La televisione e i gastromani irrecuperabili : l'uomo non è più ciò che mangia, ma ciò che sa su ciò che mangia

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Il trimestre di gloria per cimici e inquietudini è alle porte, il cambio di stagione assume pian piano la sua consistenza. Sin dalle prime piogge, i divani sanno già come tentare le nostre natiche, smaniose di pigrizie, caminetti, telecomandi, antieroismi e nuovi palinsesti. Ah, prevedibili e biasimevoli natiche! Le prime carrellate abuliche suggerirebbero serie tv inedite, ma per carburare a dovere necessitiamo di freddi più consistenti. Quindi, l'affidarci a un intrattenimento di facile rimpiazzo rimane un'opzione pressoché automatica. Ancora non ce la sentiamo di stipulare l'ennesimo contratto con la HBO.

Spinti da tale leggerezza, un'incauta leggerezza, ci troviamo a ficcanasare presso quei quartieri del piccolo schermo scientemente inesplorati fino a un attimo prima: Masterchef, Top Chef Italia, Cucine da incubo, 4 Ristoranti, eccetera. Domanda: ma quanti ne sono?

Se consideriamo anche i canali tematici, La prova del cuoco, I menù di Benedetta, Il cuoco vagabondo, Il cuoco sedentario o altre trasmissioni affini meno idonee a scalare le gerarchie della coolness, abbiamo quasi la sensazione di far parte di un esercito di gastromani irrecuperabili: una sorta di trasvalutazione dei valori corale consacrata non a un vitalismo di spessore, ma alla mera crapula, sembra attanagliarci.

Ma è solo apparenza. In realtà, ciò che sta prendendo forma non è un pangastrismo zoticone (cioè, non solo quello), bensì un'intellettualizzazione sistematica del cibo. L'uomo non è ciò che mangia, l'uomo è ciò che sa su ciò che mangia. E ciò che mangia deve approssimarsi alla smaterializzazione: gambero rozzo, gambero rosso, gambero concettuale, post-gambero; würstel in camicia, würstel scamiciati, würstel in lingerie, würstel metaforici.

Paradosso implicito nella comune percezione del fenomeno (?): se infiliamo un “ermeneuta” all'interno di un articolo, significa che giochiamo a fare i complicati. Scandaloso. Il pubblico ludibrio ne è la naturale, nonché sacrosanta, conseguenza. In effetti, anche se infiliamo un “pubblico ludibrio” all'interno di un articolo potremmo esporci al pubblico ludibrio, senza che quest'ultimo possa definirsi, sentirsi o comprendersi come tale.

Invece, se l'attesa del sollevamento di una cloche in un qualsivoglia cooking show ci induce uno stato di ipervigilanza, stiamo di sicuro intraprendendo delle sane abitudini emotive. Contestare tutto ciò è snobismo professorale.

A tal proposito, nessun evento culturale sembra più auspicabile se non affiancato da caciocavalli impiccati con cordicine dorate et similia. Per un polpettone scomposto allestito da Cannavacciuolo siamo pronti a spendere 60 euro, mentre per uno spettacolo teatrale o una visita al museo ci indispettiamo una volta sforati i 10. E pensare che una performance di Rezza non diventerà pupù a breve distanza dalla sua fruizione.

Febbre gourmet in versione bricolage: un nostro amico, frequentatore dei summenzionati programmi e dalle doti culinarie un tempo poco inclini all'attraversamento della mera carbonara – quantunque parliamo della migliore carbonara domiciliare d'Europa -, ormai costringe la sua ragazza a degustare, senza tregua, specialità sperimentali di propria realizzazione, indignandosi al cospetto di richieste gastronomiche leggermente più tradizionali. La sua massima: “Se non è in cantiere quantomeno un timballo di tortellini, non mi avvicino neppure ai fornelli”.

Ora, tornando al punto di partenza, sarebbe forse appropriato compiere un discernimento: format old style come la Prova del cuoco, magari anche quelli più moderni ma pacati come 4 Ristoranti, non stimolano un approccio critico. Si fanno apprezzare per l'assenza di isteria. Sono quasi rassicuranti. Al contrario, ciò che nello spettatore agnostico può provocare sguardi di traverso alla Underwood è l'atmosfera elettrica riscontrabile in trasmissioni come Masterchef, Top Chef Italia o Cucine da incubo.

La prima in ordine di apparizione: giudici dalla scontrosità abnorme che fanno riconsiderare il sergente Hartman (Full Metal Jacket) alla stregua di un educatore deamicisiano (ecco il martellante leitmotiv scandito, rigorosamente a testa bassa, dai cuochi amatoriali in gara: “sì, chef!”); musiche da colossal a sottolineare il dramma di una salsa bernese imperfetta; puttanesche dilemmatiche; teorie del panzarotto, del complotto sul panzarotto, del panzarotto complottista; mistiche del broccolo.

La seconda (Top Chef Italia): gemella disadattata di Masterchef esibente una competizione tra cuochi professionisti, giudici televisivamente scarsi dalla carriera culinaria non impreziosita dal superamento dell'esame di Torture Psicologiche 2, episodi tensivi grotteschi; più brutta della barba di Bargiggia, meno coinvolgente di una lezione di Tremonti sul Rinascimento.

a terza (C.D.I): cucine di ristoranti prossime a quelle delle matricole fuorisede; menù da tavola calda malinconica prontamente demoliti tramite assaggetti scorbutici; microconflittualità tra i membri dello staff; il provvidenziale, sebbene brusco, Cannavacciuolo che si abbatte sul caos shakerando alla perfezione esprit de géométrie ed esprit de finesse; il metodo sistemico-relazionale che trasforma una Cinquecento da mandare allo scasso in una Ferrari scintillante; insomma, continue esplosioni di credibilità; credibilità flambé; realismo sporco; puzza di vita.

In conclusione, appurato che il cibo svolge, di fatto, un ruolo secondario nelle partiture di questi programmi, i quali diventano piattissimi in assenza del giudice megalomane dalla stronzaggine gratuita (a riprova di ciò il tachicardico Flop Chef Italia), e appurata la quasi impossibilità di interessare l'esigente pubblico contemporaneo bypassando il trinomio cibo-competizione-vessazione, abbiamo deciso di proporre alla redazione un talent show tutto nostro. Si chiamerà “Vaglio, olio e peperoncino”: il giudice più magnanimo avrà un machete in dotazione; il concorrente più fortunato sarà seduto su una mina antiuomo e utilizzerà un grembiule esplosivo. Lo spettatore, come sempre, dovrà fidarsi e delegare la propria valutazione all'aguzzino di turno.