L'avvio del Benevento e l'intermittente e debole tesi della Serie A dalle troppe 20 squadre

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Diciamocela tutta, la storica prima stagione nella massima serie del Benevento Calcio comincia a somigliare un po' troppo alla “gita” a Barcellona di Ciro Di Marzio in Gomorra 1. Persino il tifoso dall'ottimismo incrollabile non può non rivedere la propria posizione di partenza, a vantaggio dell'amaro gongolarsi del supporter catastrofista, cliente abituale del realismo-col-senno-di-poi. Tra doppiofedismi fisiologici, critiche, critichette, criticastre, dispensatori di patenti di tifo e altri indizi di impareggiabile coesione cittadina, la squadra sannita, di fatto, ancora non riesce a smuovere la classifica, battendo record negativi di domenica in domenica. Tanto da meritarsi l'attenzione delle grandi summe del giornalismo sportivo nazionale, sempre lesto nel riaprire polverose questioni relativamente innocue e altrettanto scaltro nel derubricare vicende ben più fastidiose.

In tal senso, l'articolo “Il Benevento è una pena, la serie A a venti squadre è una pagliacciata”, apparso su Linkiesta il 25 settembre, stuzzica a sufficienza la nostra ritrosia. E la stuzzica non perché non ammettiamo che possano piovere sfottò o sentenze premature, considerando altresì l'attuale score della compagine giallorossa. Bensì, per i toni sprezzanti e superficiali con cui l'argomento viene affrontato all'interno di un contesto giornalistico di solito rispettabile; per non parlare della sostanziale disinformazione.

Così il signor Fagnani, autore dell'articolo: “La strada della classe d'élite non può essere percorsa da squadre come il desolante Benevento, finito in Serie A con grande merito ma pochi soldi, poca qualità (per la categoria) e forse anche poca convinzione. Una squadra che dopo sei giornate ragiona già in funzione dell'anno prossimo, che con tutta probabilità giocherà nella serie cadetta. Una squadra che ha gioco per la Serie B, ha nomi da Serie B, ha uno stadio da Serie B e anche un allenatore, incolpevole dopo queste sei giornate, da Serie B...”. Nell'elenco originario riguardante la cadetteria ontologica del Benevento figurava addirittura “un pubblico da Serie B”. Quest'ultimo segmento testuale, probabilmente, sarà stato rimosso in virtù di qualche segnalazione fumantina; sulla pagina facebook di Linkiesta, nella discussione collegata all'articolo, sono presenti diversi commenti che ne testimoniano la rimozione.

Insomma, il buon Fagnani, impassibile dinanzi al liturgico silenzio del Bentegodi quando a giocare in casa è il Chievo, dinanzi al bacino di pubblico del Sassuolo (che disputa le proprie partite a Reggio Emilia) e dinanzi al coraggio architettonico dello stadio dell'Empoli (club retrocesso nella scorsa stagione dopo una discreta permanenza nella massima categoria), si ritrova ad affermare che “la Serie A a venti squadre è una pagliacciata, semplice business e non vero sport”, contravvenendo al suo credo precedente per sua stessa ammissione, soltanto al cospetto delle prime sei giornate di campionato del Benevento, dando così manforte a De Laurentis e alle relative velleità di superlega.

Ricapitolando in parafrasi: società pezzente, giocatori scarsi, stadio inguardabile e un allenatore che in Serie A esprime il medesimo acume tattico di Stannis Baratheon ma che non ha responsabilità. Un'analisi al vetriolo fondata su elementi tutti da dimostrare, ma che diventano, nell'immaginario stereotipato di un certo giornalismo nordico completamente ignaro, fulgide evidenze.

Chiamateci pure paranoici, ma l'impressione che abbiamo, almeno negli ultimi tempi, è che il sistema-calcio peninsulare senta l'esigenza di rimettersi strutturalmente in discussione ogniqualvolta una provincia del sud va ad affacciarsi nel massimo campionato: basta che Crotone o Benevento inanellino 3 sconfitte di fila o incassino una sonora batosta affinché si sguinzagli il tormentone della Serie A a 16 squadre. Sarà pure una coincidenza, ma al momento non ci sovviene il ricordo di necrologi analoghi prodotti in occasione dei sette gol subiti dal Bologna, in casa, nella sfida col Napoli durante la scorsa stagione.

Alcuni analisti – garantiamo – in un ipotetico Liber de Causis, sull'ordine gerarchico delle cause dei mali che attanagliano il malconcio campionato peninsulare (penuria di top player, scarsi investimenti, impianti vetusti e semideserti, continui scandali, ecc.), punterebbero tutto, in qualità di causa prima, sull'eccesso di club, requisito che impedirebbe una distribuzione più vantaggiosa dei diritti televisivi. In sintesi: se Messi se ne strafotte di militare nel Milan è tutta colpa di società come il Benevento; le quali non vogliono limitarsi a “sognare”, dalla propria banlieue calcistica, di misurarsi un giorno con le grandi.

A tal proposito, ci colpisce davvero il cinismo arrotondato del Fagnani, che vuole aiutarci a casa nostra suggerendoci di “sognare” in disparte, senza disturbare. Le sbornie oniriche delle provinciali, purché non sconfinino mai nella realtà, sono assolutamente legittime. Prendiamone nota.

Tuttavia, pur trascinando nella logica sportiva abitudini da economisti, così come gli appassionati dei bilanci societari vorrebbero, qualcosa continua a non tornare. Infatti, nella Serie A, a veder bene, rispetto ad altre leghe, già sussiste una palese sperequazione, a favore dei club di prima fascia, nello smistamento dei ricavi derivanti dai benedetti diritti televisivi. Circostanza che farebbe supporre, non solo a coloro che seguono il calcio per cose come il miracolo Leicester ma anche agli addetti ai piagnistei sulla mancanza di competitività, che per riequilibrare il campionato occorrerebbe, per paradosso, una spartizione più equa dei suddetti ricavi. La Premier League, miglior torneo del mondo a parere di chiunque, ci consegna proprio questa lezione, con buona pace del Fagnani.
Ps: alla fine, tribolazioni a parte, Ciro riesce a spuntarla.