Se cinque anni vi sembran troppi.... la scuola e quella smania di sperimentare per la smania di sperimentare

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Non trova pace la scuola italiana. Non si sa perché, ma ogni anno c’è una novità, un’emergenza educativa da assolvere, un’urgenza “pedagogica” da applicare al più presto. Viviamo nel tempo dell’ansia riformatrice. L’ultima di queste inderogabili sfide, da non poter non raccogliere, è progettare un percorso d’innovazione per essere selezionati tra i 100 istituti italiani che avvieranno la sperimentazione quadriennale per l’anno scolastico 2018/19. E allora, in tutta fretta, pena la scadenza dei termini, si parte: convocazione di collegi docenti, attivazione di commissioni ad hoc, dibattiti estenuanti e spaccature dolorose. Tutto in nome della nuova e buona scuola.

L’accusa più frequente che si fa a chi non condivide il progetto è di immobilismo, di non stare al passo con gli altri sistemi europei e di non pensare alle future generazioni che entrerebbero prima nel mondo del lavoro: si dimentica, in realtà, che in Europa c’è una sostanziale eguale ripartizione tra paesi dove ci si diploma a 18 e dove ci si diploma a 19 anni e, soprattutto, che non sembra esserci un’offerta irrinunciabile di occupazione per i giovani.

Tra chi contesta la proposta, molti sostengono che essa nasconda un’altra finalità e ricordano lo studio del Sole24 Ore, secondo il quale il taglio del quinto anno delle superiori porterebbe a un risparmio di un miliardo e mezzo di euro.

La vera domanda, però, quella che ci si dovrebbe porre come cittadini è: perché? Qual è l’obiettivo di una simile sperimentazione? E quali sono le motivazioni in base alle quali lo stesso monte ore, che adesso si svolge in cinque anni, dovrebbe essere svolto in quattro anni? Monte ore a cui vanno sommate, ovviamente, le 200 ore di Alternanza Scuola Lavoro per i licei e i 400 per gli istituti tecnici e professionali, il potenziamento di una disciplina con metodologia CLIL, attività laboratoriali, tecnologie digitali e progetti di ampliamento dell’offerta formativa.

A ispirare una riforma così radicale dovrebbero essere, prioritariamente, se non unicamente, principi pedagogici: ma quali sono gli elementi educativi alla base di tale sperimentazione? Qual è la filosofia di fondo che la sostiene? Intanto, su tutte, risalta una smania di sperimentazione che sembra non interrogarsi sull’opportunità di inserire continuamente adolescenti in contesti artificiali, diversi cioè dall’ambiente scolastico in cui si trovano, costruiti per rispondere ai bisogni degli adulti più che ai loro e di volta in volta rimodulabili per essere adattati alla scelta iniziale e legittimarla. Senza chiamare in ballo i grandi innovatori del passato o avanzare sottili e pretenziose analisi, si possono, però, fare alcune semplici riflessioni.

La prima è che la scuola italiana sembra essere considerata ormai inutile per cui invece di dilatare il tempo dell’apprendimento lo si debba comprimere.

La seconda è che la sperimentazione sia rivolta a un target di studenti, eccellenti, che non rappresenta la popolazione scolastica e che, non c’è neppure bisogno di sottolinearlo, esclude, invece di includere. Esclude ragazzi con rendimenti nella media, figuriamoci quei ragazzi con disagi e bisogni speciali o difficoltà di apprendimento. Il rischio è quello di ritrovarsi con una classe di “aristoi” che, dopo essere stati motivati, per non dire “pompati”, fino allo stremo delle forze, risultino egocentrati e assolutamente insensibili alle imperfezioni altrui. È legittimo dedurre, infatti, che l’esclusività venga continuamente richiamata agli studenti per indurli a sopportare un tempo scuola che, necessariamente, dovrà comprendere pomeriggi, settimane aggiuntive e impiego delle vacanze per i progetti di Alternanza?

Ovviamente, l’orgoglio di far parte di questa élite interesserebbe anche il corpo docente coinvolto, con il risultato di creare, all’interno dell’istituto, un gruppo-classe con un livello di autostima sproporzionato. Oltre alle tante sezioni “in” già esistenti, purtroppo, secondo questa ipotesi, ci sarà un’ulteriore classe, preselezionata con un’operazione che apre spiragli inquietanti. Ragionamento esagerato?

