Mensa - I ricorsi sul nuovo appalto del servizio a Benevento. Il panino libero vietato e la politica sottomessa all'economia

- Politica Istituzioni di Pompeo Nuzzolo

La gara espletata dal Comune di Benevento per l’aggiudicazione del servizio mensa merita una riflessione che vada oltre i ricorsi al Tar annunciati sulla regolarità del procedimento. In verità, le doglianze lamentate dai partecipanti alla gara sono molto diverse da quelle rappresentate dai genitori degli alunni. Le prime riguardano la legittimità degli atti procedimentali, le seconde, pur essendo rivolte a interessi legittimi (diritto al panino libero) hanno un significato più profondo che riguarda sia le relazioni fra il Comune e i cittadini interessati, sia il ruolo della politica nel contesto sociale ed economico del paese.

Sulla regolarità della gara, nella fase anteriore al suo espletamento, è stata inoltrata la critica del mancato inserimento nel bando della clausola sociale, prevista dalla legge, che impone l’assunzione dei dipendenti dell’appaltatore uscente da parte del nuovo vincente appaltatore. Sull’obbligo di assunzione del personale dipendente della ditta uscente, non credo vada enfatizzata la sua funzione, al fine di non creare aspettative eccessive nei lavoratori della società uscente. Una recente decisione del Tar Toscana 231/2017, in linea con la giurisprudenza antecedente l’inserimento dell’obbligo della clausola sociale prevista da una legge dello stato, ha dichiarato, richiamando specifici precedenti del medesimo TAR, l’illegittimità di una clausola sociale redatta in modo “tale da imporre in termini rigidi la conservazione del personale di cui al precedente appalto…. dovendo invece essa essere formulata in termini di previsione della priorità del personale uscente nella riassunzione presso il nuovo gestore, in conformità alle esigenze occupazionali risultanti per la gestione del servizio, in modo da armonizzare l’obbligo di assunzione con l’organizzazione d’impresa prescelta dal gestore subentrante”. La tutela del lavoratore o dei lavoratori, per essere reale, va esplicitata nella fase successiva all’aggiudicazione cioè nella fase di gestione del contratto.

La clausola produce la sua efficacia massima solo se la società che vince non ha personale o ne ha pochissimo, ma vuole conquistare una fetta di mercato assumendo il personale altrui. Anche la non indicazione dei costi relativi alla sicurezza potrebbe non essere valutata negativamente, se la prestazione dell’appaltatore avvenisse senza interferenze con i locali del Comune.
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Le critiche sollevate dai genitori degli alunni, iniziate con l’approvazione del regolamento del servizio mensa che obbliga chi sceglie il tempo pieno a iscriversi alla mensa del Comune, hanno un fondamento sia sul piano giuridico che politico. Sul piano giuridico tocca ai legali evidenziare l’illegittimità della norma regolamentare ma, avendo una ipersensibilità verso una corretta applicazione delle tasse, non mi esimo dal sottolineare che si potrebbe ipotizzare una trasformazione di un corrispettivo in tassa, attraverso una norma regolamentare che si rivolge alla scuola dell’obbligo.

Il problema vero è di natura politica. Ho più volte scritto che il legislatore piuttosto che riformare il welfare ha pensato di modificarlo attraverso la riforma contabile. Al fine di garantire i principi economici, non riforma il welfare né i contenuti delle relazioni fra cittadino ed enti pubblici, fra lavoro e capitale, ma adegua, normativamente i comportamenti degli utenti e dei cittadini alle regole del’economia. Quante volte abbiamo sentito dire che la politica è succube del potere economico che a sua volta è succube del potere finanziario che è scisso dall’economia reale? Molte volte.

La modifica al regolamento del servizio mensa che lega l’obbligatorietà dell’uso della mensa scolastica alla scelta del tempo pieno, ponendo fine alla conquista del panino libero, che se rispettato potrebbe produrre squilibri di bilancio, è l’esempio di come la politica non si confronti più con i problemi che la modernità continuamente crea. Segue invece la stella polare delle regole economiche e, adeguando normativamente le scelte dei cittadini ai principi di bilancio, induce a credere che il capitalismo sia una forma di vita come le altre. E’ il cittadino che, attraverso le indicazioni provenienti da norme, suggerite da principi economici, deve adeguare i propri comportamenti alle regole economiche perdendo ogni facoltà di scelta.

Non è un caso che, per porre una diga alla conquista del panino libero, è stato presentato un progetto di legge che va nella direzione della norma regolamentare deliberata dal Comune di Benevento.

La sociologa Rahel Jaeggi nel suo libro “Forme di vita e capitalismo” si occupa di questi temi. Si sarebbe potuto affrontare il problema in modo diverso, rispettando il nuovo diritto acquisito? Qualche comune, anche se piccolo, come appreso dalla stampa nazionale, ha raggiunto l’obiettivo elaborando un progetto partecipato dall'ente comune e dai genitori e condiviso da entrambi, ottenendo anche un risparmio nei costi. C’e un altro problema da non sottovalutare. La sala mensa delle scuole è un bene pubblico che, in quanto tale, non può essere precluso all’uso di scolari che intendono lì consumare liberamente il loro panino.