Le lacrime dei coccodrilli di oggi per l' abbattimento del Cinema Massimo che non proietta film dal 2014

- Politica Istituzioni di Giovanni Festa
Il Cinema Massimo in Via Perasso
Il Cinema Massimo in Via Perasso

A volte si andava in via Perasso con la mamma, qualche altra mamma e relativa prole-compagna. E c'è questo sfocato ricordo di un polpettone di tre ore, "Nicola e Alessandra". Per quanto gratificato di quattro nomination e un paio di Oscar, e tre nomination al Golden Globe, una prova dura, a 9 anni: quanto talora serve, però, a far scattare la scintilla nel buio della sala (il regista Schaffner sarà amato in seguito per 'Papillon' e per il recupero, in una sala di terza visione al paese, della versione prima e inimitabile del 'Pianeta delle Scimmie').

Già un anno dopo, ricordo anch'esso virato seppia, in via Perasso ci si andava col vicino di banco, e da soli. Ma sovvenzionati: 800 lire per una sorprendente prima visione era un prezzo di biglietto in crescita, e allora fu consentito l'ingresso gratuito ai fratelli minori. Alla fine Marlon Brando cadeva in giardino e veniva pianto come un qualunque nonno buono (e non lo era).

Nell'età immatura della post-adolescenza in via Perasso ci si andava sfidando l'ultimo spettacolo, e l'oppio di Bob De Niro non aveva un effetto stordente o soporifero.

Oggi in via Perasso si va solo perché capita l'asfalto sotto i piedi. Ci passa di tutto, ci passano tutti, c'è di tutto, tranne l'unica cosa che ne ha storicizzato la toponomastica.
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Anche se in fondo si tratta di una semplice coincidenza, nulla impedisce che venga interpretato come un segnale (di resa) la pubblicazione di due articoli nel medesimo giorno, 11 agosto, su giornali di differente periodicità (quotidiano e settimanale), che trattano il tema "cinema" in due declinazioni contrastanti eppure non distanti.

Nella cronaca cittadina, Il Mattino, a firma di Gianni De Blasio, ricorda che "chiude definitivamente il cinema-teatro Massimo: il fabbricato sarà abbattuto" e in via Perasso dovrebbe sorgere il solito monumento ai caduti: un edificio, di pari volumetria, che ospiterà, visto il periodo florido e la crisi alle spalle, ancora esercizi commerciali dove spendere il poco o nulla destinato agli extra dopo aver sistemato la sopravvivenza, e, in accordo con la forte richiesta del ricco mercato immobiliare di questi tempi, tre piani di abitazioni civili...

Sul numero 1534 del Venerdì di Repubblica, Irene Bignardi, già critico cinematografico per lunghi anni del quotidiano romano, recensisce nella rubrica che cura ("Zoom") un libro di Riccardo D'Anna ("Quattro passi tra le nuvole") che è "un'impudica dichiarazione d'amore". Il trionfo - ricorda il titolo della rubrica - della "nostalgia di un cinema fatto di sale e di bei film" che pone un interrogativo di qualità (della vita): "Me se cinefilo significa amante del cinema, che parola possiamo usare per chi amava il cinema in quanto sala, e vede il suo mondo scomparire sotto l'urto delle sale giochi, o di qualsiasi altra forma di riciclaggio degli spazi un tempo destinati al sogno collettivo dell'immagine in movimento?".

L'elemento di raccordo fra i due poli appena ricordati è l'interessante "racconto" che Raimondo Consolante ha affidato al Vaglio . Il racconto mesto di una città che continua ad andare indietro senza aver mostrato l'umiltà di voltarsi indietro per attingere al suo patrimonio culturale, storico, sociale.

Naturalmente nel rapporto fra luna e dito, la vera notizia della chiusura del cinema-teatro Massimo è solo nella eventuale nuova destinazione d'uso della cubatura presente in via Perasso (e da riedificare) e non certo nella sparizione della sala cinematografica. E' avvenuta già a settembre 2014, in pratica, con la sospensione delle proiezioni (seguita di lì a pochi mesi - gennaio 2015 - dalla serrata dei battenti in via Traiano, col cinema San Marco divenuto oggetto di crociate e di indignazioni luminose e durature come un fiammifero svedese).

Eutanasia è intanto il termine da adoperare con correttezza in questo caso, per il mancato adeguamento (privato), cioè, alla normativa che imponeva il passaggio dal cinema analogico al digitale con un costo orientativo, ma non distante dalla realtà, che prevedeva un impegno economico oltre i 50.000 euro, appunto, non sostenuto.

Quindi, in tema di riduzione dell'offerta culturale, le odierne lacrime politiche dei coccodrilli che hanno impoverito nel corso degli anni la città costituiscono un depistaggio.

E, come al solito, desideroso di piacere e apparire è il contenuto del comunicato stampa di un palazzo Mosti che, solo oggi, "considera l'esistenza della sala e dei settecento posti a sedere in una zona centrale della città strategicamente importante per la politica di valorizzazione della cultura e del territorio che, seppure con le difficoltà note, si vuole affermare".

Dimenticando appunto che il cinema teatro Massimo era già al palo da tempo - nel diffuso silenzio istituzionale, ora come al solito rotto dall'impellenza lucrativa in chiave futura -. E che la politica di valorizzazione della cultura e del territorio è ostaggio di una visione di corto respiro: basta volgere lo sguardo a Città Spettacolo, ai suoi spot, al suo programma, all'inverecondia di un dibattito politico che riconosce alla nuda "diffusione" del prodotto un valore pregnante e decisivo per decretarne un successo.

Ma mi faccia il piacere, avrebbe commentato il filosofo nazionale...