La seconda volta di Valentino alla guida del PD del Sannio, più blindata di quella di Di Maio alla guida del M5S

- Opinioni di Giovanni Festa

Qualche giorno fa, per quanto non se ne avvertisse il bisogno a carattere così “ufficiale”, è andato in frantumi il concetto di libera scelta democratica all’interno del Movimento Cinque Stelle alle prese con le sue consuete chiamate a raccolta on line, questa volta per individuare addirittura il candidato premier alle prossime elezioni politiche (a sorpresa... ha vinto Di Maio). La considerazione più diffusa e meno confutabile, quasi respirata in tutti gli ambienti interessati, dalla politica e fino all’opinione pubblica, è stata: dialettica interna, chi era costei?

Ebbene, deve essere apparso uno stimolo troppo forte – quello dell’emulazione, al ribasso -, accoppiato all’altrettanto consueto orgoglio sannita per essersi sentiti scavalcati, per non riproporlo pure in chiave locale. E senza neppure il corollario dei cosiddetti candidati di bandiera che ha fatto da paravento alla plebiscitaria indicazione di Di Maio. Ci pensa il Partito Democratico alle prese con il rinnovo della sua carica più importante, il segretario provinciale. Ruolo in quest’ultimo mandato ricoperto, con esiti e fortune alterne, da Carmine Valentino, anche sindaco di Sant’Agata dei Goti, in un cumulo di cariche istituzionali certo gravoso e, chissà, magari foriero di sovraffaticamento nell’affrontare certo i piaceri ma anche le grane legate a un doppio compito.

S’apprende, infatti, da una nota stampa del partito sannita che a soli cinque minuti dallo spirare dei termini (19.55 del 2 ottobre) il ricordato Valentino s’è… vestito di nuovo/vecchio. E “ha consegnato nelle mani del Presidente della Commissione Provinciale per il Congresso, Giovanni Cacciano, la propria dichiarazione di candidatura a Segretario della Federazione Provinciale del Pd” e che tale dichiarazione “risulta essere l’unica pervenuta”.
Due le scuole di pensiero possibili.
Troppo impegnativo, il ruolo da ricoprire. Roba da far tremare le ginocchia, ed ecco perché nessuno s’è proposto e la casella dei candidati è rimasta desolatamente vuota, addirittura fino a cinque minuti dal suono del gong. Di qui l’imperativo categorico di far nuovamente convergere la platea elettorale di partito sulle larghe spalle del segretario uscente, convincendolo a presentare la sua autorevole candidatura. Peraltro con il privilegio della continuità in tasca e quindi al riparo da eventuali (ma impossibili, in pratica) scossoni.

La candidatura del solo Valentino è l’attestazione perfetta della sclerosi che attanaglia il Pd sannita, che invero all’esterno (mediatico) è percepita in maniera piuttosto… lieve: “Scongiurata dunque la corsa a due che, come si paventava negli scorsi mesi, avrebbe dovuto vedere impegnati a contendersi la massima poltrona provinciale dei Democratici lo stesso Valentino ed il responsabile organizzativo del partito Antonio Iesce…”, scrive fra il generale stupore Il Mattino del 3 ottobre. Di Maio, comunque, superato a sinistra da questa candidatura non solo blindata ma anche solitaria. Un estremismo della democrazia di chi ha la ragione sociale nel nome (Democratici), il primato della libera scelta e un monumento alla dialettica interna, davvero. Magari, però, oltre il capovolgimento di senso degli assunti precedenti, la dimostrazione di una classe politica che replica sé stessa in assenza di dissenso e ricambio generazionale. Di volti nuovi, ma per davvero, e di idee nuove per un partito che accusa un calo vistoso di gradimento pur conservando ancora, qui nel Sannio, un buon numero di poltrone, in virtù della specificità territoriale di una politica manovriera e pallida per contenuti, autorevolezza, credibilità, rappresentanti.

Genera, pertanto, tenerezza “democratica” l’illustrato percorso delle tappe che “porteranno al nuovo corso in casa Pd” (sempre Il Mattino): la lista (appunto: la sola lista) dei nominativi di tutti i candidati dell’assemblea provinciale, poi addirittura il “vero (?, Ndr) e proprio (??, Ndr) tour elettorale che porterà allo svolgimento dei congressi di circolo (a tesi, evidentemente: una sola, Ndr) per eleggere il segretario, l’assemblea provinciale e di segretari dei circoli.

Genera, infine, malinconia “democratica” il commento del consigliere regionale Pd Mortaruolo alla luce della variegata gamma di significati che è possibile attribuire al termine “democratico”: “Il congresso rappresenta un momento di grande importanza per la vita democratica del partito che, ne sono convinto, continuerà ad essere democratico nella sua sostanza non solo nel nome”. Nell’unico nome che propone.