Tra Matera e Wimbledon: viaggio dall’adolescenza all’eternità

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

Ho conosciuto Lorenzo, giovanissimo tennista, nel bed and breakfast dei genitori a Matera dove, a fine giugno, mia moglie e io abbiamo trascorso alcune splendide giornate, convinti che la città non possa essere apprezzata pienamente con una visita 'mordi e fuggi'. Matera è bella anche oltre la meraviglia dei Sassi, con splendide chiese e magnifici palazzi, senza contare che si mangia divinamente. È la terza città più antica del mondo (dopo Gerico e Aleppo), eppure nel dopoguerra assurse a “vergogna nazionale”, emblema di un Mezzogiorno ancorato a una civiltà contadina che si “ostinava” a non farsi conquistare da quella industriale trionfante. Una civiltà contadina meridionale che Carlo Levi, l’intellettuale torinese confinato in Lucania dal regime fascista, definì “fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore” in Cristo si è fermato ad Eboli.

La sua pubblicazione nel 1945, tra l’altro con la denuncia dello stato di degrado in cui versavano le case-grotte, suscitò un dibattito nazionale, culminato in una legge del 1952 che ordinò lo sgombero dei Sassi e il trasferimento dei suoi abitanti in alloggi moderni. Negli anni successivi, intellettuali ma anche semplici cittadini materani (e non solo) si ribellarono a questa visione infamante della città (e di una civiltà), conducendo una lunga battaglia culturale fino a ottenere nel 1986 una legge per il recupero dei Sassi e nel 1993 il riconoscimento dell’Unesco per i “Sassi e Parco delle Chiese rupestri di Matera” come Patrimonio Mondiale dell’Umanità, con la motivazione: “I Sassi costituiscono una testimonianza unica dell’attività umana. Il preminente valore universale deriva dalla simbiosi fra le caratteristiche culturali e naturali del luogo”.

La visita a Matera deve essere, pertanto, completata con quella al Parco della Murgia Materana che la fronteggia e custodisce clamorose chiese rupestri; è meglio farla con l’ausilio di una guida (noi siamo stati particolarmente fortunati grazie a Mario, preparatissimo e appassionato). Una visita ulteriore che consiglio assolutamente è quella alla Cripta del Peccato Originale, fuori Matera, raggiungibile in macchina attraversando campi coltivati e posta a strapiombo su una gravina; i suoi affreschi di epoca longobarda (VIII-IX secolo), esempio di arte benedettino-beneventana, hanno un valore talmente straordinario da far conquistare alla chiesa-grotta l’appellativo di “Cappella Sistina della pittura rupestre”.

Nel 2019 Matera sarà capitale europea della cultura, inimmaginabile negli anni successivi alla pubblicazione di Cristo si è fermato ad Eboli, fermata obbligata, se mi si passa la battuta, anche perché a Matera non c’è la stazione ferroviaria, nonostante siano trascorsi 157 anni dalla discesa dei “liberatori” e portatori della Ragione progressiva…
Chiudo immediatamente il vaso di Pandora della mia visione della storia patria e torno al giovanissimo Lorenzo, citato in apertura.

Rientrando dopo pranzo al bed and breakfast dei genitori, lo avevo trovato davanti al televisore a guardare una partita di Roger Federer. Un attimo dopo scoprimmo di avere in comune l’ammirazione per il fuoriclasse elvetico e la passione per il tennis. Il ragazzino mi raccontò di essere una promessa del tennis e si sorprese nello scoprire un interlocutore “enciclopedico” in materia. La sua sorpresa si fece stupore quando, acceso il computer, gli mostrai il mio archivio elettronico dei risultati sportivi.

Da quel giorno, ogni tanto Lorenzo mi telefona, più spesso mi invia dei messaggi, per commentare gli eventi tennistici o riferirmi dei tornei ai quali partecipa. Nello scorso week-end mi ha scritto le sue impressioni sul film “Borg McEnroe” che gli avevo suggerito di vedere, film premiato al recente Festival del Cinema di Roma. Racconta la rivalità e il contrasto di personalità e stile di gioco di due dei più grandi tennisti della storia, a partire dalla loro sfida più celebre, la finale di Wimbledon del 1980 che vide trionfare lo svedese e durante la quale McEnroe annullò ben 7 match-point prima di arrendersi. Il film, di produzione svedese, si concentra principalmente su Bjorn Borg, in particolare sull’adolescenza di questo fenomeno di precocità che a soli 15 anni esordì vittoriosamente in Coppa Davis e a 18 appena compiuti conquistò il suo primo titolo dello Slam.

Una carriera folgorante (ha la percentuale più alta di vittorie negli Slam e in Davis), da novello Achille, interrotta a meno di 26 anni, quando questo “vulcano in quiescenza” (altro che “Ice-borg”) implose, non tollerando l’idea di cedere lo scettro di numero uno. Il film mi è piaciuto molto e non poteva essere diversamente, raccontando dell’idolo assoluto della mia adolescenza e di una partita impressa nella mia memoria come pochi altri eventi sportivi “extra-Napoli” (ne ricordo il punteggio come un mantra: 1-6/7-5/6-3/6-7/8-6, tie-break 16-18). Ho recentemente rivisto integralmente la partita, rivivendo a ogni punto importante le sensazioni di quel sabato 5 luglio (all’epoca a Wimbledon non si giocava la domenica).

Nel commentare il film col giovane amico materano mi sono accorto che i nostri giudizi coincidevano, forse perché in fondo l’abbiamo entrambi visto con occhi da adolescente, presente e del passato, età in cui i ricordi si eternano e si ammantano di mito. Sono gli occhi con cui si guarda per la prima volta l’amore e non a caso vidi quella partita insieme alla prima ragazza di cui mi sono innamorato.