La continuità di leadership e l'immutabilità del personale politico hanno contrassegnato il congresso provinciale del PD del Sannio

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Carmine Valentino
Carmine Valentino

Il Congresso Provinciale del Partito Democratico nel Sannio in fondo è servito solo a delineare la geografia all'interno dei vari organismi dei nomi da designare, più che da eleggere. A cominciare dal ruolo di Segretario, espressione di una candidatura unica: quella dell'uscente Carmine Valentino. Il suo secondo mandato è arrivato dopo l'anonimato del primo e la necessità di offrire ugualmente un timoniere stabile alle vicende locali e vedremo in che modo il riconfermato avrà a che fare co le candidature alle elezioni politiche della prossima primavera.

Di positivo nel Pd, almeno sul terrtorio, c'è stata la fisiologia del Congresso (“Il Sannio ci unisce” è stato il titolo del manifesto programmatico) che lo differenzia da tutti gli altri partiti. Di negativo, però, c'è che il meccanismo congressuale, teoricamente il momento di più alta partecipazione che il Partito si attribuisce, appannato dall'assenza di qualsivoglia dibattito. Hanno latitato le critiche e la passione, sacrificate a una sorta di pensiero unico che oggi non è più quello del centralismo democratico di un volta che mirava a “ricompattare”, bensì una deriva plebiscitaria senza alcun argine analitico.

E' mancata, pertanto, al Congresso Provinciale del Pd proprio la politica, cioè il franco confronto sull'attività del partito con la conseguente sintesi nella fase d'attuazione del potere decisionale sancito dall'assemblea e discusso nelle assemblee preparatorie dei circoli territoriali. Fa fede (ne abbiamo pubblicati ampi stralci) la stessa relazione di Valentino, proiettata su un futuro “cambio di passo” del quale non viene neppure abbozzato il disegno. A meno di non leggerlo nella valorizzazione “di ogni competenza all’interno del Pd”, nella “valenza strategica e fondamentale di una corretta e costante comunicazione, sia interna che esterna al partito”, nella “crescita e l’affezione dei cittadini e dei tesserati”, nei “nuovi strumenti per parlare il linguaggio dei giovani”, nelle “modalità sempre migliori per creare intorno a sé, ed al suo interno, un consenso forte e partecipato”, eccetera. Come se tale proiezione in avanti fosse il punto di partenza per buone pratiche e non il passaggio a vuoto del testimone di un primo mandato.

Di contro, però, tutto questo si risolve in una decisiva semplificazione; il quadro sannita è, come sempre vien da dire, del tutto uniforme all'idea di partito che le carambole nazionali richiedono: ieri magari ci si spalmava su un segretario e sulle sue istanze, oggi ci si spalma su un altro segretario e difformi istanze. Fra i contrastanti periodi, nel Sannio rileva la continuità di leadership e l'immutabilità del personale. E c'è un paradosso in questa coesione senza tensione ideale, figlia delle piccole ambizioni, dell'assuefazione, del “così va il mondo”, della stanchezza, del calcolo: si pensi alle conseguenze in chiave elettorale se un tessuto connettivo come quello provinciale, privo di strappi, fosse trasferito al piano di sopra, al Paese, al centrosinistra. Benevento come un laboratorio dell'unità predicata e vincente...