Tra le pagine chiare e quelle scure della Rivoluzione Russa: il "Novecento Inquieto" apre con una interessante conferenza di Ciervo e Simeone

- Politica Istituzioni di Alessio Zarro Ievolella
Lenin
Lenin

Nella Sala del Centenario del Convento della Madonna delle Grazie di Benevento, in viale S. Lorenzo, si è tenuto il primo incontro del ciclo “Il Novecento inquieto”, organizzato dal Centro Studi del Sannio in collaborazione col Liceo Classico “Pietro Giannone". Oggetto della conferenza, tenuta dai professori Amerigo Ciervo e Teresa Simeone: la Rivoluzione Russa. E’ intervenuto Mario Pedicini, direttore organizzativo del Centro Studi del Sannio. La rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917, largamente impressa nel senso comune come la prova che ha decretato il fallimento della dottrina marxista, è stata, di fatto, tra gli avvenimenti storici più gravidi di conseguenze per il ‘900: non solo per il suo fatale legame con la prima guerra mondiale; non solo perché ciò che ne è scaturito - l’URSS - ha costituito uno dei grandi poli intorno ai quali si è articolata la dialettica storica del secolo breve; ma anche e soprattutto perché si è configurata come momento critico di confronto imprescindibile nella cultura politica di sinistra mondiale fino ai giorni nostri.

L’incontro, oltre a una sintetica ricostruzione di quei fatti storici, ha provato a offrire un giudizio critico che, ne’ positivo ne’ negativo, metta piuttosto in evidenza la singolarità, la problematicità, le contraddizioni di un fenomeno che racchiude in sé contemporaneamente i maggiori slanci libertari e alcune delle pagine più buie del ventesimo secolo. Amerigo Ciervo, nella prima parte della conferenza, ha ripercorso gli avvenimenti che vanno dalle riforme dello zar Alessandro II (metà ‘800) fino al ritorno di Lenin dall’esilio in Europa (Aprile 1917). La trattazione si è concentrata sulle contraddizioni proprie dell’impero zarista. Le straordinarie potenzialità economiche, in termini di popolazione e materie prime, erano soffocate da una serie di limiti strutturali: la dispersione e disomogeneità della popolazione, il fortissimo potere autocratico dello zar, il permanere di un’economia prevalentemente rurale e la strenua difesa del diritto feudale. “Il ritardo rispetto ai paesi occidentali…non fu colmato nemmeno con la liberazione dei servi della gleba da parte di Alessandro II…Ciò piuttosto favorì nelle campagne alcune forme primitive di capitalismo attorno ai contadini più abbienti, che si traducevano in usura e sfruttamento”. La rivoluzione del febbraio 1917, allora, fu una reazione allo stato generale di miseria in cui versava la popolazione russa - condizione esasperata drasticamente dalla partecipazione al primo conflitto mondiale - che si realizzò come insurrezione concomitante di tutte le forze elementari della società (i contadini, gli operai, i militari) opportunamente canalizzata dai movimenti politici e rivoluzionari. E tra questi fu Lenin a prevalere, nonostante - come ha spiegato il prof. Ciervo - l’originale interpretazione del marxismo contenuta nelle Tesi di aprile risultasse invisa anche a molti dei bolscevichi più illustri.

Teresa Simeone ha proseguito approfondendo le circostanze del rientro di Lenin in Russia e la sostanza della sua proposta politica - pace immediata con la Germania e trasferimento del potere dal governo provvisorio ai soviet. Ha quindi raccontato i fatti della rivoluzione di ottobre - quella propriamente bolscevica - e della conseguente guerra civile; il contestuale rafforzamento del partito comunista come organo direttivo centrale; l’avvento della Nuova Politica Economica (altra originale intuizione di Lenin). La docente ha cercato di mostrare in che modo, attraverso una serie di contingenze, ciò che nasceva come volontà di liberazione del popolo oppresso si è tradotto nell’instaurazione di un regime totalitario. La morte di Lenin, nel 1924, e la successione di Stalin come segretario generale - contro cui Lenin, prima di morire, aveva messo in guardia i vertici del partito - ha sepolto definitivamente i propositi che erano stati del 1917.

E’ questo, ad avviso di chi scrive, l’aspetto più rilevante dell’analisi storica: scindere le potenzialità rivoluzionarie contenute in un avvenimento dal corso successivo della storia che esso ha determinato. Come ha affermato la Simeone: “ Le rivoluzioni non avvengono per capriccio…La rivoluzione russa non sarebbe avvenuta se la Grande Guerra non avesse letteralmente messo i russi nella condizione di non avere più nulla da perdere…E’ necessario empatizzare con quella sofferenza per comprendere un movimento popolare così straordinario…Ogni rivoluzione pone uno spartiacque tra un prima e un dopo…E lascia sul campo delle vittime, più o meno illustri…E tutte le rivoluzioni moderne si sono concluse, purtroppo, con un rafforzamento dello Stato”. E’ a questa sofferenza e a queste vittime che la Storia deve rivolgersi. Nel sacrificio di coloro che sono morti si può scorgere una qualche scintilla, una possibilità rivoluzionaria ancora inespressa, e impedire che venga smarrita sotto le macerie del processo storico, liquidata semplicemente come l’ennesima occasione di consolidamento dello Stato e dei rapporti di proprietà vigenti.

La rivoluzione bolscevica - ha detto Amerigo Ciervo - è stato il primo assalto al cielo ma che ha poi lasciato morti e feriti, su cui dovremmo molto riflettere, perché se è fallita la soluzione, i problemi che quella soluzione aveva individuato sono oggi ancora ben presenti; anzi, anche più gravi del ’17”. Riflettere sui morti vuol dire impedire che siano morti invano. E parafrasando Walter Benjamin, possiamo affermare che per la classe oppressa che - ancora - combatte risulta incomparabilmente più significativa l’immagine degli avi asserviti che l’ideale dei liberi nipoti, come invece tanta retorica oggi cerca di inculcarci.

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Il Centro Studi del Sannio è stato fondato dal francescano Padre Ambrogio Manno ed è collegato alla Provincia Sannito-Irpina dei Frati Minori. Da oltre quindici anni si occupa di promuovere e valorizzare la cultura locale, di organizzare convegni, incontri di formazione e tavole rotonde su temi di interesse nazionale e locale, di stimolare la ricerca della storia locale e di curare la pubblicazione di volumi. Al centro afferiscono numerose personalità che negli anni hanno significativamente contribuito alla promozione della cultura beneventana e sannita. Il ciclo di incontri “ Il Novecento inquieto” continuerà nel mese di novembre col seguente programma: Lunedì 20 sarà la volta dei professori Francesco Morante (L’arte nella tempesta) e Maurizio Cimino (Lenin, un mito mummificato). Lunedì 27 il professor Davide Nava parlerà de Il Modernismo e la Chiesa Italiana, mentre il dottor Giacomo De Antonellis si soffermerà su I protagonisti del Modernismo. Il consiglio direttivo del Centro Studi vuole offrire alle riflessione - soprattutto dei giovani - spunti e riferimenti storici atti ad inquadrare il dipanarsi degli avvenimenti, ma anche ad indurre ad ulteriori approfondimenti. Il presidente fra Antonio Tremigliozzi e il direttore organizzativo Mario Pedicini saranno lieti, pertanto, di accogliere il più ricco uditorio.