Quel pomeriggio all'Allianz Stadium di Torino: “Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”

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Amato Ciciretti
Amato Ciciretti

Partiamo dalla conclusione, perché sappiamo bene come è andata a finire. Migliorando il record negativo. Guardando l'orrido della classifica farsi ancora più profondo. Ci sono pure gli effetti collaterali, però: il sorrisetto di scherno in tv piegare verso l'incredulità, le belle parole poi spese. Ma la caccia alla volpe ha avuto il suo esito prevedibile e la sua vittima sacrificale: non c'è pietà (tecnica) in una tale disparità delle forze. Eppure...

La favola, il sogno, la realtà, la sconfitta sono una logica successione d'eventi, per chi – ed è pure giusto – lascia che a parlare siano i numeri.

Ma per sessanta minuti il tempo si è fermato: ha sospeso ogni giudizio, ha posato la sua mano sul capo degli umili, degli ultimi. “Era uno di quei momenti che non si possono misurare con l’orologio, ma solo con i battiti del cuore” (David Grossman).

Nel sonnacchioso pomeriggio domenicale, senza antenne cui aggrapparsi ma con una stradina vuota e sconnessa che volge al fiume da percorrere, osservando strabicamente un cagnolino che crede di sentirsi libero, l'eco trasporta dalla persiana socchiusa, quasi in attutita vergogna, uno sbocco di gioia. Il mito di Davide non si compirà, ma si materializza. Per un'ora, dal 19' del primo tempo al 12' della ripresa, intervallo compreso: ovunque, in questo mondo connesso, ha campeggiato una didascalia che neppure il più fiducioso degli scommettitori avrebbe mai pensato di leggere.
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Comunque andrà, resterà fra le foto della memoria quel lancio della pietra, che ferisce e non abbatte. “Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”, ha scritto Cesare Pavese. Ecco, è proprio così.