Beneventani tartassati - L'Asia portata al limite del fallimento: denunce inascoltate e responsabilità delle Giunte vecchie e nuova

- Politica Istituzioni di Pompeo Nuzzolo

Finalmente il piano industriale... La disastrosa situazione finanziaria dell’Asia, come comunicata, da poche ore, dal Comune di Benevento (socio unico dell'Azienda speciale per l'igiene ambientale), ha certamente nel clientelismo e nel pressappochismo le cause della sua origine. E non credo che sia giusto che la città sia condannata a vivere nell’emergenza rifiuti e nella rassegnazione per dover subire una tassazione priva di ogni presupposto di fatto che la giustifichi. Le assenze di un piano industriale, di un piano finanziario, di un contratto di servizio e di un controllo analogo (che non consiste in un regolamento), infatti possono, non senza ragioni, far sostenere la tesi dell’assenza dei presupposti di fatto per la giusta, come misura, applicazione della tassa sui rifiuti.

La Corte dei conti Lazio con la delibera n. 2/2015 lo ha praticamente detto, anche se per altri fini. L’assenza di un contratto di servizio non definisce quale servizio sia affidato alla società in house (come l'Asia), ad esempio, pulire tre volte a settimana il Corso Garibaldi o non pulirlo proprio, e così via. Il piano finanziario, poi, elenca tutti i costi, non solo quelli trasferiti all’Asia, per determinare la tassa. Infine, il regolamento sul controllo analogo definisce le modalità di esercizio del controllo stesso.
Se mancano questi documenti, che delimitano il contenuto del servizio, nessun controllo è possibile e si aprono le porte dell’irresponsabilità, trasformando così la tassa in uno strumento di copertura delle spese a piè di lista.

Tutti i poteri, da quello giurisdizionale a quello tributario in particolare, per tutelare le finanze pubbliche hanno distrattamente chiuso gli occhi sulla necessità della presenza del piano finanziario per una legittima tassazione e hanno contribuito a costruire il sistema dell’irresponsabilità nella gestione delle società partecipate.

Sarebbe stato possibile, infatti, in presenza di tutti i documenti previsti dalla legge, passare dall’utilizzo dei lavoratori da 33 a 80? Sarebbe stato possibile, per qualche amministratore attuale, votare contro la gestione del servizio che utilizzava 33 interinali e votare a favore della gestione attuale che ne utilizza 80? Una domanda sorge spontanea: prima votava contro perché era ridotto il numero degli interinali?
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Il piano industriale è il documento che illustra, in termini qualitativi e quantitativi, le intenzioni relative alle strategie competitive dell’azienda, le azioni che saranno realizzate per il raggiungimento degli obbiettivi strategici e, soprattutto, per riscuotere l’affidabilità per i risultati attesi. Il piano è redatto inquadrando l’azienda all’interno del suo settore di appartenenza e dell’ambiente in cui opera.

Ma quale è l’indirizzo politico che si vuole affidare alla società partecipata? Quale lo sviluppo all’interno del sistema configurato dalla legge regionale sui rifiuti? A quali risorse finanziarie vorrebbe rivolgersi per migliorare il servizio?

È il management dell’azienda che dovrebbe, seguendo gli indirizzi strategici del socio unico, elaborare il piano industriale. La politica, da parte sua, in relazione alla pressione fiscale, compatibile con le capacità contributiva della collettività che amministra, dovrebbe dare gli indirizzi strategici. Non è un caso che il Comune ha l’obbligo di redigere insieme al bilancio un piano strategico basato sul territorio e che ha il dovere a fine anno di certificare la situazione dei debiti e crediti fra società e socio unico. Quest’ultimo documento è parte integrante del controllo analogo.

Nel piano industriale e nel regolamento del controllo analogo sarebbe opportuno (al fine di ricordarlo alla società) ripetere il principio che gli affidamenti di servizi e forniture sono soggetti al codice dei contratti, delle gare d’appalto, e quindi anche alla Consip.

Infine una considerazione sul recentissimo comunicato del comune che ha annunciato lo stato quasi fallimentare della propria partecipata. Il riferimento al capitale sociale di un milione, indicato nel comunicato, sembra avere più la funzione di inviare un messaggio rassicurante ai cittadini che quella di far conoscere il reale stato di salute della società. Comunicare i tagli di spesa e gli interventi utili per ridurre le perdite, al fine di evitare che esse non siano superiori al capitale sociale, è cosa doverosa, ma sarebbe stato più corretto - come hanno ben spiegato il dottor Luigi Ruscello ed il consigliere comunale Italo Di Dio - rapportare gli interventi non ad un milione di euro, ma a poco più della metà che è il valore reale del capitale sociale, per rendere l’informazione più veritiera.

Che le difficoltà dell'Asia provengano da lontano è vero, ma è altrettanto vero che l’attuale amministrazione comunale di Benevento ha gestito interamente l’esercizio in corso, una gestione che ha già prodotto una perdita, a fine agosto, di oltre 700.000 euro, già superiore al capitale sociale esistente. Dall’inizio dell'attuale consiliatura, nonostante l’opinione pubblica abbia segnalato, anche durante la campagna elettorale, le criticità provenienti dall’Asia, nulla è stato fatto per evitare il disastro ora annunciato dal Comune di Benevento. Oltre l’aumento del numero dei lavoratori interinali, l’unica operazione dal sapore di novità, per evitare maggiori perdite nell’esercizio 2016, sta nel rinnovo, sotto forma di nuovo atto, di un accordo transattivo, fra Asia e creditore, per spostare le date dei pagamenti di un debito di vecchia memoria, attribuito all’Asia con una sentenza del tribunale di Benevento, ma pagamento che sarà effettuato dal Comune (leggi cittadini di Benevento), previo accollo, non trasfuso peraltro in un documento consiliare.