Quel che non si nasconde più a sinistra nel considerare Berlusconi un male minore rispetto a Di Maio

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

Notizia dell'ultima ora: Scalfari non voterebbe mai Berlusconi. OK, si fa fatica a chiamarla notizia. Riproviamoci. Notizia di qualche ora addietro: Scalfari preferirebbe Berlusconi a Di Maio perché il populismo del secondo farebbe più paura del populismo del primo. Ma come? Proprio lui, tra i tanti padri nobili della sinistra annacquata peninsulare a disposizione, doveva ritrovarsi a dare il suo endorsment relativo (la legge elettorale non prevede eventuali ballottaggi) a un personaggio condannato in Italia in via definitiva e attualmente sotto indagine in qualità di mandante delle stragi mafiose del 1993? Non ci si crede. È mai possibile che la preoccupazione per l'imponderabile nella storia è tale da far preferire, a fine carriera, il cestinamento di lustri di demistificazione al solo scopo di poter mistificare meglio? Cosa ne penserebbe mio nonno, lettore incallito di Repubblica e detrattore irriducibile del Cavaliere, a proposito della riscrittura a orologeria di quest'ultimo trentennio politico? Non hanno più alcun significato le innumerevoli inchieste?

“Attenzione”, replicherebbe Scalfari, “io non ho riscritto l'epopea berlusconiana né mi ritengo in guerra con la verità. Ho semplicemente suggerito l'idea che l'inadeguatezza grillina faccia più paura di un Berlusconi al tramonto”.

È da notare che nella conversazione immaginaria con mio nonno, così come nel colloquio avvenuto per davvero nello studio di Floris, l'ex direttore di Repubblica non ha rinnegato il populismo berlusconiano, a differenza di altri giornalisti di sinistra in linea con la nuova narrazione proposta dalla comunicazione del Cavaliere: eh si, pare che Berlusconi, quello del “meno tasse per tutti”, sia diventato un “moderato” all'improvviso; al massimo, con un pizzico di machiavellico cinismo, è da considerarsi alla stregua di un personaggio ormai inoffensivo (la prima volta è una tragedia, la seconda è una farsa, la terza è cabaret).

Tentiamo, dunque, una sintesi della posizione di Scalfari: nessuno sconto al populismo berlusconiano, sia chiaro, tuttavia, dovendo scegliere, bisogna essere pronti a cogliere l'esperienza politica da qualunque parte essa provenga, anche se porta con sé una nube sociotossica e giuridicotossica ancora inestinta. Insomma, Berlusconi è più esperto e questo rassicura di per sé, la sua parabola parlamentare e preparlamentare lo testimonia.

Rispolveriamone insieme alcuni passaggi salienti: tessera della P2 (loggia massonica descritta nei verbali come “un'organizzazione eversiva e criminale”), leggi ad personam ante litteram (decreto Berlusconi – 1984), finanziamenti per attività edilizie di origine ignota, conflitto di interessi, leggi ad personam, rapporti con affiliati di Cosa nostra, editto di Sofia, Rubygate, condanna per frode fiscale, ecc.

Domanda numero uno: alla luce di questo breve excursus, siamo proprio sicuri che l'elettore di sinistra medio non dedito all'oblio si piegherà all'argomento della “maggiore esperienza” o, se preferite, della “inadeguatezza altrui”, senza batter ciglio?

Domanda numero due: questo ragionamento (non frequentato dal solo Scalfari), facendoci preferire, se portato alle estreme conseguenze, finanche un redivivo Benito Mussolini a Di Maio – perché più esperto –, non si rivela intrinsecamente scarso?

Domanda numero tre: come si fa a ritenere Berlusconi, l'inadeguato per eccellenza, come più idoneo a governare dell'attuale vice presidente della camera, solo potenzialmente (nonché molto probabilmente) inadeguato? Siamo ai limiti della consequentia mirabilis.

Ma a veder bene, questa presa di posizione di Scalfari, al di là della sua dubbia solidità, non fa altro che certificare, anche in sede intellettuale, la fine ufficiale di un'epoca, quella dell'antiberlusconismo, autentico ubi consistam, negli anni prerenziani, della sinistra nostrana in cerca d'autore.

Molti militanti e simpatizzanti hanno persino creduto che l'antiberlusconismo fosse un riflesso pavloviano derivante da una differenza etico-politica sostanziale e non, piuttosto, un mero meccanismo darwiniano dettato dalla volontà di conservarsi al cospetto del vuoto ideologico post-caduta-del-muro-di-Berlino. Eppure, i segnali scoraggianti da registrare erano sotto gli occhi di tutti: dalla Bicamerale, alla mancata legge sul conflitto di interessi (“non volevamo infierire su un avversario sconfitto”- Violante), fino al risolutivo patto del Nazareno.

Abbiamo assistito, di fatto, presso i vertici della sinistra maggioritaria, a una sorta di averroismo partitico, al concretizzarsi di una doppia verità: in primis, quella teorica, elettorale, dell'antiberlusconismo dogmatico; in secondo luogo, quella pratica dello scendiamo a patti con il nemico e cloniamone, nel tempo, l'impostazione comunicativa. Adesso la verità non ha più bisogno di sdoppiarsi, non serve più la neoresistenza, storicamente superata in efficacia dallo spread. La rovina morale degli intelletti italici è acqua passata. Voteremo come abbiamo sempre votato, al di sotto delle nostre possibilità.