Voti espressi e duelli mancati: del PD, dell'M5S e non solo

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Spoglio delle schede concluso. Osserviamo i risultati, i commenti, le analisi, le contranalisi delle elezioni siciliane e ci chiediamo: a che ora è la fine del Pd? Che rete è? In aumento l'astensionismo. Praticamente l'unico dato in crescita nel nostro paese assieme a quello sulla precarietà. Istituire il voto obbligatorio come in Australia non sembra la soluzione giusta per arginare il fenomeno. Metterlo a pagamento come negli Stati Uniti men che meno. Farsi pagare ufficialmente per andare a votare sa di qualunquismo rovinoso (come farebbero gli addetti al voto di scambio, il welfare state dei millennials?). Proseguire con il mantra “e poi dovremo fare una riflessione sull'enorme mole degli astenuti...”, senza mai farla, pare non funzioni alla grande. Vabbè, ne riparleremo, giurin giurello. In fine, per amor di completezza, dobbiamo sottolineare l'ottima prestazione del M5S, l'efficacia temporanea del patto dell'arancino (Fratelli d'Italia+Forza Italia+Lega senza nord) e l'inefficacia sostanziale, nonché la non più reperibile credibilità, degli avanzi della sinistra extra Pd, dedita all'onanismo spinto per un 6%.

Tuttavia, vorremmo parlare d'altro, del post. Ci interessa, infatti, l'annoso problema della comunicazione politica emerso questa volta in concomitanza del mancato confronto televisivo tra Di Maio e Renzi. Cronistoria: il candidato premier pentastellato sfida il segretario del Pd a un dibattito in prima serata, scegliendo luogo e conduttore; lo sfidato accetta; i risultati del voto siciliano confermano le previsioni; lo sfidante si tira indietro, delegittimando lo sfidato alla luce dell'imbarazzante performance elettorale; lo sfidato contrattacca accusando di pusillanimità lo sfidante. Fine.

Le patenti di genialità comunicativa vengono distribuite in egual misura dai commentatori amici. Gli annessi spin doctor, ventriloqui che non hanno mai smesso di crederci, si compiacciono da qualche parte, in pausa dalla sacra legge della post-democrazia: quella dei populismi comunicanti o dell'ecoprassia peggiorativa, fondata sul bisogno di coccolare l'istinto gregario con finalità di riscossione elettorale.

Dal canto nostro, ci rammarichiamo. Eravamo già pronti a sguinzagliare un articolo dal contenuto altamente politicistico, che avrebbe annoiato i più, sul confronto mediatico tra due formidabili dissipatori di carisma. Pazienza.

Considerazioni: spavaldeggiare nel chiedere un faccia a faccia al proprio avversario in difficoltà e poi sottrarsi può essere considerato un errore? Certamente. Lo dimostra il fatto che il giorno dopo il successo pentastellato e lo sbaraglio del PD, sostenuto ormai dal solo voto buddista (quello supportato da una cecità fideistica nei riguardi del concetto di reincarnazione del PCI, ora nella sua versione difettosa 4.0) e dagli adepti del vincismo renziano in seria difficoltà con il demitizzare, persino la stampa non filogovernativa ha dovuto spostare il focus. Se l'obiettivo consisteva nel destabilizzare ulteriormente il PD, il farlo ricompattare, permettendogli di abbellire la disfatta, non è valutabile come un trionfo.

A meno che la tattica del M5S non si inserisca in un quadro più ampio, in una strategia di lungo termine finalizzata all'ottenimento dell'autocannibalizzazione renziana per abuso di narcisismo, unico punto programmatico chiaro e distinto all'interno del confuso laboratorio ideologico post-veltroniano.

D'altronde, le percentuali piddine emerse dalle urne e l'invenzione mediatica della Sicilia in qualità di indicatore affidabile delle tendenze nazionali dovrebbero rassicurare un elettore dem quanto l'avvistamento del palloncino rosso di It, ma l'illusione ottica di un leader controcazzuto dinanzi al quale tutti gli avversari scappano, persino coloro che potrebbero confrontarsi da una posizione di forza, permetterebbe ancora una volta lo slittamento di una seria resa dei conti.

E dalle parti del PD ci si crogiola parecchio nelle illusioni ottiche. Proprio di recente, abbiamo preso parte a un dibattito aperto sul rapporto tra politica e comunicazione avente per protagonista un esperto in materia di fazione piddina. Quest'ultimo, a tal proposito, dava l'impressione di giudicare come intrinsecamente positive le riforme renziane (nella fattispecie, la Buona Scuola e il Jobs Act), le quali sarebbero state penalizzate nella percezione collettiva solo a causa di un'errata comunicazione. Già. Lo stesso potremmo dire della legittima manovra per salvare le banche e del concomitante azzardo morale affibbiato all'idea di non far pagare il mutuo ai terremotati del Centro Italia.

Il PD è troppo bello per sbagliare. Anche quando disinventa la sinistra per amore della sinistra, quando fatica a trovarsi una giustificazione sociale, un simulacro di visione o un'utilità storica che non ruotino di 360 gradi la traiettoria politica originaria, quando anziché salvare i più deboli dal capitalismo, decide di salvare i capitalisti dal capitalismo per salvare il capitalismo, ecc.

Insomma, è solo questione di comunicazione. Direbbe il sofista Gorgia che, in assenza di verità assolute, ciò che conta è la persuasione, variabile indipendente dal valore veritativo di ciò che viene detto. Per cui, il PD potrebbe aver ragione e le batoste elettorali accumulate in questi anni potrebbero dipendere da qualche slogan malriuscito. C'è speranza per tutti. Qualcuno già immagina Pisapia mentre fa colazione con caffè, croissant e vocazione maggioritaria. Fine scacchista cercasi, possibilmente frivolotto.