La tassa sui rifiuti a Benevento e il principio della politica che favorisce la tenuta dei conti e sfavorisce il giusto prelievo

- Opinioni di pompeo nuzzolo

La sentenza n. 3782/17 della Commissione tributaria regionale della Campania ha finalmente convenuto che il piano finanziario è un atto necessario per approvare le tariffe della tassa sul servizio dei rifiuti. Non è la prima sentenza che dichiara l’illegittimità delle tariffe Tari approvate senza la predisposizione di un piano finanziario completo o insufficiente. La Commissione ne ha citate solo due, le più recenti, Tar Lazio-Latina n.1/17 e Tar Puglia n. 352/17 e questo si lascia apprezzare per la sensibilità che i giudici hanno mostrato di avere verso la decisione di primo grado che è della fine del 2016.

Il giudice di secondo grado, peraltro, non ha avuto la medesima sensibilità per il diniego dell’applicazione della pronuncia in via incidentale sul ricorso.

Il potere di pronunciarsi gli è attribuito dalla legge né è impedito dal fatto che nella lite era presente la pubblica amministrazione, come sostenuto dal giudice di primo grado, per analogo ma diverso ricorso (sentenza n 1121/2016 della Commissione tributaria, sezione II Benevento.).

Non è concepibile, infatti, una lite tributaria senza la presenza di una pubblica amministrazione che è il soggetto titolare dell’esercizio del potere impositivo.

Il giudice tributario di secondo grado, inoltre, pur essendo nel suo potere il determinare la giusta misura della tassa, in presenza di un servizio comunque svolto, non si è pronunziato sulla misura della tassa stessa, perché non esisteva il piano finanziario e, quindi, mancavano i presupposti su cui calcolare la giusta misura della tassa.

Tuttavia, la decisione assunta in assenza del piano, pur essendo favorevole al ricorrente, ha penalizzato la platea dei contribuenti e mortificato l’ordinamento giuridico. Per poter spiegare quanto affermato, ancora una volta devo rivolgermi a un terzo che stavolta non è lo scrittore Sciascia, ma un collegio di giudici che si è espresso in sede consultiva.

Infatti, la Sezione di controllo per la Regione siciliana (Deliberazione n. 3/SEZAUT/2017/QMIG) fornisce a tutti i comuni, ma soprattutto a quelli che hanno dichiarato il dissesto, le linee per gestire correttamente i residui della Tasi. La delibera afferma che: “I vincoli di destinazione delle entrate e delle spese devono necessariamente derivare o dalla legge (statale o regionale) o da trasferimenti o da prestiti; pertanto, può riconoscersi natura vincolata alla gestione delle entrate e delle spese concernenti il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti a decorrere dall’entrata in vigore della legge che la prevede, ovvero dalla ricorrenza dei presupposti normativi che ne consentano l’individuazione. Rientrano nella competenza dell’organo straordinario di liquidazione degli enti in stato di dissesto i debiti fuori bilancio che, pur attenendo al servizio indispensabile per il quale la legge prevede una gestione vincolata, non siano stati ricompresi nell’ambito di quest’ultima o non abbiano trovato adeguata copertura”.

Il principio deliberato stabilisce che siano attribuiti all’organo straordinario di liquidazione i debiti fuori bilancio inerenti il servizio rifiuti solo se non siano stati ricompresi nell’ambito della gestione vincolata, o non abbiano trovato copertura adeguata.

La decisione appare corretta, ma non affronta il problema del caso, non raro, in cui il gettito della tassa, residuo attivo, supera il costo del servizio anche comprendendo il debito fuori bilancio.

Credo che sia di competenza dell’organo straordinario di liquidazione ricostruire la comparazione fra gettito e costi, in linea con i principi sanciti dalla Corte dei Conti della Campania (delibera 218/2013), e quelli di cui alla circolare n. 95/1994 del ministero delle Finanze, al fine di rispettare il principio della tassa di scopo, la quale vuole che il gettito della tassa non sia superore ai costi del servizio. In pratica la verifica della parità fra entrate e uscite passa all’organo straordinario di liquidazione, mentre compete al Comune fornire all’organo di liquidazione le informazioni sui debiti fuori bilancio inerenti il servizio.

C’è un altro aspetto della sentenza che fornice degli elementi per una riflessione più generale.

In assenza di un piano finanziario il giudice di merito non ha la possibilità di stabilire la giusta tassa per il servizio che, comunque, ha ricevuto il ricorrente. Il servizio c’è stato, ma non corrisponde alla misura della tassa pagata. Per dirla in modo più semplice non si sa che cosa si paga. Il legislatore ha previsto che, in assenza del piano finanziario, la misura della tassa debba essere uguale a quella dell’anno precedente. Prima di giungere a questa drastica conclusione, il legislatore ha previsto la nomina di un commissario per la predisposizione del piano finanziario. Il giudice, di fronte ad un corpo normativo che è costruito per garantire la corretta applicazione della tassa, deve porsi il problema del rispetto del sistema normativo, stabilendo la giusta misura della tassa da pagare che non può che essere identica a quella già pagata nell’esercizio precedente. Questa, per volontà del legislatore, continua a essere valida nel rispetto del principio che l’ente impositore, anche in assenza di una sua espressa volontà, non perde la sua capacità impositiva.

In definitiva, l’assenza di una riflessione su questi temi si ripercuote anche sulla platea dei contribuenti che hanno pagato senza impugnare l’invito a pagare o l’avviso di accertamento. Essi hanno versato in più del giusto e anche a favore del ricorrente che, pur in presenza di una battaglia di civiltà, riceve un servizio senza pagare nulla. Se tutti i cittadini, o la maggioranza di essi, avessero avuto il medesimo comportamento, avremmo avuto da anni un piano finanziario e una migliore pubblica amministrazione. Avremmo avuto lo stesso una migliore pubblica amministrazione, però, se il primo grado della giustizia tributaria avesse saputo cogliere l’importanza del suo ruolo per gli effetti che le sue decisioni possono produrre sui comportamenti e quindi sull’efficienza della pubblica amministrazione. Al rispetto dell’ordinamento normativo, cosiddetto principio nomofilattico, parola di difficile comprensione usata dai giuristi, si è preferito seguire il principio della politica reale(realpolitic) che favorisce la tenuta dei conti e sfavorisce il giusto prelievo.