I flussi migratori, i nuovi confini dell'Europa e le politiche dell'accoglienza: dai barconi allo stato di cittadini

- Opinioni di Franco Bove

Saranno le Alpi il prossimo confine dell’Europa? Da diversi anni assistiamo ormai impotenti al ripetersi delle scene di sbarco o di salvataggio, umanamente terribili. I flussi migratori diretti verso l’Italia non si fermano. Di recente, in conseguenza di una manovra diplomatica francamente cinica, gli arrivi sono momentaneamente diminuiti, ma il problema di fondo non è stato toccato. Report, in merito, ha fatto emergere tutta l’ambiguità del programma “Triton” di Frontex e gli interessi degli stati nordeuropei che finanziano le navi delle ONG e che tendono solo ad evitare interferenze con i loro traffici commerciali. Intanto l’Italia resta sola e tutto quello che si riesce a focalizzare di questo allarmante fenomeno è la fase, frequentemente drammatica, di attraversamento del Mediterraneo e di approdo sulle coste per lo più siciliane. Ciò che è accaduto prima e accadrà dopo di questa fase è stato e rimane oggetto di relativo interesse nonostante sia non meno tragico. Si liquida la questione o segnalando le responsabilità dell’Occidente nelle crisi mediorientali e nei conflitti interni del continente africano, utilizzando la vecchia critica terzomondista, o invocando improbabili interventi diretti delle nazioni europee nei contesti regionali funestati, da guerre, carestie e contrasti etnico-religiosi. Quasi nessuna informazione sulla feroce organizzazione transazionale dei trafficanti di esseri umani perviene attraverso gli organi di informazione e solo saltuariamente si punta il dito su quel lager orrendo che è divenuta la Libia. Per il resto si batte il tasto sull’obbligo di soccorso in mare, del resto ovvio, e di accoglienza temporanea nei centri di raccolta di tutti coloro che riescono ad attraversare il Mediterraneo e a raggiungere fortunosamente i porti italiani.

Si intende limitata a questi momenti concitati l’azione umanitaria, mentre tutto ciò che li precede e viene dopo resta nel vago. E’ un atteggiamento davvero paradossale dal momento che la tutela della vita e l’ospitalità, termine ormai del tutto desueto, consiste in ben altro. Generico ed elusivo è, infatti, il richiamo alla cosiddetta inclusione sociale, che evoca l’immagine meccanica di un mero procedimento di incapsulamento. Di ciò che avviene di questi extracomunitari dal momento del loro arrivo in poi si parla solo nei casi di episodi di cronaca nera; diventa difficile discuterne perfino quando si verifica lo sfruttamento brutale e addirittura schiavistico della manodopera da parte dei cosiddetti caporali nelle campagne pugliesi. Il destino delle singole persone arrivate nelle nostre contrade non suscita curiosità, anche quando le vediamo penosamente sostare per ore davanti a negozi e chiese chiedendo l’elemosina. Sulle modalità di uso dei fondi pubblici per l’assistenza agli immigrati si stende, infine, un velo pietoso, mentre ci sarebbe molto da approfondire, visto che nei centri di primo soccorso e anche in quelli destinati ai richiedenti asilo le condizioni di vivibilità sono inaccettabili e non migliorano di molto nelle case e negli alberghi messi a disposizione dalle Prefetture.

