La Solot: 30 anni in buona Compagnia. Rivivono sul palcoscenico a Benevento il dolore e il sudore dei valani

- Cultura Spettacolo di Carlo Panella
Michelangelo Fetto e Antonio Intorcia
Michelangelo Fetto e Antonio Intorcia

Ho assistito allo spettacolo Valani, ieri sera, al Mulino Pacifico di Benevento. Lavoro di Michelangelo Fetto, musicato dai Sancto Ianne. In scena lo stesso Fetto, Antonio 'Tonino' Intorcia, col fisarmonicista Saverio Coletta. La nuova versione di Valani è risultata ancora molto emozionante, coinvolgendo il numeroso pubblico, stipato in ogni ordine di posto. La riproposizione per la nuova stagione di 'Obiettivo T' è dovuta anche al ricorrere del 30° anno di attività della Compagnia Solot, una delle migliori e più valide - oltre che longeve - esperienze associate di Benevento e del Sannio, dal punto di vista sociale (innanzitutto educativo) e politico. Nello specifico teatrale, poi, è stata ed è ancora di più: segna lo spartiacque, un prima e un poi del teatro locale. Ci tornerò più avanti, la messinscena di ieri ha la precedenza.
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Fetto e Intorcia si sono alternati a raccontare la storia di un valano, uno dei ragazzini venduti per un anno - nel giorno dell'Assunta sulle scale del Duomo di Benevento - come servi dalle povere famiglie sannite a dei padroni, per qualche lira e un po' di grano. All'acquistato toccava una vita pressoché da schiavo, durissimo lavoro in campagna e pessimo e scarso cibo, necessario solo a mantenerlo in condizione di poter produrre il giorno dopo: senza alcun diritto, senza alcuna cura, senza alcun rispetto. La vergognosa vendita qualificò, ancora una volta in negativo, la provincia di Benevento e il capoluogo (la qualità della vita da queste parti è stata infima non solo negli ultimi decenni...), fino ai primi anni '60. Posero fine a questo prolungamento della schiavitù, a inizio anni '60, le azioni di protesta in Parlamento dei partiti di sinistra e le coraggiose denunce, in loco, dell'avvocato Francesco 'Ciccio' Romano.

Valani della Solot è ambientato nel periodo bellico, durante i bombardamenti che fecero migliaia di morti a Benevento. In tali eventi il valano rappresentato vide il padre ammazzato dalle truppe d'occupazione e la madre violentata. Tra monologhi in prima persona in dialetto e ricostruzioni in lingua le narrazioni della vendita pubblica del bambino, con tanto di apprezzamento (come per gli animali) mediante ispezione e valutazione corporale, da parte dei padroni, e con tanto di curiosi a non perdersi lo spettacolo della vendita, davanti alla Cattedrale della cattolicissima e già papalina città. E pure preti a presenziare e gendarmi a controllare che non ci fossero disordini.

Sul palcoscenico delle balle di fieno a rendere al meglio l'ambientazione, con parte del pubblico chiamata a sedersi sopra di esse, per coinvolgere al massimo l'uditorio e rammentare che non solo è stato vero ciò che si stava rappresentando, ma anche che da questa scomoda eredità storica nessuno possa o debba sentirsi escluso, a parte, lontano, assolto.

Nell'amaro e drammatico racconto a due voci (contrappuntato dalle sapienti note della struggente musica) di giornate di schiene spezzate tra raccolti, cura degli animali, sevizie e servizi vari, nelle peggiori condizioni di lavoro, anche la storia di un duplice omicidio compiuto dal padre-padrone, con vittime sua figlia e il di lei giovane amante. Assassinio però denunciato dal valano che sfida il ricatto del padrone criminale e lo va a denunciare. Prima di riscattarsi dal degrado, emigrando in America: una storia che somiglia molto a tante altre odierne nelle quali, per tanti sfruttati, disperati e oppressi, l'America siamo noi, l'Italia, e la libera e fortunata Europa...