Proviamo a seguire lo stesso spirito della proposta e a fare un semplice “esperimento” mentale. È da aspettarsi che, una volta attivato, tutti i genitori vorranno iscrivere i propri figli al liceo quadriennale, che già seduce soltanto al pensiero di ciò che potrà produrre. Tale volontà sarà non solo legittimata ma addirittura stimolata dalla scelta degli istituti; non dimentichiamo, infatti, che non si tratta di una legge che, come la 107, è tale e dunque va rispettata, ma di una sperimentazione facoltativa e limitata: soltanto 100 saranno selezionati per avviarla e dunque i collegi dei docenti, aderendo, scelgono di “concorrere”, ciascuno con gli altri 99, comunicando all’esterno che la qualità di questo progetto è talmente alta da arrivare a competere per ottenerne l’attivazione.

Quali saranno i criteri di formazione delle classi sperimentali? Già sono definiti: i voti con cui i ragazzi lasceranno la secondaria di primo grado. La classe, di 25 alunni, sarà formata selezionando i 10 e i 10 e lode e questo produrrà una competizione per il voto alto ancora più impietosa di quella che già c’è nelle scuole di provenienza. Una volta formata una classe di tutti “ottimi”, automaticamente gli altri studenti dell’istituto saranno considerati “non ottimi” e quindi chiaramente di serie minore. D’altro canto, per indurre gli studenti scelti a raggiungere in quattro anni gli obiettivi che, per ordinamento, si realizzano in cinque, i docenti dovranno spingerli a studiare in modo esclusivista, rafforzandone la resistenza alla fatica e alimentandone, contestualmente, l’autostima con iniezioni giornaliere di gratificazioni del loro ego. Ovviamente non saranno tollerati rallentamenti che andrebbero a indebolire il successo della sperimentazione. È probabile che qualcuno comunque ci sia: coloro che, anche nonostante i recuperi in itinere, dovessero fallire cosa faranno? Saranno declassati, andranno su indirizzi tradizionali? È ipotizzabile che sia così, con buona pace del “senso del sé” di chi non ce l’avrà fatta.

Nel caso in cui la sperimentazione dovesse dare esito positivo, il percorso si normalizzerà: non sarà più solo per gli eccellenti, ma per tutti. Diventando ordinamentale, però, dovrà necessariamente semplificarsi con il risultato finale che la preparazione sarà stata soltanto decurtata di un anno di apprendimento.

Perché, nonostante le riserve di molti, si accetta di partecipare? Le motivazioni più “accreditate” sono di ordine pragmatico: affondano in ciò che da diversi anni il mondo della scuola sta subendo e nella paura di perdita di attrattività per cui la scuola che rimanesse fuori perderebbe cattedre e posti di lavoro. Siamo agli effetti più volte denunciati e prospettati di una logica aziendalista per cui ogni istituto, nella propria autonomia, deve mettere in atto tutte le strategie possibili per spingere uno studente a preferirlo a un altro. Sono problematiche serie. La scuola, però, è soprattutto un luogo di formazione e di pensiero critico e non può rinunciare all’analisi, sia pure imbarazzante e scomoda, di certe scelte. Cosa c’è d’innovativo, infatti, nell’impoverire la vita sociale di un adolescente, nel depauperarlo dei suoi ritmi naturali di apprendimento, del diritto ad approfondire, studiare in modo sereno? Forse bisognerebbe rallentare il tempo invece di velocizzarlo: il tempo “perso”, diceva Rousseau, è tempo “guadagnato”. I ragazzi hanno bisogno di spazi sociali, di pomeriggi nei quali soffermarsi a riposare la mente, di pause per meditare. All’orizzonte di uno studente “sperimentante” si profilano piuttosto stress, corse, ansie e pressioni.

Finora, alla domanda “Perché?”, non è arrivata alcuna risposta “educativa”. Noi continuiamo a farla. Nel frattempo, piuttosto che chiederci quale scuola vogliamo costruire per le generazioni future, dovremmo chiederci quali generazioni future vogliamo formare nelle nostre scuole, se esseri umani ricchi nelle loro variegate sfaccettature o esseri umani poveri nella loro algida eccellenza.