L'insostenibile autoironia del tifoso del Benevento: cinici, turbati e possibilisti

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Dopo l'ennesima sconfitta incassata dalla compagine giallorossa in Serie A, il tifo organizzato beneventano si è conquistato l'attenzione delle cronache, anche nazionali, in virtù di alcuni cori autoironici intonati durante lo svolgimento dell'ultima partita: “Salutate la capolista...”; “E tanto già lo so che l'anno prossimo gioco di sabato” (in Serie B, per chi non lo sapesse, è di sabato che si disputano le gare). Stupore! I beneventani sono capaci di autoironia! O, perlomeno, nell'immaginario nazionale calciocentrico, è possibile che stia passando tale messaggio.

A questo punto, tra un servizio del telegiornale in cui Benevento viene descritta come la città delle streghe e un altro in cui appare alla stregua di un presidio piolatrico permanente, capita di chiedersi se la realtà sannita tutta possa davvero specchiarsi, senza subire contraccolpi, in questa sorprendente attitudine palesatasi entro i confini dello stadio Atleti Azzurri d'Italia di Bergamo, nel quale da ultimo il Benevento ha giocato e perso contro l'Atalanta.

Perché, in effetti, che a livello extraterritoriale transiti l'idea leggerotta di una Benevento autoironica, alla luce delle innumerevoli interazioni personali consumatesi negli anni e indicanti più o meno il contrario, è un qualcosa che merita senz'altro un'attenta riflessione.

1) Alcuni, i più “turbati”, potrebbero pensare, sotto il profilo dell'esegesi antropologica autoctona, a un falso storico, liquidando l'episodio come una mera anomalia comportamentale non rappresentativa dell'intera comunità. Oppure, ponendo l'accento sulle semplificazioni tipiche dei media, potrebbero rilevare la medesima schematicità distorcente di poco conto già riscontrata, in ambiti diversi, nelle narrazioni giornalistiche summenzionate (santi, streghe, ecc.): per inciso, finanche in una città di provincia del sud, sonnacchiosa e acquasantifera quanto si vuole, la comprensione razionale della natura, o di una serie ininterrotta di risultati negativi, non decade necessariamente a favore di allegorie, bestiari e interventismo demonico-divino; in più, i bestemmiatori che amano definirsi “bestemmiatori a ragion veduta” non mancano.

2) Altri, i più cinici, accettano pure di classificare l'accaduto come non casuale, ma attribuiscono un simile cambio di registro a un'operazione di parvenza, una sorta di cosmesi antropologica finalizzata a salvare la faccia al cospetto delle numerose brutte figure. In sintesi: il make-up autoironico costituirebbe un'estrema ratio abitualmente adottata in loco per rimediare all'irrimediabile o per prendere le distanze dall'irrimediabile. In terra di schadenfreude (termine tedesco indicante il piacere che si prova dinanzi alle altrui sventure), in cui la diminuzione del prossimo equivale a un accrescimento del sé a causa di una santificazione competitivistica della propria immagine sociale, risulta improbabile l'apparizione improvvisa, su larga scala, di una vena autoironica in grado di sdrammatizzare un evento nefasto: non si dimentichi che da queste parti una mondanità intensiva può significare vivere nello sprezzo della sorte e dell'umidità.

3) Altri ancora, i cauti possibilisti, smettendo per un attimo di essere signori di ogni pessimismo, intravedono nell'acclamata presa di posizione dei tifosi giallorossi l'indizio di uno spazio comportamentale ancora inesplorato, forse inespresso, magari afferente all'intera collettività. Come se il continuo investire in un'apparenza pietrificante talora allentasse la morsa e concedesse il lusso dell'imprevedibilità, dell'evoluzione. Come se Benevento tentasse a fatica di liberarsi dal complesso provincialistico che la attanaglia e prendesse confidenza col delitto di sorprendersi: chissà che l'inaudita, nonché stridente, combinazione (metamorfosi in New Ceppaloni + Seria A) non abbia smosso qualcosa nel profondo del tessuto emotivo cittadino. Come se il tempo circolare della provincia, fatto di rigidità, nebbia, virtuosi della passività e compulsioni, cercasse di tenere a bada l'irruzione saltuaria di un tempo cairologico, cioè foriero di avvenimenti impreventivabili; insomma, una dialettica temporale, un temporale dialettico. D'accordo, troppi “come se”, troppe sublimazioni.