Fetto e Intorcia hanno messo l'anima nella recitazione che ha rapito il pubblico che, quasi come una liberazione, si è sciolto in qualche risata, nei pochi momenti a ciò concessi dal testo. Non sono mancate anche in quest'ultima versione, le belle canzoni per lo spettacolo, scritte dai Sancto Ianne, che si conclude proprio con una di loro " Voglio vede' pazzia' ".

Scroscianti, lunghi e meritati applausi alla fine da parte di un pubblico attentissimo, ma soprattutto commosso dalla drammaticità della storia e dalla sua resa scenica. Bravi davvero ieri sera Fetto e Intorcia (e Coletta): il sudore, il dolore, le piaghe e le umiliazioni delle migliaia di schiavi bambini non sono stati dimenticati.
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Però "le notizie sono due", e non si può tacere sui 30 anni di Solot a Benevento e nel Sannio e non solo (perché la Compagnia ha recitato anche in Italia e all'estero). Michelangelo Fetto e Tonino Intorcia non sono tutta la Solot e va detto: ci sono valide e validi compagne e compagni di viaggio, qualcuna da anni con loro, senza i quali i due non avrebbero potuto "resistere" tanto a lungo. E il verbo non lo ho scelto a caso, perché continuare attualmente a fare e insegnare teatro, è innanzitutto un'opera di resistenza umana.

Fatta questa doverosa precisazione, però, non si può non concentrare il discorso sui due alfieri della Compagnia. Hanno cominciato poco più che ventenni nel 1987 e per questa passione hanno - ininterrottamente - vissuto e speso la loro vita. Vanno quindi innanzitutto lodati per come siano riusciti a mantenersi l'uno al fianco dell'altro, nel frattempo che crescevano, si sposavano, diventavano genitori. Il tempo trascorrendo muta e anche quelle che possono sembrare amicizie o amori inossidabili finiscono, sovente male. Ieri sul palcoscenico c'è stata, per chi da 30 anni le segue, anche la constatazione del permanere dell'inossidabile legame tra due persone, tra l'altro diverse l'una dall'altra.

Michelangelo e Tonino non solo hanno recitato e fatto cultura in questa realtà ma, da decenni, hanno anche creato scuole di teatro per tutte le età; hanno portato, per le loro rassegne, tanti artisti, anche tra i più noti, a esibirsi in città; hanno rappresentato le loro opere permeate da impegno civile e sociale pure nelle scuole. Di queste una sola opera citiamo per tutte: Medaglia d'oro sui devastanti bombardamenti a Benevento del 1943. Altro eccezionale spettacolo, in una realtà territoriale arretrata, ancor più perché poco avvezza a tenere a mente la propria storia e a farne tesoro.
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La Solot, nata nel fulgore della rassegna teatrale Città Spettacolo, quella targata Gregoretti (1980-1989), è riuscita non solo a continuare nei decenni seguenti, ma addirittura a sopravviverle (la storica rassegna teatrale oramai è morta, benché il Comune di Benevento ne usi il nome per finanziare un altro prodotto). Solot fa teatro, propone teatro, insegna teatro, certo, non senza limiti ed errori, ma questi - in ogni campo della vita - sono solo un certificato da poter esibire: la testimonianza di esserci stati da protagonisti e non da spettatori (giusto per restare nel lessico d'ambiente...).

Ed è dunque solo un dato di cronaca e non un giudizio affermare che la storia del teatro, complessivamente inteso, nella provincia e ancor più a Benevento, ha come spartiacque l'esperienza della Solot. Perché, se è vero che anche altri sodalizi e compagnie vi sono state da queste parti, nessuna è durata tanto e ha avuto un campo così vasto d'azione e di tale qualità. Almeno non ve ne sono di documentate e sicuramente nel dopoguerra. La Solot: 30 anni in buona Compagnia. Il Sannio ne sia fiero.