benevento. E che dire della Banca d’Italia! Un’opera di grande respiro, pubblicata su riviste di caratura internazionale, che andrebbe pienamente tutelata nella sua configurazione architettonica e urbana (Piazza Risorgimento è una delle poche piazze italiane costituita per intero da architetture del novecento).

Ma al di là di questi essenziali e niente affatto trascurabili argomenti, la perdita di una sala teatrale di così cospicue dimensioni come quella del Massimo, nel pieno del centro cittadino, procura amarezza e un grave danno sociale. Eppure sembra essere un approdo ineluttabile, conseguenza di una strategia mai immaginata per la gestione di spazi collettivi nati dall’iniziativa dell’impresa privata nel secondo dopoguerra e poi non riconvertiti proprio sul piano imprenditoriale. Era questo, negli anni, che bisognava determinare: un percorso di ridisegno gestionale, non certo funzionale. Si sarebbero dovute attuare politiche di pianificazione urbana diverse e lungimiranti, aiutate ovviamente da un’imprenditoria più sana e creativa. E lo stesso dicasi per il Cinema San Marco.

Le sale cinematografiche dismesse di Benevento sono due spazi dignitosissimi, ancora oggi moderni, appartenenti a un’idea di città sicuramente molto più ambiziosa di quella di oggi. Ma soprattutto legati ad un senso del vivere civile, dell’incontrarsi per relazionarsi. Ad una cultura dell’abitare. La qual cosa è la prima garanzia della formazione di una coscienza collettiva.

Ciò che oggi genera tristezza non è l’idea della demolizione di un immobile sotto utilizzato ma l’idea della ricostruzione: del tutto priva di funzioni destinate alla collettività in quanto entità superiore e non mera derivazione di sommatoria di singoli interessi.

Non avere più a cuore la tutela dello spazio civico - di proprietà pubblica o privata non importa - è il segno triste di un riflusso di coscienza da combattere con grande energia. Ed è questo uno dei primi banchi di prova attorno al quale la nostra comunità può misurarsi per trovare un senso al futuro da compiere.