La questione catalana e la nostra difficoltà a comprenderla (senza doverci rimproverare...)

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

L'insigne filosofo Ortega y Gasset, per descrivere l'esplosività del contesto catalano in relazione ai perpetui e turbolenti compromessi con il governo centrale spagnolo, adotta un'espressione difficile da tradurre, "Conllevancia”. Approssimando: un'armonizzazione forzata, destinata a scontentare, a intervalli regolari, ambo le parti in causa. E una tale resistenza alla traduzione, una tale difficoltà di controllo semantico, per certi versi, riflette altresì la nostra incapacità di catapultarci a pieno nei panni di un insider, di interpretarne le spinte, abituati come siamo a maneggiare il fenomeno dell'indipendentismo solo in termini di fantasticheria folk, di scherzo populista. Ad esempio, le sillogi padaniche sono una robetta elementare che lo storico Hobsbawm liquiderebbe su due piedi con la gentile formula dell'invenzione della tradizione. Nessun grattacapo, nessun tirocinio.

Le forze centrifughe dei regionalismi nostrani non hanno mai raggiunto livelli di argomentabilità, organizzazione, serietà, tenacia e radicamento territoriale così significativi dal dopoguerra a oggi. Non possiamo, dunque, rimproverarci troppo se rimaniamo disorientati nel contemplare la lussureggiante Barcellona, snodo imprenditoriale e culturale tra i primi in Europa, in preda ad agitazioni secessioniste. Vista anche la larga autonomia concessa alla Catalogna sin dalla fine del franchismo: un corpo di polizia, l'ufficializzazione della lingua, ecc.

Comprendere l'urgenza di certe rivendicazioni, dormienti o semidormienti da decenni, richiede non pochi sforzi per un qualsivoglia osservatore esterno sguarnito sul fronte dell'esperienza diretta. Una mobilitazione fragorosa, socialmente trasversale, intergenerazionale, ideologicamente composita, eppure a tratti impenetrabile nella propria utopica ostinazione.

In tal senso, a breve assisteremo a una storica dichiarazione d'indipendenza, frutto del risultato scaturito dal contestatissimo referendum. Un risultato che ha sancito da un lato un netto trionfo del sì (90%), ma dall'altro un astensionismo consistente (il 60% degli aventi diritto). In sintesi: non i 2/3, ma neanche la metà dell'elettorato catalano si è espresso a favore della secessione. Numeri che potrebbero far sembrare il decisionismo dei vincitori relativi come un gigantesco bluff: un gioco di rilanci e controrilanci forse finalizzato all'ottenimento di una riforma federalista, considerando la presumibile irrealizzabilità dei propositi sbandierati in sede di propaganda.

D'altra parte, gli organizzatori della consultazione referendaria incostituzionale, la precisazione è d'obbligo, tendono a decodificare la massiccia astensione alla luce dell'azione repressiva condotta dalla guardia civil spedita dal premier Rajoy (circa 800 feriti, arresti illustri e numerose schede sequestrate). Circostanza che, oltre a falsare le cifre della vittoria, ha costretto persino un'apocrifa Nina Moric a intervenire a sostegno delle forze dell'ordine: “Avrei voluto essere anche io una poliziotta per randellarvi anche io come tonni”. Ecco l'autorevole solidarietà, nonché il prezioso contributo al dibattito, che tutti stavano aspettando. Non azzarderemo un commento, non siamo degni di tale impresa.

Tornando invece su questioni di minor spessore, ci teniamo a puntualizzare che le mire politiche ufficiali degli indipendentisti catalani non solo non rientrano, di fatto, nella casistica prevista dal diritto all'autodeterminazione dei popoli, ma neanche possono far leva, che ne dicano alcuni ottimistici rumors, su un ipotetico appoggio da parte dell'Unione Europea. La quale, con ogni probabilità, si preoccuperebbe, in primis, di un eventuale effetto domino (i regionalismi dalle velleità sovraniste abbondano tra gli stati membri) e, in secondo luogo, di fare uno sgarbo alla Spagna, nazione invertebrata sotto il profilo antropologico-culturale (poiché alla mercé delle febbricitanti autonomie), ma di importanza strategica dal punto di vista politico-economico. Andiamo... Ve li immaginate gli euroburocrati a schierarsi in pubblica piazza contro l'indivisibilità territoriale prevista dall'articolo 2 della costituzione spagnola? Noi proprio no.

Insomma, la tesi del grande bluff, coadiuvato dall'irresponsabile atteggiamento di Rajoy, rimane la più credibile, essendo le narrazioni alternative affette da una certa quota di sprovvedutezza (la fuga di capitali, imprese e investimenti per assenza di garanzie sarebbero conseguenze inevitabili). Neanche si capisce bene dove inizi il fiero identitarismo, stanco di convivenze faticose e foriero di istanze repubblicane, e dove finisca l'annosa questione del residuo fiscale, con la derivante percezione dell'ingiustizia subita: la Catalogna, regione più prospera della Spagna, si ritrova a versare contributi giudicati impari rispetto alla spesa pubblica complessiva di cui dispone e le misure anti-crisi imposte dall'UE aggravano ulteriormente questa dinamica.

In mancanza di un ritorno economico sul territorio più equo e di una scarsa solidarietà interregionale – considerando le molteplici personalità etnico-culturali che compongono la nazione iberica non c'è da meravigliarsi – l'obiettivo concreto degli indipendentisti consisterebbe, a nostro avviso, nell'ottenere un regime fiscale equiparabile a quello in vigore nei Paesi Baschi. In sostanza, una marcata territorializzazione delle risorse. Direttiva di lungo periodo spesso discussa dalle parti di Madrid, ma altrettanto spesso sabotata.

A questo punto, ci chiediamo cosa resterà. Due certezze: un tessuto sociale catalano più polarizzato e la sensazione di un “progetto Europa” dal fallimento irreversibile. D'altronde, se gli organi decisionali più importanti a livello continentale continueranno a non rispondere ad alcun criterio di rappresentanza, l'identitarismo e il sovranismo non avranno problemi ad allargare i propri consensi.