Nelle periferie delle città e nelle zone agricole più sperdute si stanno formando intanto villaggi di baracche dove si vive in modo assolutamente primitivo, incivile e in completa assenza dei minimi requisiti igienici. Intanto tra le famiglie a basso reddito in attesa di alloggi e i nuovi arrivati, altrettanto bisognosi di abitazioni, si sta determinando un preoccupante conflitto che si affronta in maniera irresponsabile acuendo i contrasti. Tutto ciò con effetti di aggravamento dei costi a carico dello Stato. Ogni anno il capitolo di bilancio statale, che già si aggira intorno ai quattro miliardi annui aumenta di circa otto o nove milioni di euro, visto che il trend di arrivi annui supera ormai le centomila unità. Più passa il tempo e più la situazione peggiora senza che il nostro Governo riesca a trovare soluzioni sostenibili e condivise dall’intera Unione Europea. Ormai le Alpi sono diventate invalicabili per gli immigrati. Secondo le previsioni, nel giro di dieci anni, se il fenomeno non si arresta, si passerà dai cinque milioni di cittadini extracomunitari presenti nel nostro paese a circa sei milioni e mezzo; vale a dire che il 10% della popolazione stanziata sul territorio nazionale sarà composta da stranieri. Da alcune parti, con un ragionamento meramente quantitativo, si sostiene che tale numero andrebbe a compensare il decremento di popolazione temuto e rimedierebbe alla diminuzione dei versamenti pensionistici. Ma ciò potrebbe avvenire se a raggiungere il nostro paese fossero persone in possesso di formazione professionale adeguata alla domanda e dotati di esauriente conoscenza della lingua e delle istituzioni italiane. Si dimentica quanto hanno dovuto penare i nostri emigrati negli Stati Uniti d’America e in Australia per inserirsi fattivamente e pienamente nelle società anglosassoni in espansione, pur avendo risposto ad offerte di lavoro ed essendo portatori di un più idoneo bagaglio culturale rispetto alle popolazioni provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente.

Ci sono, poi, volute ben tre generazioni per consentire agli Italiani di accedere ai ruoli socialmente più elevati e non senza resistenze. Nel nostro caso, tuttavia, a raggiungere il territorio dello stivale sono soggetti per lo più poveri di esperienza lavorativa, in ogni caso portatori di culture e di modelli comportamentali molto diversi da quelli dei residenti storici. Alcune di queste differenze riguardano i diritti da noi conquistati attraverso strenue lotte nel campo del lavoro e della vita civile, in particolare quelli riconosciuti alle donne. Ciò produce spesso il fenomeno dell’isolamento dei nuovi arrivati, il loro aggregarsi in gruppi di emarginati disperatamente aggrappati alle loro consuetudini e sta causando incomprensioni e attriti nelle popolazioni obbligate dai prefetti ad accogliere gli emigranti. L’autoritarismo con cui si impone ai sindaci di dare alloggi e occupazioni agli extracomunitari sta minando alla base i principi delle autonomie locali e rischia di sconvolgere i labili equilibri politici nostrani. Aggrava la situazione la durezza con cui la stampa e diversi esponenti politici, anche di governo, stigmatizzano ogni volta le proteste dei cittadini, tacciandoli di razzismo e minacciano provvedimenti punitivi verso le Amministrazioni Comunali inadempienti. Usare questi metodi coercitivi e, nello stesso tempo, chiudere gli occhi sul degrado urbano derivato dalla mancata soluzione dei problemi di accoglienza, non porterà a migliorare la situazione. Nelle democrazie evolute, soprattutto quando esse attraversano fasi economiche critiche come la nostra, si deve stimolare la spontanea disponibilità dei cittadini a concorrere al superamento delle difficoltà. Equivocare volutamente sulla loro mancanza di senso umanitario, a volte per fini reconditi, sta scavando un fossato difficile da colmare che dividerà a lungo il paese reale dalle elite al potere. Gli Italiani, peraltro, non meritano di essere trattati in questo modo. E’ già avvenuto in passato che il massiccio insediamento di gruppi etnici di lontana provenienza non provocasse né azioni di rigetto, né squilibri irreparabili. Ma nella situazione attuale l’assorbimento tranquillo del cospicuo numero di stranieri già presenti non potrà avvenire in tempi brevi. E’necessario che vi sia un progressivo inserimento nel mondo del lavoro delle famiglie accolte e questo risultato non si potrà ottenere in un contesto caratterizzato da crisi produttiva e da alta disoccupazione senza gradualità, senza forti tensioni sociali e dopo lunghe, logoranti fasi di sostegno ai disagiati. Il nostro enorme debito è destinato, dunque, a pesare a lungo sul futuro del paese.

