Il diritto di poter essere ufficialmente mamma e lavoratrice: un sogno, un incubo...

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

Qualche giorno fa, entrato nella sala di un convegno, stravolto dal traffico romano, ho incontrato la mia amica Manuela che, un attimo dopo i saluti, mi ha detto: “Perché non scrivi più? Ogni tanto vado sul sito del Vaglio.it e non trovandone di nuovi mi leggo i vecchi. Mi piacevano i tuoi articoli che inviavo anche a dei miei amici di Londra. Sei bravo”. “È così triste essere bravi: si rischia di diventare abili”, stavo per risponderle, citando Jepp Gambardella (Tony Servillo) della “Grande Bellezza”, ma ho scelto di rifugiarmi in un più liberatorio: “Mancanza di ispirazione”. Mi sono ricordato di un altro celebre scambio di battute nel film di Sergio Leone “Per qualche dollaro in più”: “Ho fatto una domanda indiscreta”, chiede Clint Eastwood. “Le domande non sono mai indiscrete, le risposte possono esserlo”, gli risponde Lee Van Cleef.

Per evitare di scatenare imbarazzi ingestibili tra la metà interrogante e quella interrogata di me stesso, ho deciso di sposare la tesi espressa a Manuela. E così, a completare la deriva cinematografica scatenata dalla sua domanda, ha provveduto la scena di “Così parlò Bellavista” ambientata in un banco lotto dove due arzille vecchiette (interpretate da Nuccia e Nunzia Fumo) vanno a giocarsi dei numeri da ricavare da un sogno fatto da una delle due che la sera precedente, a scopo propedeutico, aveva cenato con un piatto di peperoni arrostiti. Ho deciso di imitarla sperando di ritrovare l’ispirazione perduta.

Mi sono ritrovato su un treno accanto a una giovane donna che teneva in braccio un bellissimo bambino che indossava una divisa ufficiale del Napoli calcio della scorsa stagione, quella bianca con una banda trasversale azzurra, indossata spessissimo perché considerata portafortuna e nota tra i tifosi azzurri come “divisa della Madonna dell’Arco”, in quanto simile a quella dei “fujenti” devoti alla Vergine. Non sono riuscito a celare l’entusiasmo per la situazione tanto più sorprendente perché il treno era un regionale di una regione del Nord. Ho immediatamente dichiarato alla signora la comune fede calcistica mostrando prove inoppugnabili, rappresentate dalle foto scattate la scorsa estate a Dimaro durante il ritiro precampionato del Napoli, soprattutto da quella col capitano azzurro Marek Hamsik che utilizzo come profilo whatsapp. Le ho raccontato di essere un sannita emigrato dagli anni dell’università a Roma, dove ho smesso di ostentare la mia passione calcistica, visto che nell'Urbe sembra sostanzialmente lecito manifestare qualsiasi opinione, anche la più becera e disumana, ma viene autorevolmente sconsigliato di farsi identificare come tifoso del Napoli (per evitare una coltellata o un colpo di rivoltella). Anche la signora era sannita e forse la doppia affinità le ha fatto decidere di trovarsi davanti un interlocutore di cui fidarsi e con il quale sfogarsi per la sua situazione personale. Una storia comune a tanti, troppi meridionali, spesso tra i migliori, sottratti alla ricchezza della propria Terra per cercare al Nord una possibilità di costruire un qualche futuro, per sé e i propri cari. Nel suo caso è emigrata per seguire il marito trasferitosi per lavoro, mentre lei aveva trovato un impiego part-time come segretaria di uno studio legale, “ovviamente” in nero, pertanto senza contributi o diritti da accampare. Tuttavia, quel minimo stipendio le era necessario, specie dopo la nascita, un anno e mezzo fa, del piccolo “cuore azzurro”, considerata la retta molto salata dell’asilo nido pubblico. Per poterle consentire di lavorare in attesa dell’inizio della scuola d’infanzia, in ottobre, dal Sannio si era temporaneamente trasferita la suocera. Ma a ottobre le cose sono cambiate, quando ha chiesto di essere regolarizzata almeno per un’ora al giorno, in modo da poter fruire di un orario meno problematico per l’ingresso del bambino. Richiesta “ovviamente” negata, seguita dal licenziamento in tronco all'altra richiesta di potersi assentare per le ore necessarie all’inserimento del bambino all’asilo, diritto riconosciuto a ogni madre lavoratrice, come certamente noto ai suoi datori di lavoro, avvocati giuslavoristi!

Situazioni come quelle accadute alla signora del treno rappresentano una delle modalità attraverso le quali si manifesta la condizione di vulnerabilità di una donna sul posto di lavoro, probabilmente molto più spesso di altre situazioni più esplicitamente violente (e più attraenti per il voyeurismo mediatico), ma non meno umilianti. Non so perché ho pure ipotizzato che un giuslavorista, in particolare se operante in una città “vicina all’Europa”, oltre a essere paladino dei diritti dei lavoratori (come certamente desumibile già dal biglietto da visita), sarà anche favorevole a riforme finalizzate a modernizzare il Paese, a renderlo competitivo, liberandolo dal gravame rappresentato da retaggi novecenteschi, i “cosiddetti” diritti.

Ma è meglio che mi fermi qui e che non mangi più pesante la sera. Non vorrei ritrovarmi in un incubo nel quale mi candidano come leader dell’estinta Sinistra…