Intanto l’Italia appare sempre più isolata nel contesto europeo le cui nazioni di maggior peso - Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Svezia, Paesi Bassi, Austria e Ungheria - hanno chiuso le porte e tendono a contenere nei confini dell’Italia, della Grecia e di una parte dei Balcani le masse di disperati che giungono quotidianamente. Evidentemente hanno da tempo compreso la vera natura di questi flussi e si sono mossi di conseguenza, pur senza assumere posizioni esplicitamente intransigenti. Anche da noi si potevano prendere in esame da almeno due anni i dati contenuti nel rapporto dell’ONU World Population Prospects: The 2015 Revision, che definiscono il fenomeno di trasferimento delle popolazioni di varie parti del mondo come un vero e proprio esodo, quindi non una conseguenza di difficoltà momentanee (guerre o esiguità di disponibilità economiche). La causa, secondo tale rapporto, sarebbe dovuta alla crescita imprevista ed esponenziale di popolazione, ai mutamenti climatici e alla conseguente carenza di risorse alimentari. Lagos, Kinshasa, Addis Abeba, Dar es Salaam e Niamey rappresentano le metropoli in esplosione demografica dei prossimi decenni. I paesi destinati a una più rapida crescita di popolazione sono, in effetti, paesi di cui si parla poco, se non mai: Nigeria, Congo, Etiopia, Tanzania, Niger. L'Africa che ha oggi, sparsi fra savane, foreste e deserti, poco più di un miliardo di abitanti, ne avrà, prevede l'Onu, più del doppio (2,4 miliardi) nel 2050 e quattro volte tanto (4,2 miliardi) a fine secolo. Più di Cina e India messe insieme. La politica del "figlio unico" di Pechino si prepara, infatti, a dispiegare i suoi effetti: dal 2030, la popolazione cinese comincerà a diminuire e potrebbe assestarsi poco sopra il miliardo di persone a fine secolo.

L’Africa è, tuttavia, al centro di un processo di desertificazione spaventoso e di perdita di risorse alimentari. Le difficoltà in cui si trova, non sono risolvibili solo attraverso processi di pacificazione tra le diverse etnie e mediante l’aumento degli investimenti in loco della finanza occidentale. Pertanto è inevitabile che fino a oltre metà secolo, mezzo milione di persone abbandonino, ogni anno, il continente, nei paesi al di sotto del Sahara e si deve presumere che in mancanza di altri sbocchi si dirigeranno in Italia. Altri dati, dello stesso rapporto dell’ONU, indicano una pressione demografica sempre meno sostenibile: in Nigeria, stato in viaggio verso il miliardo di abitanti, la densità di popolazione, oggi di duecento persone circa per chilometro quadrato, simile al livello italiano, dovrebbe passare a un incredibile 989 persone per chilometro quadrato. Pare inverosimile che questa pressione non si riversi all'esterno e bisogna considerare, oltretutto, che alcuni esperti considerano queste previsioni in materia di migrazioni del tutto ottimistiche. Il rapporto si limita a considerare i numeri derivati dalla proiezione demografica. Se li si incrocia con i dati del riscaldamento globale il risultato è una miscela esplosiva. A fine secolo - secondo le ultime elaborazioni - la temperatura potrebbe essere salita di quattro o cinque gradi. Ma questa è una media mondiale. Ai Tropici sarà di più. Un’enorme quantità di persone vivrebbero in paesi diffusamente privi di acqua, con un'agricoltura distrutta. Come si accennava in precedenza la definizione stessa di migrazione diviene, su questa base di conoscenza, un eufemismo. La parola giusta, verosimilmente, è esodo. Milioni di persone si metterebbero in marcia, senza più niente alle spalle su scala globale. L'umanità non ha probabilmente mai dovuto affrontare una prova più difficile che richiama approssimativamente lo sconvolgimento climatico dell’età del bronzo, quando l’intera civiltà mediterranea collassò. Anche la nostra penisola con le relative isole soffrirà gli effetti di siffatti mutamenti ambientali. Già oggi la produzione agricola subisce le conseguenze di tali alterazioni e fa fatica a reggere il fabbisogno della popolazione; infatti, non siamo più autosufficienti in molti settori e la bilancia commerciale agro-alimentare è in perdita.

Dunque noi dovremmo ridurre la densità di popolazione e riorganizzare il sistema produttivo agricolo in modo più proiettato al futuro e, invece, ci tocca di provvedere all’emergenza per i prossimi trenta anni. Tutto ciò non traspare minimamente dal dibattito politico in corso e, stando così le cose, non è azzardato supporre che la frontiera europea si sposterà di fatto lungo le Alpi e noi Italiani resteremo in una sorta di confuso e depresso limbo come la Grecia e parte dei Balcani.